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I fatti

“Dirò ai miei lettori che abbiamo di fronte non una bolla ma un po’ di schiuma – molte piccole crisi locali che non cresceranno mai a una scala tale da minacciare la salute dell’economia nel suo complesso” (Alan Greenspan, nella sua autobiografia “The Age of Turbulence”, pubblicata il 19 settembre 2007)

Frasi come queste, scritte da chi per decenni è stato chiamato “l’Oracolo” per la sua capacità (si diceva) di prevedere e addirittura indirizzare il futuro dell’economia mondiale ora sono taciute con imbarazzo dai cosiddetti “mezzi di comunicazione”.I giornali e i media hanno celebrato per decenni i fasti e le grandi qualità dell’economia di libero mercato. Intellettuali una volta “marxisti” o semplicemente di sinistra si sono riconvertiti al liberismo con una velocità e uno zelo stupefacenti. Ogni critica è stata cancellata, sepolta.

Tuttavia, “i fatti hanno la testa dura” come diceva Lenin e da qualche mese le cose sono cambiate. La gravità della crisi economica internazionale non può più essere nascosta e non si possono cancellare i fatti. Ora i media devono citare dati sulla crisi, ma rimane tuttavia l’abitudine inveterata di distorcerli, confonderne il significato, sminuirli.

Per questo ci sembra utile commentare alcune statistiche significative sull’andamento della crisi.

Casa addio

Nel 2008, 1,7 milioni di americani perderanno la propria casa, il doppio del 2006. Entro il 2012 potrebbero perderla altri 3,6 milioni (”BusinessWeek” 15.10.08).
È la fine del sogno americano che una vita di lavoro e di sacrifici ripagasse con una bella casetta da lasciare ai figli.

I debiti degli americani

Negli ultimi dieci anni, i consumatori americani hanno acquistato merci per 3.000 miliardi di dollari in eccesso rispetto all’aumento del reddito che hanno avuto nello stesso periodo. La differenza è stata coperta dall’aumento dei debiti. Se si  esclude il consumo, l’economia statunitense è in realtà quasi ferma da dieci anni (“BusinessWeek” 22.10.08).
L’aumento del credito può rimandare le crisi ma non può eliminare il funzionamento anarchico e ciclico del capitalismo. E ora i nodi stanno venendo al pettine.

Le borse e il lungo periodo

Il 28 ottobre, l’indice Nikkei della borsa giapponese è sceso a 7163, il livello più basso dal 1982, 26 anni fa, quando dominavano Reagan e la Thatcher (“Wall Street Journal” 28.10.08).
Ciò mette a tacere chi sosteneva  (per esempio quando ci volevano convincere di investire il nostro TFR nei fondi pensione) che nel “nel lungo periodo” la borsa conviene sempre. Un quarto di secolo è un tempo sufficientemente lungo per rovinare la vita di generazioni di risparmiatori e lavoratori.

Problemi con le carte di credito

Un nuovo fronte di crisi economica per gli Stati Uniti potrebbe essere quello delle carte di credito. Solo nella prima metà del 2008 i big del settore hanno dovuto stralciare (cioè cancellare) 21 miliardi di dollari di crediti ormai inesigibili. Si prevede che la cifra salirà a 55 miliardi entro 18 mesi (“Corriere della Sera” 30.10.08).
Eventuali stimoli del governo all’economia serviranno solo per ripagare i debiti.


L’inutile keynesismo giapponese

Il premier giapponese Aso ha annunciato un nuovo piano di stimolo economico per 26.900 miliardi di yen (circa 275 miliardi di dollari) per rafforzare i consumi e spronare gli investimenti (“Il Sole 24 Ore” 31.10.08).
Con questa manovra, la seconda in pochi mesi, il debito statale giapponese supererà il 165% del Pil. Quindici anni di politica keynesiana (tassi d’interesse a zero, spesa pubblica, sgravi) in Giappone hanno solo aumentato i debiti senza tirare fuori il paese dalla recessione.

I fondi pensione cadono a picco

CALPERS è il più grande fondo pensione di dipendenti pubblici degli Stati Uniti, con un milione e mezzo di aderenti e un attivo che l’anno scorso sfiorava i 250 miliardi di dollari. Quest’anno il fondo ha già perso 50 miliardi. Se la borsa non si riprenderà, lo stato californiano, da cui il fondo dipende, potrebbe essere costretto a ridurre le pensioni o aumentare le tasse (“Daily Telegraph” 23.10.08).
Come sempre, quando i fondi pensione crollano, lo Stato deve salvarli. Peccato che per  oltre dieci anni ci hanno raccontato che bisognava mettere soldi nei fondi pensione perché l’INPS era in crisi.

Quanti soldi stanno utilizzando per ridurre la crisi?

L’intervento pubblico nell’economia è tornato di moda. Dall’inizio della crisi i governi dei paesi dell’OCSE hanno già effettuato interventi nel solo settore bancario per i seguenti importi:

* 3.705 miliardi di euro di garanzie
* 500 miliardi di euro di iniezioni di capitale
* 503 miliardi di acquisto di attivi
* 954 miliardi di euro “varie”.

In tutto si tratta di quasi 5.700 miliardi di euro (“Financial Stability Report” della Bank of England, ottobre 2008), qualcosa come il 40% del Pil dell’Unione Europa, o il 13% circa del Pil mondiale. E non è che l’inizio.
Con che coraggio si parla poi di necessità di razionalizzare la spesa pubblica o di “sprechi” è un mistero.

Deflazione?

L’indice del costo delle materie prime compilato dal Journal of Commerce è calato a un tasso annuo del 56% nella settimana che si è chiusa il 2 novembre, il calo maggiore dal 1949 (”Bloomberg” 3.11.08).
La deflazione ha accompagnato, con alti e bassi, l’economia giapponese per quasi 15 anni, contribuendo alla stagnazione del paese. Una deflazione negli Stati Uniti, che sono molto più indebitati - sia a livello di famiglie e imprese che di governo -  di quanto fosse il Giappone all’inizio degli anni ’90, avrebbe effetti molto più pesanti. Infatti la deflazione, in quanto riduce i prezzi assoluti delle attività (reali e finanziarie) peggiora la situazione dei debitori e nessuno è indebitato come gli americani.

4 novembre 2008

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