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Alle prese con l’intervento della Nato

Il 9 settembre, per i cittadini macedoni, non è una data fra tante. Esattamente il 9 settembre di dieci anni fa, infatti, l’ex Repubblica jugoslava della Macedonia dichiarava la propria indipendenza; "Buona festa, se avete qualcosa da festeggiare": così è stata salutata l’importante giornata da un autorevole quotidiano di Skopje. In tale sarcasmo si legge l’amarezza di chi, dopo aver gioito, dieci anni orsono, per la liberazione dall’"oppressione" di Belgrado, deve oggi fare i conti con il dispotismo ben più vincolante di Washington e Bruxelles, le capitali in cui s’è deciso che la stabilizzazione della regione bagnata dal fiume Vardar val bene l’invio di qualche migliaio di uomini armati.


Il 17 agosto, infatti, sono sbarcati sul suolo macedone i primi soldati della missione "Essential Harvest" (Raccolto Essenziale, secondo i "creativi" della Nato). La nuova incursione nel cuore dell’Europa sud-orientale è rimasta a lungo nel novero delle intenzioni, per il timore degli strateghi che l’avevano ideata di gettare qualche migliaio di soldati occidentali nel bel mezzo di una guerra civile. E’ dalla primavera, infatti, che la risorta guerriglia albanese ha iniziato a sottrarre territori sempre più consistenti dell’area settentrionale del paese all’autorità delle fragili istituzioni macedoni, dimostratesi incapaci di fronteggiare in maniera efficace le azioni dell’Uck.

Il nuovo gruppo, d’altra parte, generato dalle spoglie della guerriglia protagonista delle vicende kosovare, ha da subito potuto contare sul sostegno attivo del Corpo di protezione del Kosovo, la polizia albanese che amministra, per conto della Nato, la regione meridionale della Fe-derazione jugoslava, e su quello, non meno importante, dei militari insediati presso la base Nato di Bondsteel presso Urosevac, situata al confine fra il Kosovo e la Macedonia.

Gli ultimi mesi in Macedonia hanno palesato più volte le caratteristiche di questo legame collaborativo: alle incursioni dei ribelli dell’Uck, che hanno provocato la fuga della popolazione dalle aree occupate dalla guerriglia albanese, hanno fatto seguito le reazioni più o meno incisive delle truppe macedoni; esse, a loro volta, hanno "costretto" la Kfor di stanza in Kosovo a intervenire, lungo la linea di confine, per porre rimedio ad alcune operazioni particolarmente avventate dell’Uck; un quadro alla lunga insostenibile, per un’area tanto delicata dal punto di vista degli interessi geopolitici internazionali. Usa e Ue non potevano permettersi di stare a guardare: di fronte a loro avevano uno scenario i cui esiti erano (e rimangono) del tutto imprevedibili, soprattutto per le implicazioni internazionali.

Lo scontro aperto fra macedoni e albanesi si rifletterebbe inevitabilmente in una crisi seria fra Bulgaria, Grecia e Serbia da una parte e Albania e Turchia dall’altra, tutta interna all’area d’influenza Nato, in grado di sfilacciare completamente le capacità di tenuta del fianco sudorientale dell’Alleanza militare (a quel punto, chi potrebbe evitare un allargamento delle tensioni a Cipro?). Uno scenario da incubo per gli strateghi delle potenze occidentali, tale da convincerli dell’improrogabile necessità di costringere le parti in conflitto a conseguire un’intesa. Qualsiasi essa fosse.

L’accordo del 13 agosto

Così si è giunti all’accordo siglato presso il lago di Ohrid il 13 agosto dai leader dei partiti macedoni di etnia slava e albanese: esso, lungi dal rimuovere gli ostacoli di natura sociale ed economica che impediscono agli albanesi (ma anche ai macedoni) di emanciparsi da una situazione di gravissimo disagio, rappresenta l’indecente compromesso diplomatico attraverso il quale all’Uck verrà consentita l’integrazione all’interno delle strutture civili dello Stato macedone.

Nelle intenzioni di coloro che l’hanno ideato, il segretario generale della Nato Robertson e il responsabile esteri dell’Unione Europea Solana, tale piano di pace dovrebbe agevolare una soluzione delle tensioni concordata fra gli elementi più ragionevoli che rappresentano le due etnie: tale soluzione prevede il ridimensionamento della già fragile autorità di Skopje sul paese, tramite un frazionamento su basi etniche delle responsabilità amministrative, e il riconoscimento di fatto dell’influenza conquistata sul Nord del paese dall’Uck; l’intesa, infatti, oltre a garantire l’impunità alla stragrande maggioranza dei guerriglieri, prevede la loro integrazione all’interno delle forze di polizia: queste ultime, lo prescrive un punto particolarmente significativo dell’accordo, verranno addestrate quanto prima da esperti americani ed europei.

