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L'editoriale del n. 270 di FalceMartello

Le elezioni greche del 25 gennaio hanno segnato un cambiamento qualitativo nella crisi del capitalismo europeo. La Grecia esprime in forma concentrata le contraddizioni dell’intera eurozona.

Le forze politiche che per cinque anni hanno applicato l’austerità sono uscite demolite dalle urne. La vittoria di Syriza ha assunto dimensioni anche maggiori del previsto generando una accelerazione drammatica degli avvenimenti.

Lo scontro tra il governo greco guidato da Tsipras e i “falchi” dell’Unione europea, guidati dal ministro tedesco Schäuble e dal presidente dell’eurogruppo Dijsselbloem appare, mentre scriviamo, bloccato in un muro contro muro. Per due volte nel giro di pochi giorni le speranze di un rapido accordo si sono frantumate.

Il motivo della rottura non è affatto nella “intransigenza” del governo greco. Al contrario: nel corso degli ultimi mesi Tsipras e il suo Ministro delle finanze Varoufakis hanno moderato in modo significativo le proprie posizioni. Dalla posizione iniziale di ripudio del debito e dei Memorandum imposti dalla Troika si è passati alla proposta di rinegoziare il debito, e successivamente alla richiesta ancora più modesta di un prestito ponte per potere discutere con tempi più lunghi, in cambio dell’implementazione del 70 per cento delle “riforme” richieste.

Il punto è che la controparte non ha un problema rispetto alla “ragionevolezza” delle proposte greche. Sanno benissimo, come lo sa chiunque sappia usare una calcolatrice, che il debito greco è insostenibile e in un modo o nell’altro almeno in parte non verrà ripagato. Sanno anche che questo debito è in gran parte in mano a istituzioni pubbliche e che persino una insolvenza della Grecia non colpirebbe direttamente le banche, almeno non in misura fondamentale.

Il motivo dell’intransigenza dei 19 è profondamente politico. Per ogni regime arriva prima o poi il momento dello stallo: quello, cioè, nel quale ostinarsi nel perseguire la vecchia politica conduce direttamente a una esplosione sociale, mentre il tentativo di modificarla in extremis apre le porte al rischio della medesima esplosione. Il regime dell’austerità imposto in questi anni da tutti i governi (destra, sinistra, unità nazionale) è arrivato precisamente a questo bivio.

Il “programma di Salonicco”

Secondo indiscrezioni del tutto verosimili, il ministro greco Varoufakis era già disponibile a firmare una prima intesa il 12 febbraio, ma è stato bloccato dallo stesso Tsipras. I negoziatori erano chiusi in qualche stanza ovattata a Bruxelles, ma Tsipras aveva di fronte piazza Syntagma ribollente di manifestanti che non avrebbero mai accettato una capitolazione.

Analogamente anche fra i 19 ministri europei non mancherebbero le colombe disponibili a venire incontro a Tsipras con concessioni parziali. Ma come le masse greche non sono disposte ad accettare la resa, sul fronte opposto l’ala dura della borghesia tedesca vede qualsiasi concessione come l’inizio di una reazione a catena inarrestabile.

La cosa che più temono non è di perdere qualche decina di miliardi di euro, ma la breccia nelle politiche anti-operaie e anti-sociali che hanno devastato l’Europa. “Il programma di Salonicco”, sul quale Syriza ha vinto le elezioni, non è particolarmente radicale ed è anche più moderato del programma del 2012 (che ad esempio prevedeva la possibilità di nazionalizzare il sistema bancario). Tuttavia ce n’è a sufficienza per scatenare il sacro orrore dei padroni di tutta Europa. Riportare il salario minimo a 750 euro (quando un terzo dei lavoratori ne guadagna meno di 470); ripristinare i diritti sindacali e i contratti collettivi (attualmente il 93 per cento di lavoratori non ne gode); riaprire la televisione pubblica; garantire misure minime di emergenza (forniture elettriche e gas, blocco dei pignoramenti, aiuti a quelle 400mila famiglie prive di alcun reddito…) in un paese in cui quattro milioni di persone, un terzo del totale, vive in povertà… sono misure minime, per non dire insufficienti: eppure sono considerate una provocazione inaccettabile.

La Grecia pesa per circa il 2 per cento del Pil dell’Eurozona; ma dietro lo scontro con Atene si profila il ben più intrattabile problema spagnolo. La domenica successiva alle elezioni in Grecia, Podemos ha portato 300mila persone in piazza a Madrid e punta apertamente ad essere il primo partito alle elezioni politiche di novembre. L’economia è in crisi profonda, i movimenti di protesta si susseguono, e una crisi sul debito in Spagna potrebber portare alla fine dell’euro.

