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Gli anniversari tondi richiedono di essere celebrati; non poteva fare eccezione il centenario dello scoppio della Prima guerra mondiale l’anno scorso e dell’entrata dell’Italia nel conflitto quest’anno. Il generale prussiano Von Clausewitz disse una volta che la guerra non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi.

  Ciascuno dei protagonisti di quel dram-ma era animato dai propri interessi particolari, spesso contrapposti a quelli degli altri: la Germania era spinta dalla forte motivazione di essere, rispetto a Francia e Gran Bretagna, una potenza giovane, nella quale l’economia capitalista si era sviluppata in ritardo; le ali che la borghesia tedesca voleva dispiegare erano tarpate dai suoi più potenti avversari. Lo zar voleva estendere l’influenza russa verso il Mediterraneo mentre la Gran Bretagna cercava di negarglielo e quando l’Italia entrò nel conflitto lo fece in base ad accordi segreti firmati i primi giorni del maggio 1915 con l’Intesa, il patto di Londra, che garantiva una significativa espansione coloniale italiana nei Balcani e in Africa.

La curiosità della storia volle che il mondo, per conoscere i veri motivi dell’entrata in guerra dell’Italia, dovette attendere la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 quando Trotskij, Commissario del popolo per gli esteri, fece pubblicare tutta la diplomazia segreta zarista rimasta negli armadi del ministero, patto di Londra compreso.

Il problema è che quando i potenti e le borghesie nazionali decidono di continuare la politica economica con la via della guerra, non la combattono di persona. Si servono dei lavoratori e dei loro figli come carne da cannone, motivando quel sangue con concetti come amore o difesa della patria e facendo leva sui sentimenti nazionalistici.
Nella Prima guerra mondiale morirono 9 milioni di lavoratori e giovani in divisa sui campi di battaglia, oltre a 7 milioni di anziani, donne e bambini a causa di stenti, malattie e carestie che ne seguirono. Al calcolo del sangue sparso vanno aggiunti anche 21 milioni di feriti, molti dei quali rimasero menomati a vita.

Milioni di persone che, credendo di morire per nobili ideali, stavano invece dando la vita per assicurare alla borghesia tedesca, francese, britannica o italiana il controllo su terre, risorse e quindi ricchezza e potere.  Quando poi si rendevano conto dell’inganno e si ribellavano erano colpiti senza pietà: nel solo esercito italiano, ben 870mila soldati (cioè il 15 per cento dell’intero esercito) furono denunciati come disertori, renitenti o accusati di vari reati: di questi, 7mila vennero fucilati mentre per 15mila ci fu il carcere a vita. Non ci sono cifre precise di quante furono le esecuzioni sommarie sul campo.

Qui in Italia, in provincia di Gorizia c’è il sacrario di Redipuglia che raccoglie i resti di decine di migliaia di soldati morti nel corso di quella guerra. La costruzione monumentale di epoca fascista riproduce, nella disposizione delle tombe, uno schieramento militare. I soldati fanno ala attorno alla tomba dei generali e del comandante di corpo d’armata, Emanuele Filiberto di Savoia. Il fatto è che i soldati dovettero aspettare quasi vent’anni l’arrivo del loro comandante, che morì solo nel 1931, tranquillo nel suo letto e non certo dilaniato dalla mitraglia o dal cannone come la truppa che lo aveva di molto preceduto.

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