Si tratta dell’avvio di un processo d’indebolimento di una struttura statale già precaria, destinata ad essere posta in tempi rapidissimi sotto la tutela anche formale della Nato; il contingente armato dell’Alleanza, infatti, è penetrato nel paese a soli quattro giorni dalla sottoscrizione del "documento di pace", siglato sotto gli occhi di Robertson e Solana. La motivazione formale dello schieramento in Macedonia di 3500 soldati Nato sta scritta nella denominazione stessa della missione, la quale in un mese avrebbe dovuto "raccogliere" il grosso degli armamenti con cui hanno combattuto in questi mesi gli estremisti albanesi. La miseria, tuttavia, degli obiettivi enunciati (3300 armi da recuperare, a fronte delle diverse decine di migliaia denunciate dal governo di Skopje) ha dato immediatamente fuoco a nuove polemiche: il presunto disarmo dell’Uck è subito apparso come un ridicolo pretesto che ha giustificato l’ingresso in Macedonia di 3500 uomini scelti per preparare il terreno per la permanenza stabile delle forze Nato nella regione.

A poco sono serviti i chiarimenti tardivi del governo macedone sulle condizioni che esso intende far rispettare prima della siglatura definitiva del patto (ritorno ai propri paesi dei 50.000 sfollati macedoni e rioccupazione dei territori settentrionali da parte dell’esercito regolare): esplosioni di dissenso hanno manifestato l’indisponibilità dell’opinione pubblica di accettare passivamente che il paese venisse svenduto per una trentina di milioni di dollari, quelli che l’Occidente ha promesso in cambio del raggiungimento definitivo dell’intesa.

Baratti di questo genere hanno caratterizzato tutto quest’ultimo decennio; la vera e propria svendita di quote consistenti del patrimonio pubblico ha consentito a cricche sempre più influenti di affaristi senza scrupoli di affermarsi alla guida dei microstati sorti dalla disgregazione della "vecchia" Federazione: queste neo-borghesie balcaniche, completamente incapaci di ritagliarsi uno spazio autonomo nello scenario politico internazionale, hanno subordinato le proprie fortune ai legami di subalternità che sono riuscite a costruire con le potenze imperialiste, dilapidando il destino dei Balcani in cambio di qualche misera concessione. Dal ceto dirigente macedone non era possibile attendersi altro: i dieci anni di pace relativa che si vanta di aver garantito hanno avuto infatti l’insopportabile costo di una sudditanza totale nei confronti delle istituzioni internazionali.

La finzione di un’intesa fasulla

Solo una settimana dopo la firma dell’intesa, il 21 agosto, i guerriglieri dell’Uck hanno devastato il monastero di Lesok, un monumento risalente all’inizio del XIV secolo e da tempo considerato uno dei simboli più importanti della cultura ortodossa dei Balcani: con questa provocatoria azione di guerra l’Uck ha voluto chiarire di non essere assolutamente intenzionato a rinunciare alla propria potenza di fuoco. D’altra parte le prime fasi della "raccolta essenziale" hanno dato esiti ridicoli: i soldati Nato si sono visti recapitare esclusivamente ferri vecchi, a fronte di un equipaggiamento, quello della guerriglia albanese, composto da quantità svariate di mortai, mine di terra, lanciamissili anticarro, missili terra-aria e fucili di precisione. La sfacciataggine con la quale i guerriglieri hanno "deposto" le proprie armi non lascia dubbi sulla loro sicurezza: "Se si mette male i nostri amici della Nato ce le daranno nuove!" ("Il Manifesto", 29 agosto 2001).

Come se tutto ciò non bastasse, è spuntata una nuova sigla nel panorama dell’estremismo albanese: l’Aksh, Armata Nazionale Albanese. Si tratta di una formazione sorta per iniziativa degli albanesi che si sono opposti, dalla fine del 1999, alla rinuncia da parte dei dirigenti della guerriglia kosovara di proseguire gli scontri fino alla conquista definitiva dell’unificazione della Grande Albania. La polemica dell’Akshcontro i leader politici albanesi (Xhaferi, Imeri, ma anche il capo dell’Uck Ahmeti) si è intensificata a partire dalla loro accettazione dell’accordo di Ohrid, durante i cui negoziati la nuova formazione ha rivendicato i propri attentati più clamorosi.

