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Gli omicidi dei principali esponenti della coalizione della sinistra tunisina (Fronte popolare) Chokri Belaid e Mohamed Brahmi hanno innescato una raffica di mobilitazioni contro il governo islamista di Ennahda, mandante politico di questi assassinii.

Taieb Aguili – componente della commissione per la ricerca della verità sugli omicidi di Belaid e Brahmi – ha infatti dichiarato di aver scoperto documenti che provano come il Ministero degli interni fosse a conoscenza dell’organizzazione di queste uccisioni, materialmente realizzate da gruppi salafiti, almeno undici giorni prima dei fatti.

La principale organizzazione sindacale, la Ugtt, ha organizzato scioperi generali che hanno portato in piazza centinaia di migliaia di lavoratori. Gli stessi assassinii dei due leader del fronte popolare erano la reazione di Ennahda alle mobilitazioni contro il governo e contro l’abbassamento dei salari. Le mobilitazioni operaie hanno peraltro portato alle dimissioni di Ali Larayedh, il premier di Ennahda. La cacciata del governo poteva essere il primo passo per la costruzione di un’alternativa di sinistra agli islamisti, che raccogliesse la vera eredità della rivoluzione tunisina dei gelsomini.

Al contrario, dopo l’annuncio delle dimissioni del governo, si è aperto uno sfiancante percorso di dialogo nazionale tra Ennahda e il fronte di salvezza nazionale, coalizione dei partiti laici e popolari, caldeggiato proprio dal sindacato insieme alla Lega tunisina per i diritti dell’uomo, all’organizzazione del padronato tunisino e all’associazione degli avvocati, con Ali Larayedh in carica per sbrigare gli affari correnti.

Accanto al dialogo nazionale procedono i lavori dell’Assemblea costituente che dovrebbe redigere una nuova Costituzione e indire nuove elezioni, se non fosse che di tutta questa architettura non funziona niente: il dialogo nazionale non ha prodotto nessun nome condiviso, la Costituzione non c’è, lo Stato d’emergenza è stato prolungato di otto mesi ed Ennahda sopravvive a se stessa in un clima di confusione. A pochi giorni dalla scadenza temporale fissata affinché il dialogo nazionale partorisse il nome del nuovo premier, Houcine Abassi, segretario generale della Ugtt, ha affermato che, se i partiti non arriveranno ad un accordo, il sindacato e le altre associazioni presenteranno un nome all’altezza.

Nel vuoto di potere, la violenza fuori controllo dilaga nelle strade: ad ottobre nove poliziotti sono morti in scontri con bande armate e, per la prima volta dallo scoppio della rivoluzione, sono state prese di mira da attentati terroristici due importanti località turistiche. Questi segnali di guerra civile hanno portato il Club Med ad annunciare la chiusura nel 2014 della sede turistica di Hammamet.

A differenza di quello che pensano i rivoluzionari “platonici” di cui sono pieni i gruppi dirigenti della sinistra in Europa, infastiditi quando si parla di rivoluzione araba perché ancora non hanno visto i soviet al potere, la caduta di Morsi in Egitto e di Larayedh in Tunisia dimostra che le masse non sono prigioniere dei partiti islamisti.

Gli scioperi e le rivolte hanno prima fatto cadere Mubarak in Egitto e Ben Alì in Tunisia, successivamente hanno demolito l’illusione che i Fratelli musulmani ed Ennahda potessero essere un’alternativa, che ora operai e giovani cercano a sinistra.

Se in Tunisia i lavoratori sono frastornati non è per fiacchezza ma per l’appoggio del loro sindacato alla necessità di uscire dalla crisi insieme all’associazione dei padroni contro cui fino a ieri hanno lottato. L’avanguardia rivoluzionaria, nel fuoco di questi avvenimenti, spazzerà via le direzioni operaie residuo di un periodo storico morto e sepolto e porterà a termine i compiti della rivoluzione in Tunisia e nel mondo arabo

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