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Nelle settimane recenti si è sviluppata un’aspra polemica sulla partecipazione della Brigata ebraica alle celebrazioni del 25 Aprile a Roma. Tale controversia è stata accesa dall’animosità dei suoi rappresentanti verso la sinistra ed in particolare verso le associazioni di solidarietà col popolo palestinese.

La corrente politica sionista, come sua abitudine, presenta il conflitto nel Medio Oriente in termini strettamente etnico-religiosi e tenta di confondere la sua causa odierna con l’autodifesa degli ebrei durante l’occupazione nazifascista dell’Europa durante la Seconda guerra mondiale. A questo va aggiunto il tentativo da parte della classe dominante, che si rafforza di anno in anno, di cancellare il punto di vista di classe dalla guerra partigiana, cancellandone così il suo portato rivoluzionario ed anticapitalista. Il peso dato dalla stampa borghese alla polemica sulla Brigata Ebraica e la richiesta dell'Anpi nazionale di trasformare il 25 in una cerimonia vuota e patriottarda organizzata dalle Istituzioni va in questa direzione. Accostare il sionismo all’attività dei partigiani di estrazione ebraica è una vera e propria strumentalizzazione politica, priva di giustificazione storica. Per dimostrare la falsità di una tale ricostruzione che schiaccia il ruolo degli ebrei nella battaglia antifascista in una prospettiva esclusivamente settaria e “comunitaria”, proveremo a fornire un abbozzo generale dell’attività dei partigiani ebrei e del loro contribuito alla sinistra internazionalista ed operaia. Gli ebrei, infatti, formavano un settore rilevante dell’avanguardia politica che, tra le due guerre mondiali imperialiste, cercò di risolvere la crisi dell’umanità attraverso la lotta per la rivoluzione socialista mondiale.

Ebrei nella resistenza italiana

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Marek Edelman

Tra i militanti più importanti della Resistenza italiana figurano molti ebrei, per lo più giovani iscritti ai principali partiti del movimento operaio, il Partito Comunista o il Partito Socialista. Tale fu il caso di Eugenio Curiel, studente triestino che all’università di Padova prese contatto col Partito Comunista attorno al 1936, all’età di 23 anni. Di famiglia antifascista, il giovane Curiel aderì al Partito Comunista poiché vide il movimento operaio e rivoluzionario in prima fila a strutturare la ‘lunga resistenza’ antifascista, clandestina, negli anni ‘20 e ’30. Curiel svolse un’attività di ‘fronda’ nelle organizzazioni studentesche del regime, sino alla promulgazione delle ‘leggi razziali’ nel 1938 - cioè l’esclusione degli ebrei dalle funzioni pubbliche e dal partito fascista stesso. Nella Resistenza diventò direttore de l’Unità e di La Nostra Lotta (organi del PCI), nonché il dirigente della Fronte della gioventù a Milano. Medaglia d’Oro al Valor Militare, fu ucciso dai fascisti a Milano il 24 febbraio 1945.

Numerosi militanti d’origine ebraica operarono una scelta simile a quella di Curiel e svolsero funzioni dirigenti anche nella lotta armata: ricordiamo ad esempio l’attività gappista (Gruppi d’Azione Patriottica – formazioni militari del PCI) di Rosario Bentivegna e Mario Fiorentini. In seguito alla promulgazione delle legge razziali, aderire ai partiti del movimento operaio, clandestini, significava evitare l’isolamento dalla società italiana e l’unità con altri oppressi, con l’obiettivo di svegliare la classe operaia e minare le basi del fascismo. Senz’altro questi partigiani comunisti o socialisti non ‘rappresentarono’ la comunità ebraica nel suo insieme, ma furono davvero i rappresentanti più significativi del suo impegno nella lotta antifascista.

