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Diciotto anni fa crollava il regime di apartheid in Sud Africa. Dopo 27 anni di prigione, Nelson Mandela nel giubilo popolare diventava presidente di un governo di unità nazionale che avrebbe dovuto non solo riportare la democrazia, ma farla finita con la miseria terribile delle masse sudafricane. Cosa è cambiato da allora?

Il massacro alla miniera di platino a Marikana ha squarciato il velo dell’ipocrisia. La polizia nera del democratico Stato sudafricano spara sui lavoratori in sciopero uccidendone 34. Centinaia sono i feriti, 270 gli arresti.

Il 10 agosto scorso inizia uno sciopero, a cui inizialmente aderiscono 3mila dei 28 mila dipendenti della miniera. I lavoratori rivendicano pù sicurezza, migliori condizioni, ma soprattutto sono gli addetti al trivellamento, il settore più sfruttato, che traina la mobilitazione, rivendicando un aumento del 300% del salario: da 4mila rand (circa 400 euro) a 12.500.

Nei giorni successivi all’inizio dello sciopero, gli scontri con la polizia lasciano sul campo dieci morti, due dei quali poliziotti presi a sassate dai minatori infuriati. La multinazionale Lonmin, terzo produttore mondiale di platino, dà un ultimatum: i lavoratori devono rientrare al lavoro entro venerdì 17. I lavoratori rifiutano, si rompono le trattative, il giorno 16 la polizia carica i lavoratori sparando indiscriminatamente, portando il totale dei morti a 44, e arresta centinaia di scioperanti. Molti dei cadaveri rinvenuti dimostravano di essere stati sparati alle spalle, mentre tentavano di fuggire alla furia delle cosiddette forze dell’ordine.

Dulcis in fundo, i 270 arrestati vengono accusati insieme ai poliziotti della morte dei loro colleghi, in virtù della vecchia legislazione dell’apartheid ancora in vigore, che considera chi protesta corresponsabile dei disordini. Peccato che gli unici perseguitati siano stati i minatori, nessun poliziotto sospeso o sotto giudizio. Solo la mobilitazione crescente e lo sdegno generale hanno fatto cadere queste accuse e gran parte degli arrestati sono stati rilasciati. Di fronte a questi fatti ci si domanda in cosa si distingue lo Stato democratico da quello dei tempi di Botha e De Klerk.

Nulla è cambiato dall’Apartheid

I lavoratori della miniera non mollano, l’adesione allo sciopero tuttora in corso è in crescita, al 3 settembre solo l’8% dei dipendenti lavorava e il 5 settembre scorso una nuova manifestazione di operai è partita dalla miniera di Marikana alla volta degli altri siti limitrofi della Lonmin al grido “o 12.500 di stipendio o niente”. La protesta si sta allargando ad altre miniere, comprese l’Anglo American Platinum (primo produttore mondiale di platino) e la Golden Filelds, con rivendicazioni analoghe.

L’asprezza dello scontro è stata giustificata da alcuni, soprattutto dal partito di governo, l’African national congress, dalla competizione per il controllo della forza lavoro della miniera tra i due sindacati dei minatori: il Num, affiliato al Cosatu (e a sua volta legato al Partito comunista e all’Anc) e l’Amcu (Sindacato associato di minatori e edili), una scissione del Num nata alla fine degli anni ’90, dopo una vertenza a difesa di minatori esternalizzati in cui i vertici aziendali del Num vennero espulsi dall’organizzazione per estremismo.

Il Num (National union of miners) accusa l’Amcu di promuovere l’avventurismo fra i lavoratori, suscitando aspettative che non possono essere soddisfatte. La realtà è che il Num, nonostante la sua tradizione passata e la sua presenza tuttora dominante (300mila iscritti, contro i 50mila dell’Amcu) viene visto dai lavoratori sempre più connivente con il governo e con le scelte aziendali. Alcuni dei suoi dirigenti siedono nei consigli di amministrazione delle miniere, i gruppi dirigenti sono promotori dei piani aziendali e collusi col padrone attraverso mille accordi. Nei primi giorni dello sciopero alla Lonmin, il segretario del Num ha tenuto il suo comizio dalla camionetta della polizia in mezzo a una contestazione generale.