Nemmeno da parte macedone l’intesa è stata accettata con rassegnazione: gli episodi di dissenso più clamorosi hanno visto gruppi di civili macedoni impegnati nel presidiare alcune delle vie di comunicazione fondamentali del paese per impedire all’esercito di ritirarsi verso Skopje, lasciando completamente sguarnite le aree settentrionali battute dall’Uck.

E’ evidente, dunque, che l’intesa raggiunta non può accontentare né i macedoni, costretti a fare i conti con l’autorità de facto dell’Uck su ampie aree del paese, né gli albanesi, frustrati nelle loro attese di riscatto sociale dagli intrighi dei loro rappresentanti con la Nato.

Non ci sono perciò i margini che un’intesa del genere garantisca condizioni decenti di convivenza: essa ha avuto la funzione esclusiva di agevolare una tregua, estremamente instabile, in grado di consentire l’ingresso meno disturbato possibile delle truppe Nato nel paese.

La Macedonia sotto tutela

La grande preoccupazione, infatti, di Usa e Ue per le turbolenze permanenti che aggravano le tensioni dell’Europa sudorientale deriva dalla consapevolezza della delicatezza di equilibri geopolitici costantemente in bilico. Nella Macedonia, dal 1991 al 1998, l’incarico di garantire la stabilità della neonata repubblica era stato affidato a fiduciari incaricati dall’ONU: la subordinazione dei partiti macedoni al personale politico e militare insediato nel paese, in prevalenza di provenienza europea, sembrava aver garantito al paese un percorso pacifico di avvicinamento all’orbita europea.

In questo decennio la Macedonia, come abbiamo già scritto in precedenza, non ha risolto uno solo dei propri problemi: essa al contrario, ridotta al rango di un protettorato, ha visto moltiplicarsi al proprio interno tutte le contraddizioni che anche nel resto della ex-Jugoslavia hanno gravemente peggiorato le condizioni in cui le popolazioni sono state costrette a vivere. La recente spirale di violenza innescata dall’appoggio degli Usa all’estremismo albanese ha peggiorato ulteriormente un quadro già ampiamente degradato (nel 2000 poco meno di un quarto della popolazione macedone viveva spendendo meno di due dollari e mezzo al giorno): i guerriglieri dell’Uck hanno puntato tutto su una nuova campagna militare, confidando sulla copertura logistica della Kfor, per conquistarsi quel credito necessario a costringere il governo ad aprire un tavolo di trattative. Gli strateghi statunitensi, consapevoli dei rischi della riapertura della questione albanese, hanno deciso di rischiare, scommettendo su quest’ennesima escalation militare per riordinare gli equilibri nell’area: come primo risultato di questa strategia i soldati Nato sono riusciti ad entrare in Macedonia.

Tale contingente si caratterizza per una composizione inedita: l’assenza di truppe americane rappresenta l’elemento di novità più significativo, in contraddizione con il recente "attivismo" Usa nella penisola balcanica. Da una parte si tratta di una scelta dettata alle preoccupazioni dell’amministrazione Bush per un’esposizione eccessiva in un’area di cui a Washington hanno imparato a conoscere la pericolosa fragilità; dall’altra la prevalenza, all’interno del contingente, dei soldati britannici esplicita la volontà dell’asse politico anglo-americano di non concedere carta bianca, nella regione, a quello franco-tedesco, che pure in questa missione cerca una verifica della consistenza delle proprie ambizioni (e che pare gestirà in proprio le operazioni che scatteranno dopo la fine di settembre).

In questo senso, ci pare che la comprensione del conflitto degli ultimi mesi passi per l’analisi attenta della contesa in atto fra le grandi potenze per l’egemonia su una penisola al centro di svariate ambizioni strategiche. La Macedonia, in particolare, è attraversata dalle rotte ipotizzate degli oleodotti trans-balcanici sulla cui progettazione è da tempo stata scatenata un’intensa competizione commerciale internazionale: in agosto su "Il Manifesto" Chossudovsky ha descritto in forma estesa la contrapposizione fra i giganti anglo-americani del petrolio BP-Amoco, Chevron e Texaco e il consorzio europeo concorrente Total-Fina-Elf per il controllo dei corridoi destinati a collegare, nei prossimi anni, il bacino del Mar Caspio all’Adriatico. In questo scontro fra giganti, il nazionalismo albanese e quello macedone si presentano come semplici pedine nelle meni delle diplomazie internazionali, impegnate in una delle partite decisive del nuovo disordine mondiale.

