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Il 23 e il 24 maggio in Egitto si sono tenute le prime elezioni presidenziali dalla cacciata di Mubarak. E se dal voto sembra emergere uno scenario che il “The Guardian” definisce da incubo per molti egiziani, è necessario analizzare il risultato per capirne meglio i risvolti e come si inserisce nel processo rivoluzionario.

Il risultato elettorale vede al primo posto Mursy, candidato del Partito libertà e giustizia (Plg), espressione politica dei Fratelli musulmani, con il 25.9% e al secondo posto Shafiq, rappresentante del vecchio regime, nominato da Mubarak primo ministro nei giorni della rivoluzione, con il 24.5%. Questi due candidati si scontreranno ai ballottaggi previsti il 16 e 17 giugno.

Al terzo posto è arrivato un candidato nasseriano, espressione del movimento rivoluzionario, Sabbahi, con il 21.1%. Quarto Abu al-Futouh, ex membro ed ex dirigente dei Fratelli musulmani, ma candidato indipendente a queste elezioni, espressione dell’Islam moderato (anche se ha ottenuto l’appoggio del partito salafita al-Nour); anche Abu al-Fotouh era considerato candidato “rivoluzionario,” avendo ottenuto l’appoggio di alcuni rappresentanti di spicco del movimento. Si era conquistato molte simpatie per aver organizzato i soccorsi in Piazza Tahrir, in quanto presidente del sindacato dell’ordine dei medici. Quinto Amr Moussa (11.3%), ex capo della Lega Araba, candidato che molti media occidentali davano per vincitore, probabilmente riportando le speranze dei rispettivi governi. Chiaramente è soprattutto la conquista del secondo posto da parte di Shafiq a gettare nello sconforto, perché come dicono molti “è come se la rivoluzione non ci fosse mai stata”. Ma ad un’analisi più attenta si vede come la società egiziana in realtà sia piuttosto divisa e si stia delineando una polarizzazione sempre maggiore. Si evince, infatti, che Sabbahi ottiene maggiori consensi nelle zone urbane, ad esempio al Cairo e ad Alessandria. Inoltre un articolo apparso su almasry alyoum evidenzia come ad Alessandria emerga un voto di classe. Nella zona vecchia di Alessandria, i cui quartieri sono abitati per lo più da operai che vivono con meno di 800 LE al mese (106 euro), i voti sono andati a Sabbahi e ad Abu al-Fotouh.

La conquista del secondo posto di Shafiq è dovuta probabilmente alla campagna elettorale incentrata sulla sicurezza, problema molto sentito allo stato attuale. Vengono però segnalati numerosi brogli elettorali, non solo da parte di Shafiq, ma anche di Mursy e Abu al-Fotouh. I loro sostenitori avrebbero continuato la campagna elettorale anche a urne aperte. La compravendita dei voti sembra essere stata massiccia.

È evidente che la situazione si sta facendo incandescente. I Fratelli musulmani stanno cercando di costruire un Fronte nazionale contro Shafiq. Curioso vedere come i due candidati al secondo turno si facciano paladini della rivoluzione: i Fratelli musulmani l’hanno appoggiata di malavoglia e si sono subito mostrati ben felici di trattare col regime, mentre l’immagine di Shafiq quale difensore della rivoluzione francamente si commenta da sola.

Dal canto loro i giovani sono prontamente tornati in piazza chiedendo a gran voce che Shafiq venga espulso dal processo elettorale ed al secondo turno passi Sabbahi. Tra loro, Khaled Ali, candidato arrivato settimo, avvocato e attivista per i diritti dei lavoratori. Una sede della campagna elettorale di Shafiq è stata incendiata a Dokki (quartiere del Cairo).

L’esito elettorale dimostra principalmente una debolezza del fronte rivoluzionario, in particolare dal punto di vista organizzativo. Non è riuscito a strutturare comitati permanenti che garantissero un livello di discussione, un’elaborazione di una strategia, una campagna di lotta ed un legame con la classe operaia che vedesse in esso un’alternativa reale. Soprattutto, è stato incapace di creare un vero programma di lotta per una reale trasformazione della società, che può essere solo in senso socialista. I lavoratori e i giovani si sono nuovamente mostrati pronti a lottare, se riusciranno a superare questo limite riusciranno a vincere e a rilanciare la rivoluzione in tutto il Medioriente.

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