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La recente scomparsa di Nelson Mandela ha puntato per alcuni giorni i riflettori del mondo sul Sudafrica. Finita questa fiera di retorica, ipocrisia e banalità, per i comunisti è importante capire cosa succede veramente in questo paese chiave per la rivoluzione africana.

Venti anni di governo ANC

La caduta dell’apartheid è stata il risultato della lotta decennale delle masse sudafricane, che ha avuto il suo culmine negli anni ’80 e ancora di più nel periodo ’90-’93. Per evitare una rivoluzione che avrebbe significato anche l’esproprio delle terre, delle miniere e delle industrie, il regime ha accettato di negoziare la fine dell’apartheid. Così l’Anc ha messo da parte un pezzo della Carta della libertà (il manifesto del 1955 del movimento anti-apartheid) che prevedeva la distribuzione della terra e la nazionalizzazione “delle ricchezze minerali del sottosuolo, delle banche e dei monopoli industriali”. Fintanto che il sistema capitalista veniva salvaguardato, il regime poteva accettare l’introduzione della democrazia. Così, per la prima volta, la popolazione nera ha ottenuto libertà di voto, di parola, di movimento e di organizzazione.
Dal 1994 ad oggi la cosiddetta Alleanza tripartita, formata da Anc (African national congress), Sacp (Partito comunista Sudafricano – che sta all’interno dell’Anc) e Cosatu (Confederazione sindacale), ha governato ininterrottamente, introducendo una serie di riforme sociali. La maggior parte della popolazione ora ha accesso ad acqua potabile, servizi igienici ed elettricità. Tuttavia è anche vero che queste concessioni sono state in larga misura minate dal crescente costo della vita, dall’aumento costante della disoccupazione e dal crescente divario salariale. In pratica, anche se molti hanno guadagnato l’accesso a questi servizi di base, in tanti non possono permetterseli. A quasi 5 milioni di persone è stata staccata l’acqua a causa del mancato pagamento delle bollette. Inoltre ciò che è andato costantemente aumentando è stata la disuguaglianza economica. Se in questi venti anni una piccolissima minoranza dei neri è diventata un nuovo settore dell’alta borghesia, il tasso di disoccupazione della popolazione nera è aumentato. Secondo le statistiche, il Sudafrica (lo stato più ricco del continente, che rappresenta il 50% della ricchezza prodotta in Africa) è uno dei paesi più diseguali del mondo. Il tasso di disoccupazione ufficiale è del 24,5% e fra i giovani delle township è al 57%. Il 26,2% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e il 60% dei bambini abbandona la scuola per ragioni economiche.
Queste condizioni hanno portato a una crescente radicalizzazione della classe operaia, anno dopo anno. Con l’arrivo dell’ultima recessione c’è stata una decisa svolta in questo processo: a partire dal 2009, un’ondata di scioperi è andata crescendo nel paese, coinvolgendo sempre più lavoratori di sempre più settori. Oltre agli scioperi, ci sono anche lotte su questioni locali (tariffe, debiti, servizi, ecc.) nelle township, spesso guidate da militanti di base di Anc e Sacp contro i propri dirigenti nelle amministrazioni.