L’attività resistenziale delle donne - e soprattutto delle ebree - è troppo spesso ridotta alla figura della ‘staffetta’, che aiutò i partigiani – maschi – impegnati nella lotta armata. Se anche tale ruolo fu molto importante, non si deve trascurare l’attività delle ebree che ebbero un ruolo dirigente anche sul piano organizzativo, ad esempio la socialista ebrea Matilde Bassani Finzi. Nata a Ferrara nel 1918, fu attiva molto giovane in un gruppo socialista liceale, ma all’età di vent’anni venne licenziata dal suo lavoro da insegnante in seguito alle ‘leggi razziali’. Durante la Resistenza fu una delle dirigenti più importanti del Comando Superiore Partigiano, una scissione del Partito Socialista capeggiata da Carlo Andreoni. Dopo aver collaborato con gruppi anarchici, socialisti e comunisti a Roma, partecipò alla liberazione di Firenze. Matilde Bassani Finzi non solo cercò rifugio per ebrei e perseguitati, ma svolse anche un’attività di coordinamento militare attraverso i suoi contatti con gli Alleati. Dopo la guerra, questa socialista - cugina di Eugenio Curiel e di Angelo Lombardi, un militante di spicco del movimento comunista intransigente Bandiera Rossa - ha proseguito la sua militanza nelle file dell’Unione Donne Italiane ed in altri movimenti femminili.

E’ altresì mistificante la logica che presiede tante celebrazioni contemporanee basate sull’idea che gli ebrei venissero perseguitati dai nazi-fascisti soltanto in quanto ebrei e che fossero una comunità perfettamente chiusa in se stessa e compatta. Sebbene i nazisti volessero letteralmente ghettizzare gli ebrei d' Europa, separandoli dalle altre popolazioni, ghettizzazione su base etnica che su un terreno diverso forma parte anche del pensiero sionista, la partecipazione ebraica alla lotta antifascista nelle formazioni del movimento operaio va esattamente nella direzione opposta, cioè dell'unità di classe capace di superare le differenze etnico-religiose.

Ad esempio, l’impiegata Anna Maria Enriques fu licenziata dall’Archivio di Stato di Firenze nel 1938 perché ebrea, infatti aveva un padre ebreo, ma la madre era cattolica. Anche se stigmatizzata come ‘ebrea’ - e in questo senso aveva un’esperienza in comune con tutti gli ebrei attaccati dal regime-, tale fatto non segnava il limite del suo orizzonte politico. Aderendo in prima battuta al circolo Scintilla nel 1940 (un gruppo di comunisti, socialisti e anarchici, all’origine di Bandiera Rossa durante la Resistenza romana), dopo l’8 settembre passò nelle file del Movimento Cristiano Sociale - anch’esso fuori del CLN - e poi collaborò col Partito d’Azione nella capitale toscana. In seguito all’infiltrazione del Movimento Cristiano Sociale da parte di una spia fascista, la Enriques fu arrestata, torturata e fucilata il 12 giugno 1944 a Firenze.

 

Parigi: ‘il manifesto rosso’

La realtà multi-etnica e plurinazionale della Resistenza europea è spesso trascurata a causa del lavoro politico portato avanti per decenni da parte dei partiti comunisti stalinizzati che volevano enfatizzare la loro identità nazionale ed il loro patriottismo come mezzi per contrastare l’anticomunismo. Malgrado questa rappresentazione, i movimenti partigiani unirono persone al di là delle divisioni nazionali e religiose.

