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In questi giorni il governo boliviano sta riformando il sistema pensionistico boliviano, con il consenso della direzione sindacale della Central Obrera Boliviana (COB). In un momento nel quale in Europa e in altre parti del mondo si dichiarano tagli alle pensioni e si eleva l’etá pensionabile, la riforma boliviana in aperta controtendenza aumenta le pensioni e riduce da 60 a 58 anni l’etá per la pensione di vecchiaia.

 

Per questo la riforma attira le simpatie di lavoratori di tutto il mondo. Ciononostante, vista nella prospettiva del processo rivoluzionario boliviano, questa riforma lascia scontenti molti lavoratori e segnala le contraddizioni di un processo riformatore che non si é ancora smarcato dalle logiche di sfruttamento.

Com’era prima

L’America Latina fu il laboratorio del sistema dei Fondi Pensione e di quella che in Europa é conosciuta come “previdenza complementare”. Il Cile di Pinochet fu il primo ad introdurre il sistema qui conosciuto come capitalizzazione individuale (la nostra previdenza complementare ndt) nel quale non é lo Stato che paga le pensioni con versamenti padronali, ma sono gli stessi lavoratori a versare una quota del proprio salario per accumulare il diritto alla pensione, che sará calcolata sulla base della redditivitá del fondo pensione.

In Bolivia la controriforma delle pensioni arrivó nel 1996, quando s’era conclusa l’ondata di privatizzazioni che aveva messo in ginocchio il movimento operaio privandolo temporaneamente della capacitá di reazione. Scomparvero d’un colpo il contributo statale e quello padronale che erano stati conquistati e difesi dai lavoratori dopo la Rivoluzione del 1952, sostituiti dai versamenti dei lavoratori che finivano in due fondi pensione amministrati rispettivamente dal BBVA, banca spagnola, e dal gruppo Zurich.

Un lavoratore poteva andare in pensione quando a) avesse accumulato contributi tali da permettergli una pensione non inferiore al 70% dell’ultimo salario o b) quando avesse raggiunto i 60 anni di etá e decidesse di pensionarsi con quello che aveva. La pensione sarebbe poi stata calcolata sulla base del capitale versato e degli anni di vita rimanenti, stabiliti con parametri statistici secondo i quali ogni anno vissuto aumenta di un anno l’aspettativa di vita.

Come sará


I principali pregi della riforma sono riassunti nella tabella predisposta dal ministero che spiega anche perché la riforma sia accolta con favore particolarmente da quei lavoratori, definiti la generazione sandwich, che si trovarono intrappolati nella controriforma del 1996. La fila “Pensión Ley 1732” corrisponde a quello che spetterebbe a un lavoratore con la controriforma del 1996 dopo 35 anni di contributi. Un lavoratore che si pensioni con 3500 bolivianos riceverebbe oggi una pensiones di 1154 bolivianos, pari a 128 euro circa. Ricordiamo che secondo l’Istituto Nazionale di Statistica una famiglia in Bolivia avrebbe bisogno per vivere di almeno 3500 bolivianos, circa 390 euro. É questa la ragione per la quale molti lavoratori restano sul posto di lavoro fino alla morte.

La riforma delle pensioni istituisce un “Fondo Solidario” che va ad integrare le pensioni dei lavoratori. Inoltre permette ad un lavoratore in nero o precario con 10 anni di contributi di pensionarsi con il 70% del Salario Minimo Nazionale, percentuale che oggi corrisponderebbe a 500 bolivianos circa (56 euro). L’etá pensionabile scende da 60 a 58 anni, 55 per una lavoratrice con tre figli (un anno in meno per ogni figlio) e fino ad un massimo di 51 anni per i minatori, in considerazione del carattere usurante del lavoro in miniera. Quello che spetterebbe ad un lavoratore con 35 anni di contributi sulla base della riforma é riportato nella riga Pensión Final. La differenza economica tra il vecchio sistema e quello che sta nascendo in queste ore é la principale ragione di cauta soddisfazione tra i lavoratori.

I limiti

Tuttavia non é tutto oro quello che luccica. In primo luogo solo il 5% della popolazione boliviana (10 milioni di abitanti) supera i 65 anni di etá, e la speranza di vita alla nascita é di 66 anni, 10 anni in meno che in Cile o Argentina. La riduzione dell’etá pensionabile é sacrosanta ma non puó essere letta come un merito assoluto senza tener conto di questi dati. In secondo luogo, e questo é il tema piú controverso, chi paga il Fondo di Solidarietá?