Aumenta la radicalizzazione

Questo aumento della lotta di classe ha avuto effetti anche sulle organizzazioni politiche. Come spesso accade nella storia, i primi a spostarsi a sinistra sono i giovani: già nel 2009 la Lega giovanile dell’Anc ed i Giovani comunisti del Sacp hanno fatto appello per la nazionalizzazione dell’industria estrattiva, dichiarando che il Minerals and petroleum development act era “uno strumento usato dall’élite politica per arricchire l’élite economica”. Poco dopo il Numsa (sindacato dei metallurgici) ha rivendicato la nazionalizzazione delle ricchezze dei nuovi padroni neri Patrice Motsepe e Cyril Ramaphosa, citando l’oscenità della loro ricchezza spettacolare nel mare di povertà che è il Sudafrica. Mentre continuava l’ondata di scioperi (pubblico impiego, insegnanti, minatori, metallurgici, fino allo sciopero generale del marzo 2012), cominciavano anche manifestazioni nazionali che passavano dal terreno sindacale a quello politico come la “Marcia per la libertà economica” convocata ad ottobre 2011 dai giovani dell’Anc. In questo contesto, anche nel Cosatu sempre più dirigenti nazionali hanno cominciato a parlare più a sinistra.
Un altro momento di svolta è stato sicuramente la lotta della miniera di Marikana nell’agosto 2012, con 34 minatori uccisi dalla polizia e 270 arrestati. Anche in quell’occasione si è andata delineando ancora di più una polarizzazione fra i dirigenti delle organizzazioni di sinistra, con i giovani dell’Anc e il Numsa che rappresentavano l’ala più radicale. Alla fine, nel 2013 Julius Malema (segretario della Lega giovanile dell’Anc) ed i dirigenti a lui vicini sono stati espulsi ed hanno formato un loro partito. Non c’è qui lo spazio per un approfondimento sulla controversa figura di Malema. Resta però l’importanza del fatto che la polemica nell’Anc sulle nazionalizzazioni è stata il sintomo di un processo di radicalizzazione dei giovani e del proletariato sudafricano.
Infine, nel dicembre 2013 si è tenuto il congresso nazionale del Numsa, che ha deciso di rompere i legami con l’Anc ed il Sacp e di fare appello per un movimento alternativo della classe operaia. Ha poi dichiarato che non appoggerà nessun partito politico nelle prossime elezioni del 2014 ed ha chiesto al Cosatu di rompere l’Alleanza tripartita e di formare un fronte unico delle forze di sinistra. Inoltre ha convocato una conferenza per il 2014 per valutare la possibilità di fondare un nuovo partito socialista dei lavoratori.

Il futuro del Sudafrica

Gli avvenimenti degli ultimi anni danno un quadro abbastanza chiaro della situazione, dei processi in atto e delle diverse direzioni che stanno seguendo le forze in campo. Se da un lato è evidente che il proletariato sudafricano si sta complessivamente spostando a sinistra (e che i giovani ed i metallurgici sono la punta più avanzata in questo sviluppo), non va dimenticato che la classe dominante ed i ministri al governo si stanno invece spostando sempre più a destra. Non solo il massacro di Marikana ma anche l’introduzione di una serie di leggi anti-operaie di quest’autunno ne sono un esempio. Con l’aggravarsi della crisi economica il padronato sudafricano deve attaccare ulteriormente il tenore di vita delle masse per essere competitivo a livello internazionale. Una perdita di consensi dell’Anc alle prossime elezioni nel 2014, ipotesi plausibile viste le politiche del governo, potrebbe paradossalmente servire da giustificazione per un’ulteriore svolta a destra di questo partito.
è chiaro quindi che lo scontro di classe andrà aumentando nel prossimo periodo. Quello che al momento manca è un’organizzazione che sappia fornire un’alternativa alle masse.
Il Numsa, con le sue ultime decisioni, rischia di rimanere distaccato dai processi che si formeranno nel resto della classe operaia. Fa bene a proporre l’organizzazione di un fronte delle sinistre, ma questo deve avvenire dentro l’Anc, il Sacp e il Cosatu, non fuori.
La maggior parte della classe operaia (e parliamo di quella più grande, più forte e più organizzata del continente) ancora vede l’Anc come il proprio partito, malgrado tutti i misfatti e la corruzione dei suoi ministri. Sempre più militanti, sezioni locali, quadri sindacali, chiederanno l’applicazione integrale della Carta della libertà del 1955, e lo chiederanno prima di tutto all’Anc, che la scrisse allora. Il compito dei marxisti è sì avere un programma rivoluzionario, ma anche avere i mezzi e la tattica per poterlo portare all’insieme della classe operaia.

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