Prospettive

La missione "Raccolto essenziale" è stata il preambolo di questa partita: a nemmeno dieci giorni dal suo inizio era già chiaro che essa avrebbe esclusivamente aperto il campo ad un intervento destinato a durare ben più dei trenta giorni scaduti il 26 settembre. Mentre stiamo scrivendo si stanno moltiplicando le indiscrezioni sulle proposte delle diplomazie occidentali relative ai compiti cui dovrà assolvere l’ormai certo proseguimento della missione: quel che è certo è che essa sarà destinata a consolidare, dopo il "raccolto essenziale", la presenza straniera in Macedonia. Maldestro è il tentativo dei politicanti macedoni e albanesi di condizionare le scelte che si stanno discutendo in seno alla Nato; l’Uck pare essere la formazione che ha le idee più chiare: "l’unica organizzazione di cui abbiamo piena fiducia è la Nato, che deve rimanere a lungo in Macedonia. Solo loro potranno difendere il popolo albanese". Sul fronte macedone, invece, non c’è ancora una proposta condivisa: in tutte le ultime settimane la speranza prevalente è stata quella in un rilancio dell’impegno dell’ONU, sulla base della pluriennale esperienza precedente al 1999; il presidente Trajkovski, tuttavia, non ha escluso che le truppe Nato possano collaborare con la polizia macedone nell’opera di tutela degli osservatori cui la comunità internazionale affiderà il compito di controllare il rispetto degli accordi di pace. Le diplomazie occidentali non sembrano però intenzionate a subordinare una nuova missione all’accordo collaborativo con le forze di polizia: l’autonomia operativa delle truppe che verranno schierate in Macedonia non dovrà essere messa in discussione. Per quel che riguarda la pattuglia di osservatori, invece, la Nato pare si stia orientando verso un coinvolgimento dell’Osce, sulla cui autorevolezza l’Alleanza confida per ridurre al minimo il rischio di tensioni. Il mediatore francese Leotard, in ultimo, non ha escluso che l’Ue possa proporre l’invio di una propria forza di pronto intervento per proteggere gli osservatori: essi interverranno sulla base di un piano che pare abbia già un nome particolarmente fantasioso: "Amber Fox", Volpe Ambrata.

Di fronte alla complessità degli intrighi delle grandi potenze per la spartizione della Macedonia, i lavoratori e i giovani delle varie etnie da cui essa è composta non devono rinunciare a proseguire le lotte che, come abbiamo recentemente scritto, li hanno visti impegnati negli ultimi mesi contro le continue provocazioni della cricca che governa il paese; la politica dissennata, infatti, dei partiti che compongono l’esecutivo, complici consapevoli delle macchinazioni dell’imperialismo, porta enormi responsabilità per il disastro sociale degli ultimi mesi: essi hanno arrecato all’economia un danno disastroso, che ammonta ad oltre 800 milioni di dollari.

A partire dalla lotta contro una classe dirigente in grado di offrire al paese solo disgregazione, le popolazioni della Mace-donia dovranno conquistare la consapevolezza definitiva dell’incompatibilità fra le prospettive di sviluppo per l’intera penisola balcanica e le devastanti logiche del capitalismo restaurato: si tratterà di un percorso di maturazione politica la cui rapidità sarà direttamente proporzionale alla fermezza con la quale in Occidente sapremo opporci alle aspirazioni neocoloniali delle oligarchie imperialiste da cui siamo governati.

Su questo fronte siamo ancora molto indietro, se è vero che anche all’interno della cosiddetta sinistra antagonista c’è chi (Elettra Deiana su "Liberazione" del 21 agosto) rimane convinta che spetti ai paesi occidentali il compito d’indicare una via d’uscita alle popolazioni impantanate in crisi drammatiche: "E’ tempo che assai diversamente il nostro paese impegni le sue energie culturali e civili, le sue risorse materiali, le sue competenze politiche, se vuole essere soggetto di pace nel mondo. Cominciando a restituire un ruolo e una forza democratica alle Nazioni Unite affinché i paesi membri tornino a farsi carico dei conflitti nel mondo".

Il grande dramma per le popolazioni balcaniche martoriate da anni di guerra è stato proprio l’interessamento per le loro vicende dell’Italia e degli altri paesi imperialisti che ispirano le politiche furfantesche degli organismi internazionali; agli antimperialisti conseguenti non spetta il compito di coprire da sinistra le "missioni di pace" (magari "ripensate" secondo i sogni di tanti pacifisti), ma quello di smascherarne il contenuto affamatore: solo così potremo gettare un ponte alle popolazioni oppresse ovunque dai vincoli del capitalismo globalizzato e costruire assieme ad esse i presupposti per il rovesciamento globale del capitalismo e per la costruzione dell’unica alternativa concepibile alla sua crisi permanente: l’alternativa comunista.

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