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Il Manifesto rosso

Tale fu l’esempio del gruppo FTP-MOI (Franchi-Tiratori e Partigiani – Mano d’Opera Immigrata) a Parigi, che prestò un contributo di spicco alla Resistenza comunista in Francia, anche perché iniziò a strutturarsi fin dal 1940 mentre il Partito Comunista Francese (PCF), fedele a Stalin ed al Patto Molotov-Ribbentrop, cercava ancora un modus vivendi con l’occupante nazista ed addirittura invitava la popolazione ebraica residente a Parigi a farsi registrare presso i commissariati occupati dalle SS e dagli ufficiali della Wehrmacht. Composto da circa cento militanti, compresi reduci della guerra di Spagna ed esuli appartenenti ai partiti comunisti repressi in tutta Europa, questo movimento, legato al PCF ma mai molto amato dalla sua direzione per la sua insubordinazione, svolse un’attività di sabotaggio e resistenza armata di primo piano contro le truppe della Wehrmacht nella capitale francese. Il loro spirito rivoluzionario e aperto del capo della brigata, l’armeno Missak Manouchian, è dimostrato anche dalla sua accettazione consapevole all’interno della banda di Taro Davtian, un armeno di nazionalità sovietica che aveva fatto parte, in URSS, dell’Opposizione di Sinistra di Trotsky, e aveva patito il confino dal quale era fuggito a piedi in Persia per poi raggiungere Parigi e prendere contatto con uno stupefatto Lev Sedov.

Nel novembre del 1943 la polizia collaborazionista arrestò 23 militanti del FTP-MOI, compresi otto polacchi, cinque italiani, tre ungheresi, una rumena, tre francesi, un armeno e uno spagnolo. 11 dei 23 erano ebrei, mentre il capogruppo Missak Manouchian - fucilato il 21 febbraio 1944 - era un sopravvissuto del genocidio armeno, perpetrato dall’Impero Ottomano nel 1915, nel quale morì suo padre. Un manifesto di propaganda nazista (la famosa Affiche Rouge; il ‘Manifesto Rosso’), imputò a questo ‘terrorista comunista’ e ‘criminale’ armeno 56 attentati e 150 morti. Che i martiri della FTP-MOI abbiano, sulle loro tombe, il necrologio “Morti per la Francia” non fa onore a chi ha pensato di ricordarli politicamente con queste parole.

Secondo il Manifesto Rosso nazista, ‘sono sempre gli stranieri a comandare ed i disoccupati ed i ladri ad eseguire i loro ordini. Ispirata agli ebrei, questo esercito del crimine lotta contro il popolo francese’. Il Partito Comunista Francese rifiutò questa rappresentazione ma minimizzò l’attività del FTP-MOI, anche per coprire i propri ritardi, enfatizzando lo spirito puramente ‘francese’ della Resistenza. In questo senso, la logica del ‘Fronte Popolare’ nazionale e antinazista spinse il PCF a seppellire l’attività e l’eroismo del gruppo Manouchian anche dopo la guerra, volendo insistere sul suo proprio patriottismo.

Pertanto, l’impostazione nazionale-patriottica dei Partiti Comunisti ha anche alimentato il mito della solitudine degli ebrei, basato sull’ipotesi che nessuno volesse aiutare o allearsi col popolo ebraico nel momento più buio della sua storia. Ma l’internazionalismo del FTP-MOI indica una storia ben differente, cioè la storia di un internazionalismo operaio che sbriciolò gli odi nazionali, promuovendo la lotta di classe contro ogni oppressione. Non è un caso che gli ebrei, provenendo da tutta Europa, dove erano una minoranza attaccata in ogni paese e non una nazione in sé, svolsero un ruolo di spicco in un movimento internazionalista di quel genere.

Oggi lo Stato d’Israele nega che il massacro del popolo armeno nel 1915 sia stato un ‘genocidio’, insistendo sul carattere singolare e storicamente irripetibile, quasi metafisico, della Shoah; durante la lotta antinazista, però, molti militanti d’origine ebraica scelsero di allearsi con altri oppressi, compresi i sopravvissuti del genocidio armeno, per lottare nelle file comuniste contro la dominazione sanguinaria nazi-fascista.