Quale compromesso?

È possibile che la contrapposizione porti dritto a una insolvenza come quella cipriota; ma è anche possibile, forse persino probabile, che un passo prima dell’abisso le parti arrivino a un compromesso, e bisogna capirne le basi. Le elezioni greche sono state un colpo reale per la classe dominante, che almeno in parte ha perso il controllo della situazione. Le masse sono uscite dall’apatia temporanea che le attraversava e intervengono direttamente sulla scena politica; vogliono vedere la fine dell’austerità, del saccheggio del paese e prendono molto sul serio le promesse elettorali di Tsipras.

Qualche dirigente borghese un po’ meno ottuso di Dijsselbloem potrebbe quindi spiegargli garbatamente in un orecchio che se si butta un fiammifero nella benzina di solito ne nasce un incendio.

Non è un caso che la Bce di Draghi stia bene attenta a tenere sì la corda corta, ma senza soffocare le banche greche, così come non sono causali gli appelli a un mutamento di rotta anche su giornali non certo di sinistra, a partire dal Financial Times che il 15 febbraio presentava un articolo di W. Münchau con un titolo sorprendente: “Atene deve tenere duro contro le politiche fallimentari dell’eurozona”.

Ma lo scopo di un eventuale accordo non sarebbe quello di aprire la strada alle riforme sociali in Grecia o in Europa, bensì quello di guadagnare tempo, stringere gradualmente il cerchio attorno a Syriza, rendere sempre più difficile l’applicazione del suo programma, costringere Tsipras ad arretrare, sporcare l’immagine del nuovo governo, dividere il suo partito. Lo ha spiegato con encomiabile chiarezza il capo della socialdemocrazia tedesca Martin Schulz, presidente del parlamento europeo: “Le elezioni sono passate, mi congratulo con Syriza per la sua notevole vittoria, ma ora è necessario che la retorica venga sostituita in larga misiura da soluzioni pragmatiche che vadano bene ad entrambe le parti. Succede così per qualsiasi partito vada al governo, in qualsiasi parte del mondo”. (Ekathimerini, 30 gennaio). A questo servono appunto i socialdemocratici: a spiegare che le elezioni servono a prendere in giro il popolo, mentre il governo serve a fare quello che vogliono i padroni!

Sostenere la lotta del popolo greco!

Ci sono troppe rumorose paperelle “di sinistra” in Italia che pensano che sostenere il popolo greco significhi adornarsi di bandierine, scendere in piazza ballando il sirtaki e gridare viva Tsipras. Cercano il segreto della sinistra greca nelle doti di Tsipras o nelle supposte speciali caratteristiche del suo partito, e quanto più li scrutano da vicino, tanto meno capiscono.

Il motivo per cui oggi in Grecia si è aperta una breccia è uno solo: l’azione coraggiosa, diretta e instancabile dei lavoratori e dei giovani che per quattro anni si sono battuti nelle piazze, negli scioperi generali, nelle rivolte per opporsi al massacro sociale e che alla fine hanno impugnato Syriza come uno strumento politico per tentare di cambiare la situazione.

Nello scontro fra il governo di Atene e le istituzioni europee non abbiamo alcun dubbio su dove schierarci: sosteniamo il diritto del popolo greco a decidere del proprio destino, a rompere i patti da strozzinaggio imposti dal capitale finanziario con la collaborazione dei governi precedenti, e a prendere controllo di tutte quelle risorse necessarie a garantire condizioni di vita dignitose all’insieme della popolazione.

Al tempo stesso vogliamo avvertire con forza del pericolo che incombe non solo sui lavoratori e sul popolo greco, ma su tutti noi. Se il governo greco non sarà disposto ad intraprendere le misure più decise per controllare i capitali, prendere in mano le banche, invertire le privatizzazioni, e assumere il controllo delle leve fondamenali dell’econonimia, a medio termine va incontro a un pericoloso fallimento che potrebbe aprire la strada alle forze di estrema destra. Queste ultime sono oggi marginali ma sulla delusione popolare la demagogia dei neofascisti può trovare consensi.

Oggi gli occhi di tutti i lavoratori europei sono puntati sulla Grecia. Ma proprio per questo il migliore sostegno che possiamo dare ai lavoratori e al popolo greco non è quello applaudire da bordo campo, ma di adoperarci per il rilancio del conflitto di classe nel nostro paese.

23 febbraio 2015

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