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A nove anni dalla fine della guerra in Kosovo, si ritorna a parlare di questa piccola regione dei Balcani. All’inizio di febbraio il governo di Pristina dichiarerà l’indipendenza dalla Serbia dell’enclave a maggioranza albanese.

Belgrado è contraria, ma i dirigenti kosovari, un tempo fra i capi della guerriglia separatista dell’Uck, hanno sponsor potenti: a favore della secessione vi sono infatti sia gli Stati Uniti che l’Unione europea, Italia compresa. Questi ultimi hanno coscientemente lavorato per questa soluzione: a suo tempo avevano infatti nominato un “mediatore”, il finlandese Martii Ahtisaari che si è sempre proclamato a favore dell’indipendenza.

Per giungere a questo esito le potenze occidentali sono disponibili a soprassedere a tutte le regole della diplomazia internazionale, tanto care ai riformisti ed ai liberali di casa nostra. Quella del Kosovo sarà un’indipendenza unilaterale, perché non concordata con il governo serbo, e non riconosciuta dal consiglio di sicurezza dell’Onu, dove la Russia opporrà il veto ad ogni risoluzione che vada in tale direzione.

Per umiliare la Serbia, Washington e Bruxelles scelgono di ignorare tutte le lezioni della storia dei Balcani degli ultimi vent’anni. Il riconoscimento unilaterale da parte di Germania e Vaticano dell’indipendenza di Croazia e Slovenia fu tra le cause scatenanti della guerra che ha flagellato l’ex-Jugoslavia nel decennio scorso.

Dopo fiumi di sangue e di terrore, quali benefici ha portato l’indipendenza? Il problema delle nazionalità non è affatto risolto: oltre al problema del Kosovo, rimangono aperte le ferite della Bosnia e della Macedonia. Tutte le repubbliche nate dalla fine della Jugoslavia sono satelliti di paesi stranieri e, se si esclude la Slovenia, che per le sue piccole dimensioni è riuscita ad integrarsi nell’Unione europea in maniera relativamente facile, tutte hanno gravi problemi economici e sociali.

Nel Kosovo, ci informa ad esempio la Banca mondiale, il 40 per cento della popolazione vive con meno di due dollari al giorno e metà della popolazione attiva è disoccupata. Non si reggerebbe un giorno di più se non fosse un vero e proprio protettorato Nato, con la presenza di 17mila soldati dell’Alleanza atlantica e una delle più grandi basi Usa nel mondo, Camp Bondsteel, e per gli aiuti internazionali, che equivalgono al 34 per cento del Pil.

Il Kosovo è quindi un avamposto a cui gli Usa non sono disposti a rinunciare, ma la cui dichiarazione di indipendenza potrebbe far precipitare una serie di conflitti ancora irrisolti. Quale sarà il futuro della minoranza serba, in questi anni fortemente discriminata? E quali conclusioni ne potrebbe trarre l’importante minoranza albanese in Macedonia? Lo scorso ottobre si è inoltre aperta la crisi in Bosnia-Erzegovina, con le dimissioni del primo ministro del governo centrale, il serbo Dodik, non ancora rientrate. L’indipendenza del Kosovo non farà che aumentare le spinte centrifughe in Bosnia, visto che la minoranza serba potrebbe chiedere di unirsi a Belgrado come contropartita alla cessione del Kosovo.

Ancora una volta non è con una ristretta visione nazionale che si potrà ricomporre il delicato mosaico balcanico. Nulla di buono può infatti arrivare dai dirigenti serbi. Questi ultimi oggi si sentono più sicuri di sé, visto il ritrovato ruolo da protagonista della Russia di Putin sulla scena mondiale, e fanno la voce grossa nel ribadire l’integrità territoriale della Serbia. Ma nè il “radicale” Nikolic, né il “democratico” Tadic, che si affronteranno al secondo turno delle presidenziali il 3 febbraio, sono realmente interessati al destino della minoranza serba nel Kosovo. A questi politici borghesi la perdita del Kosovo servirebbe per provocare il risentimento serbo, da usare a loro piacimento per allontanare l’attenzione della classe lavoratrice dai problemi reali.

Negli ultimi tre anni infatti in Serbia è stato portato avanti un massiccio piano di privatizzazioni e licenziamenti di massa, in cui le multinazionali russe e greche hanno fatto la parte del leone.

Nessuna voce si è levata contro questi provvedimenti, vista anche l’inesistenza di un partito dei lavoratori nel paese e l’estrema debolezza e moderazione delle organizzazioni sindacali.

La soluzione al problema delle nazionalità nell’ex Jugoslavia non risiede nella creazioni di piccoli staterelli etnicamente puri, ma in un ritrovato ruolo da protagonista della classe operaia, l’unica che possa, attraverso una lotta comune, superare i veleni del nazionalismo. Oggi appare divisa ed indebolita, ma un segnale delle potenzialità esistenti arriva dalla Slovenia, dove lo scorso novembre 70mila persone (in un paese di due milioni di abitanti) di ogni nazionalità sono scese in piazza a Lubiana in difesa dei propri diritti. Presto o tardi, manifestazioni del genere saranno la norma anche nelle capitali della altre repubbliche dell’ex- Jugoslavia.

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