 

Varsavia: il ghetto in armi

Anche nelle condizioni di oppressione più estreme, la lotta antinazista non fu una scelta unanime o spontanea, e neanche una semplice espressione di appartenenza etnico-religiosa. Questo fu il caso anche durante l’esempio più eroico di resistenza ebraica contro i nazisti, l’insurrezione del Ghetto di Varsavia nell’aprile-maggio del 1943. Dopo un sistematico isolamento della popolazione ebraica di Polonia, seguito dalle deportazioni di massa e dal massacro di centinaia di migliaia di persone, nell’aprile ‘43 le organizzazione armate della ŻOB (Organizzazione ebraica di combattimento, socialista) e della ŻZW (Unione combattente ebraica, di destra) si sollevarono contro la Wehrmacht e le SS, in una disperata ribellione priva di alleati e rifornimenti materiali. Circa 14,000 degli insorti furono uccisi in quattro mesi di scontri. Le altre 56,000 persone recluse nel Ghetto furono deportate nei campi di sterminio.

Marek Edelman, dirigente della ŻOB, fu il più importante leader dell’insurrezione nel Ghetto dopo la morte del suo compagno Mordechai Anielewicz. Egli fu molto chiaro in merito alla posta in gioco di quella lotta. Parlando della politica dei suoi compagni ‘bundisti’ prima della guerra, raccontò che ‘non aspettavano il Messia, né avevano intenzione di partire per la Palestina. Credevano che la Polonia fosse il loro paese, e hanno combattuto per una Polonia socialista e giusta che avrebbe garantito a ogni cultura e nazionalità la sua propria autonomia, e nella quale i diritti delle minoranze sarebbero stati garantiti’. Per questo motivo, anche durante la guerra, e dopo l’inizio dello sterminio del suo popolo, Edelman ha costantemente legato la sua lotta contro il genocidio alle aspirazioni all’indipendenza nazionale ed alla giustizia sociale. Pertanto, anche dopo la repressione dell’insurrezione del ghetto, Edelman partecipò alla rivolta del popolo polacco (anch’essa sconfitta) dell’agosto ‘44.

Senz’altro gli orrori del nazismo e il tentativo hitleriano di sterminare un popolo intero ha spinto molti ebrei perseguitati ad identificarsi col sionismo, secondo cui l’impossibilità della cosiddetta assimilazione in altri paesi giustificava il separatismo e quindi l’emigrazione in Palestina. Ma l’idea che questa scelta fosse universale o automatica è un mito; Edelman stesso, ad esempio, rimase in Polonia anche dopo la guerra proprio perché rifiutava di lasciare il suo paese e insisteva sulla necessità di combattere il razzismo lì dove si viveva, anziché abbandonare il terreno agli antisemiti. Ma il sionismo ripudia questa logica e pertanto questo eroe della Resistenza antinazista fu, sino alla sua morte nel 2009, escluso da ogni commemorazione antifascista proprio in Israele. Edelman diventò un accanito difensore del popolo palestinese e un critico autorevole della strumentalizzazione dell’antifascismo da parte dei vari Netanyahu e Sharon.

 

Non dimenticare

È vero che ogni ebreo fu una vittima, effettiva o potenziale, del nazismo. È anche vero che nel loro annientamento del popolo ebraico i sicari hitleriani non distinguevano tra le classi o tra le diverse correnti politiche. Effettivamente, in tutta Europa migliaia di persone hanno preso le armi per salvarsi la vita, per vendicare parenti assassinati o per il loro odio del fascismo. Ma questo non significa che il contributo di ogni militante d'origine ebraica fosse ispirato ad una concezione soltanto o principalmente etnico-religiosa della resistenza, e ancora meno che qualsiasi gruppo sionista abbia oggi il diritto di appropriarsi di quelle eroiche lotte antifasciste. Come abbiamo provato a dimostrare in questo breve articolo la larga maggioranza degli ebrei combatterono il fascismo e il nazismo non in modo “separato” ma all'interno delle formazioni partigiane del movimento operaio. Ogni tentativo di cancellare questa storia e distorcela in funzione anticomunista e filo sionista non è altro che una falsificazione degna del peggior revisionismo.

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