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La Bolivia è sconvolta da una ondata di scioperi e mobilitazioni, iniziate per protestare contro la selvaggia repressione di una pacifica marcia di indigeni che a loro volta manifestavano contro la costruzione di una strada attraverso il Territorio Indigeno e Parco Naturale Isiboro Secure (TIPNIS), una delle più grandi riserve indigene e naturali del paese. In quattro tra ministri e viceministri si sono dimessi, alcuni per protestare contro la violenza gratuita usata dalla polizia per disperdere la marcia indigena che avanzava da Trinidad a La Paz, altri, come il ministro dell’interno, perché travolti dallo sdegno popolare.

Il TIPNIS é habitat naturale di 3 etnie, che vivono in condizioni di miseria assoluta, difendendo un territorio costantemente minacciato da coloni  e dai contrabbandieri del legno. La strada che dovrebbe attraversarlo é un segmento di un “corridoio biooceanico” tra le coste brasiliane dell’Atlantico e quelle cilene del pacifico. È uno dei progetti della Iniziativa per la Integrazione della Infrastruttura Regionales Sud Americana (o IIRSA), un faraonico piano per la realizzazione di centrali, strade e ferrovie per unire i mercati sudamericani, proposto a suo tempo dalla destra brasiliana e difeso da Lula. Il Brasile, che per ovvie ragioni difende a spada tratta la realizzazione della strada, ne finanzia concretamente la costruzione con un prestito di 420 milioni di dollari al governo boliviano.

Il progetto ha scatenato la immediata protesta degli indigeni e delle organizzazioni ambientaliste. Con gli indigeni si è schierata anche l’area del dissenso che da una prospettiva indianista ed ecologista aveva giá rotto pubblicamente con il MAS. La sua critica è che il governo sta violando la sua propria Costituzione, che prevede un referendum tra gli indigeni per ogni opera che interessi i loro territori, e sta abbandonando la prospettiva ambientalista per un piú comodo “modello estrattivo” di sviluppo. Uno dei dirigenti di quest’area, Raul Prada, ha addirittura risposto alla immediata solidarietà dei minatori – che nel loro congresso celebrato un paio di settimane fa minacciavano lo sciopero a difesa dei diritti indigeni – condizionando la loro solidarietà alla “rinuncia al modello estrattivo”. Chiedere a un minatore boliviano cosa pensi del “modello estrattivo di sviluppo” é come chiedergli che pensa della silicosi che continua a falcidiare le loro vite.

Questa posizione, oggettivamente maggioritaria tra gli attivisti pro-indigeni della prima ora, ne indebolisce la lotta per una visione romantica della loro vita. L’ostinazione del governo alla costruzione della strada è per varie ragioni: le pressioni del governo brasiliano ma anche le pressioni delle multinazionali del gas, che continuano a sabotare la produzione, e aspettano di poter cominciare a sfruttare il parco dove immaginano la presenza di petroleo. Infine le pressioni di una borghesia agroindustriale boliviana che con il suo sciopero produttivo ha provocato una esplosione dell’inflazione e una carenza di alimenti, ed è affamata di terre perchè utilizza metodi di cultura estensiva. Non è insomma una questione di modelli di sviluppo, ma di sistema di produzione. Gli indigeni chiedono rispetto ai loro territori, e nella loro piattaforma rivendicativa, esigono anche scuole, ospedali, case, lavoro e terra.

Domenica 25 in modo del tutto inaspettato, la polizia carica la marcia che si trovava a metá strada ed avanzava verso La Paz tra molte difficoltà. Inaspettata perché solo poche ore prima Evo Morales aveva convocato una delegazione di indigeni a trattare direttamente con lui le sue rivendicazioni. Le cariche della polizia sono state brutali. Rastrellavano donne e uomini tra i prati ai bordi della strada, li ammanettavano, imbavagliavano e colpivano ripetutamente a calci e pugni. I bambini erano lasciati sul ciglio della strada mentre le madri venivano arrestate. Gli abitanti del villaggio vicino li hanno raccolti dopo la mezz’ora di terrore scatenata dalla polizia. Uno di essi, intervistato, diceva “a me non interessava questa marcia, ma dopo quello che ho visto se gli indigeni passano di qui di nuovo, marceró con loro”. Evo Morales apparso due volte in televisione ha spergiurato che mai avrebbe dato l’ordine per una cosa del genere, ma ad oggi non è ancora chiaro chi lo ha fatto.

Le tensioni nel governo sono esplose immediatamente dopo, evidenziando quello che si sa da tempo. Esiste una forte corrente nel  MAS e nel governo che non ha nulla a che vedere con le lotte sociali e che nei fini e nei metodi non si differenzia minimamente dai precedenti governi. Questa corrente che – con l’appoggio della borghesia e dell’apparato statale – in pochi mesi ha attacato due simboli diretti delle lotte popolari: il gas (quando volevano imporre un aumento del prezzo dei combustibili) e il movimento indigeno. Sempre per compiacere le pressioni delle multinazionali e dell’imperialismo.

Come marxisti siamo intervenuti nello sciopero della COB (la confederazione sindacale, ndt) per denunciare tanto la violenta repressione come i tentativi di una destra razzista di utilizzarla contro il governo. Quello che é successo dimostra che non é possibile riformare lo Stato borghese e che fin quando esista il latifondo e le ricchezze del paese restano in mano privata, non è possibile difendere l’ambiente nè i diritti degli indigeni, nonostante la nuova Costituzione. Chiediamo alla COB di intervenire in queste mobilitazioni esigendo una svolta anticapitalista e a sinistra nell’azione del governo, cominciando dal completare nazionalizzazioni, liquidare il latifondo ed espellere dal partito e il governo le correnti borghesi.

 

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