Il livello di adesione allo sciopero dimostra che i lavoratori sono più che uniti in questa vertenza, fra le vittime degli scontri ci sono tanto sindacalisti dell’Amcu quanto del Num. Grave è l’accusa di teppismo rivolta dal Partito comunista (Sacp) a quei settori di lavoratori (leggi Amcu) che mettono in discussione la linea sindacale del Num.

D’altra parte questa unità su una piattaforma finalmente avanzata non può stupire: un tasso di disoccupazione al 36%, che fra i giovani raggiunge il 70%, metà della popolazione sotto il livello di povertà, 5 milioni di persone su una popolazione di 48 milioni senza elettricità, il 60% dei bambini spinti fuori dal sistema scolastico dopo i 12 anni. Con la crisi economica, dal 2008 oltre un milione di sudafricani hanno perso il lavoro. È evidente che con la democrazia non si mangia, anche se è sempre più chiaro alle masse sudafricane che una parte di neri si è arricchita molto, entrando nelle stanze del potere statale e del potere economico e approfittando degli enormi profitti fatti dalle multinazionali minerarie.

La luna di miele con l’Anc pare proprio finita. Già l’anno scorso oltre un milione di dipendenti pubblici sono entrati in sciopero: migliaia di vertenze per la casa, l’acqua potabile, il minimo indispendabile per una vita decente si sono scontrate con la polizia.

Un salto di qualità nelle lotte

Il massacro di Marikana rappresenta un salto di qualità, è uno shock per tutta la società sudafricana. Non a caso questa vertenza sta producendo dibattito in tutto il paese, mettendo alla prova tutte le organizzazioni.

La struttura giovanile dell’Anc, che già l’anno scorso aveva espresso un programma politico più avanzato e promosso mobilitazioni in contrapposizione con le politiche governative, si è vista espellere lo scorso aprile il suo segretario Julius Malema per aver rivendicato la nazionalizzazione delle miniere senza indennizzo. Oggi Malema promuove una campagna per le dimissioni del presidente Zuma dopo i fatti alla Lonmin, sta raccogliendo grandi consensi ed è un punto di riferimento riconosciuto.

Certo si potrebbe dubitare che un leader, come Malema, che è stato fino a ieri parte dell’establishment e ha costruito parte delle sue fortune attraverso gli appalti statali, stia costruendo la sua futura carriera politica, ma il processo in atto è molto più profondo.

Cresce il protagonismo dal basso, dove in tante vertenze dell’ultimo periodo una delle rivendicazioni principali è il controllo della base sulle trattative; nelle stesse organizzazioni sindacali si è aperto un dibattito sulle prospettive politiche: che fine ha fatto la Carta delle libertà che ha guidato milioni di lavoratori nel movimento di liberazione e per la quale sono morte migliaia di donne e uomini?

Il Partito comunista resta ancorato al sostegno al governo ed è fra i più aspri oppositori delle nazionalizzazioni, per quanto abbia dovuto rispondere alla sua struttura giovanile che risente del clima generale e del dibattito fra i giovani dell’Anc. La crescita del Sacp, in dieci anni da 20mila a 110mila iscritti, segna la ricerca di una via di uscita a sinistra dall’orrore del capitalismo.

Spiace che la risposta di un sindacato come l’Amcu sia quella di dichiararsi apolitico e noncomunista. Per quanto possa essere comprensibile il volersi distanziare dalle forze politiche di governo che tanta distanza hanno messo fra le parole e i fatti, resta la necessità per la classe operaia di trovare risposte politiche.

Un punto avanzato è stato segnato dal sindacato dei metalmeccanici affiliato al Cosatu, il Numsa (Nationale union of metalworkers of South Africa), che ha dichiarato il sostegno alla nazionalizzazione non solo delle miniere, ma di tutti i principali settori dell’economia, come unico mezzo per garantire le risorse economiche a un piano a favore della collettività. Inoltre ha fatto appello a tutto il Cosatu, all’Anc, al Partito comunista e a tutte le forze che hanno sostenuto il movimento di liberazione che all’epoca rivendicava l’orizzonte della rivoluzione socialista, a recuperare la tradizione e soprattutto a recuperare l’indipendenza dal capitalismo sudafricano e internazionale per tornare a rispondere esclusivamente alla propria classe di riferimento, la classe lavoratrice.

Certo non bastano le parole, che nelle formazioni politiche sudafricane si spendono con facilità, ma l’incendio è scoppiato e certe parole possono essere il veicolo attraverso il quale una nuova generazione di militanti rivoluzionari ribalterà tutto il continente.

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