Questo fondo, destinato come dicevamo ad aumentare le pensioni, sará finanziato principalmente dai lavoratori. I giá miseri salari boliviani soffriranno un aumento delle trattenute dal 10 al 13% sul salario lordo, da ora in poi anche sulle tredicesime, oltre ad una trattenuta del 20% sui versamenti per la copertura assicurativa per malattia e incidenti sul lavoro. Lo Stato non contribuisce in nessun modo ed i padroni lo faranno solo con un 3% sul totale lordo del salario dei loro dipendenti.



Nella tabella c’è una riga, la terza dall’alto, che indica le Compensazioni Contributive (CC). Si tratta di quello che spettava come contributi versati prima che entrasse in vigore il sistema della capitalizzazione individuale. Come si vede questa voce rappresenta la parte piú consistente della pensione che spetterebbe a un lavoratore con la Legge 1732 vigente fino all’approvazione dell’attuale riforma. Quando peró si saranno pensionati tutti quelli che hanno cominciato a lavorare prima del 1996, da dove si prenderanno i soldi delle compensazioni contributive? La legge lo dice espressamente: da un ricalcolo – che avverrá ogni 5 anni – delle aliquote per le trattenute.

Inoltre come si puó facilmente vedere la percentuale della pensione sull’ultimo salario non sará del 70% come promesso dal governo. Raggiungeranno queste somme solo quei lavoratori, una minoranza, che arrivano alla pensione con salari ridicoli di 1500 e 2000 bolivianos. La fascia piú consistente di lavoratori arriva alla pensione tra i 3000 e i 4000 bolivianos, i minatori 4500 e anche di piú. Loro riceveranno un 60% dell’ultimo salario. Per pensionarsi a 51 anni di etá con una pensione pari al 60% del suo salario un minatore dovrebbe essere entrato in miniera a 16 anni, cosa anche normale in Bolivia ma insomma non abbiamo lottato per questo. L’altissimo livello di precarietá – il 48% degli occupati in Bolivia non ha un lavoro stabile – ha ridotto salari e servizi sociali. I precari, gli stagionali e quelli che lavorano in nero non avranno la possibilitá di versare 120 mensilitá al sistema pensionistico, perché con il poco che guadagnono debbono sopravvivere. Per loro non ci sará una pensione ma la “renta dignitá” di 2400 bolivianos, 267 euro, all’anno.

La posizione del governo

Questi sono solo alcuni dei limiti piú evidenti di questa riforma che chiede solidarietá ma solo ai lavoratori, in base a una logica sballata secondo la quale poiché in Bolivia si muore di fame quelli che mangiano – i lavoratori – sono dei “privilegiati”. Piuttosto che insistere sulle limitazioni della riforma é molto piú interessante analizzare le contraddizioni dalle quali nasce.

Il governo sostiene che una piú consistente partecipazione padronale e statale al sistema previdenziale disincentiverebbe gli investimenti. Quello degli investimenti é un problema reale. Quelli privati sono crollati del 52% lo scorso anno, nonostante gli alti tassi di crescita del PIL, mentre quelli pubblici si perdono in una tela burocratica che é alimentata e alimenta forme di clientelismo e corruzione nelle fila del MAS. Per sostenere gli investimenti l’aumento salariale decretato lo scorso anno é stato inferiore alla inflazione reale. Il risultato é che l’economia boliviana invece di diversificarsi é sempre piú dipendente dall’esportazione di materie prime, mentre cresce (+24%) l’importazione dei prodotti alla base della dieta boliviana, come patate, farina, riso, zucchero, segno che le politiche del governo di sostegno alle famiglie senza reddito hanno raggiunto un qualche effetto, ma anche che l’economia contadina continua ad essere sostanzialmente di sopravvivenza.

