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In molte occasioni il governo, per bocca di Berlusconi e Maroni, ha rilasciato dichiarazioni trionfalistiche in cui si proclamava la sconfitta delle mafie e l’impegno profuso dal ministero degli Interni, definito senza pari e forte anche della “benedizione” di Roberto Saviano, che in un’intervista su Panorama di qualche tempo fa ha definito l’esponente leghista “il miglior ministro degli Interni di sempre”.

In realtà, oltre al contrasto militare, più di scena che altro, gli affari di camorra, mafia e ‘ndrangheta continuano indisturbati, non arrestati nemmeno dalla crisi economica che anzi fornisce un ampio spazio al reclutamento di affiliati e alla speculazione sulle aree deindustrializzate: ad esempio, non passa giorno che in Campania fabbriche dismesse si trasformino in aree edificabili, dove sorgono puntualmente o appartamenti o centri commerciali costruiti dalle imprese edilizie dei clan e delle cosche. Le grandi opere, la gestione del ciclo dei rifiuti e le sue emergenze, la privatizzazione dei servizi: in questi enormi giri d’affari, le mafie sono sempre protagoniste indiscusse.

Il fatturato della ‘ndrangheta, secondo l’Eurispes, raggiunge i 44 miliardi di euro annui, che in una regione come la Calabria, col 27% di disoccupazione, rappresenta un elemento certamente non di secondo piano.

Il fenomeno mafioso ormai non riguarda più soltanto l’Italia meridionale, ma l’intero paese, dove non si tratta più (come vuol far credere la Lega per tacere la propria connivenza) di qualche boss mandato al confino in qualche cittadina settentrionale, ma dell’inglobamento sempre più massiccio del mondo della finanza e della politica nel controllo diretto da parte delle mafie, come dimostrato dalla vicenda delle inchieste sulla ‘ndrangheta a Pavia e Milano, che sfatano la leggenda delle amministrazioni locali immacolate in Lombardia, gettando luce su fenomeni come il voto di scambio e gli appalti di decine di miliardi di euro molto più diffusi di quanto si possa credere.

Oltre alla propaganda governativa, c’è quella ipocrita di Confindustria, che ha provato a ricostruirsi una verginità morale con la campagna “Addiopizzo” in Sicilia, sponsorizzata anche dal Pd, per poi sostenere attivamente la nascita del quarto governo Lombardo. C’è da chiedersi come la lotta alla mafia si possa conciliare col sostegno a Lombardo, con i suoi metodi clientelari e tipici di un certo ambiente malavitoso, senza vergognarsene nemmeno un po’! D’altronde, l’insuccesso delle campagne sul pizzo è presto spiegato con il controllo diretto di cosche, clan e ‘ndrine delle attività industriali e commerciali, rappresentato anche ai vertici più alti di Confindustria.

La necessità di una nuova stagione di lotta alle mafie partendo da una prospettiva anticapitalista è il compito che si devono porre le forze della sinistra e i Giovani Comunisti, essendo parte costituente del sistema politico e economico italiano. Le lotte operaie del Mezzogiorno possono e devono legarsi alla battaglia contro le mafie, perché difendere il posto di lavoro, la nazionalizzazione delle fabbriche, un salario dignitoso, vuol dire dare un colpo a quei padroni (spesso legati o diretti esponenti delle “famiglie”) che prendono i soldi e scappano, chiudendo le aziende anche quando producono, o contro un governo che per privatizzare completamente settori strategici (è il caso di Fincantieri) decide di svendere tutto, compresi i lavoratori.

Il diritto allo studio è un’altra parte importante della battaglia anticapitalista alle mafie, e non solo perché nella dispersione scolastica e nell’abbandono degli studi si può reclutare manovalanza, ma soprattutto perché grazie alle carenze storiche dell’edilizia scolastica e alla privatizzazione dell’istruzione, si permette di mettere le mani dei clan anche sopra scuole e istituti. Non è un problema soltanto “culturale”, ma di quali prospettive si offrono ai giovani meridionali: se l’emigrazione e la povertà sono la risposta del sistema capitalistico, i comunisti devono difendere il diritto allo studio e al lavoro.

Tanti giovani nel corso degli anni si sono avvicinati alla politica in Rifondazione e a sinistra sull’onda dell’esempio di Peppino Impastato e tanti altri militanti sacrificatisi in una lotta senza sosta al sistema capitalistico e alle mafie: si tratta di rilanciare e riprendere in mano un programma d’azione che sia in grado di colpire al cuore di questo sistema, poiché non esiste nessuna “borghesia buona”, ma soltanto la bancarotta di un sistema sempre più spietato.

15 ottobre 2010

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