Nel frattempo le multinazionali, soprattutto minerarie e del gas, continuano a saccheggiare il paese, corrompendo comunitá e funzionari di governo. San Cristobal, il piú grande giacimento di zinco in Bolivia, ha esportato 1500 milioni di dollari in minerale nel 2010, pagando tasse per 90 milioni di dollari, che non coprono neppure le spese pubbliche per bonificare le aree e le acque che l’attivitá mineraria contamina. Queste contraddizioni stanno cominciando a mettere in fibrillazione la classe operaia boliviana, e il dibattito sulla riforma delle pensioni ne é testimonianza.

La burocrazia sindacale

In realtá questo dibattito non passa per le sedi ufficiali. La burocrazia della COB ha blindato la legge. Rispondendo a sollecitazioni del governo, che dalla legge aspetta anche una riduzione del debito pubblico verso gli attuali Fondi Pensione che sarebbero nazionalizzati, la legge é stata approvata in poche ore dal Comitato Centrale della COB al chiuso di 4 pareti, mentre all’esterno marciavano operai di fabbrica e insegnanti che chiedevano 90 giorni per analizzare il contenuto della riforma in assemblee di base.

La COB aveva presentato una propia proposta, che prevedeva partecipazione statale e padronale, etá pensionabile a 55 anni e 70% minimo della pensione sull’ultimo salario. La burocrazia sindacale ha rinunciato alle sue proposte abbracciando il testo dell’esecutivo. Questo ha creato molto malumore e divisione tra i lavoratori. La burocrazia sindacale, appoggiandosi ai settori piú arretrati della classe ed a quelli che comprensibilmente vedono questa riforma solo in relazione alla legge ancora in vigore, ha cominciato una caccia alle streghe nelle fila del sindacato. Si minaccia di espulsione chi promuova mobilitazioni o discussioni sulla riforma delle pensioni, che deve considerarsi un capitolo chiuso.

Nella COB si sta rinviando il congresso da 3 anni. L’attuale burocrazia gode della benevolenza del governo e ricambia strozzando il dibattito tra i lavoratori. Si tratta della conseguenza naturale di una rivoluzione che mentre alimenta il discorso sul socialismo, nello stesso tempo pretende di sviluppare la Bolivia sulle basi del capitalismo e dell’iniziativa produttiva privata. Non c’é verso né possibilitá di quadrare questo cerchio: si tengono unite le masse con l’obiettivo del socialismo, questo alimenta nelle masse aspettative e rivendicazioni, ma queste devono essere contenute in nome del sacro diritto dei capitalisti al profitto senza il quale gli investimenti non arrivano, in questo remare controcorrente il governo non fa altro che allontanare da se settori sempre piú consistenti di lavoratori preparando la sconfitta.

Per la democrazia sindacale

Quest’atteggiamento della burocrazia sindacale sta provocando malumori sempre piú espliciti tra i lavoratori. Oggi il fronte sindacale é diviso e indebolito perché la maggioranza tra i minatori – il settore piú piccolo ma decisivo per l’economia boliviana – accoglie con favore il trattamento di riguardo che la riforma gli riserva. Ma anche tra i minatori c’è insoddisfazione per come vanno le cose. Guido Mitma, segretario del sindacato nazionale minatori ha giá considerato irricevibile la proposta di un aumento salariale del 5% che il governo intende presentare al sindacato insieme ad un intero pacchetto di riforme giá criticato dalla classe operaia. Il MAS invece di ascoltare queste critiche sostiene l’opportunismo della attuale burocrazia sindacale, ma alla lunga questa strategia si rivelerá controproducente.

Dalle pagine della nostra rivista e con l’attivismo dei nostri militanti stiamo cercando di intervenire concretamente in questa prospettiva che in modo dialettico vede rimettersi in marcia la classe operaia boliviana la quale – con un governo che rivendica il socialismo ed é forte dei 2/3 del parlamento – si sente incoraggiata a spingere per riforme radicali. La nostra campagna per la democrazia sindacale, che sosteniamo con la nostra rivista e proposte di risoluzione ai sindacati di base che possiamo raggiungere, é ben accolta tra i lavoratori cosí come tra alcuni militanti di base del proprio MAS. Contrariamente a quanti si limitano alla critica al governo e la maggioranza dei minatori cerchiamo di spiegare pazientemente mettendo l’accento sul terreno comune della lotta per i lavoratori. Perché il braccio di ferro che si annuncia tra governo e il movimento operaio sará decisivo per le sorti della rivoluzione boliviana.

Potosí, 4 dicembre 2010

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