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RIV4 smallL'editoriale del nuovo numero di Rivoluzione


La cavalcata di Renzi, che pareva a molti trionfale e inarrestabile, comincia a incontrare diversi ostacoli. Il cavaliere si ostina a speronare la cavalcatura, ma non è più così sicuro che arriverà vincente al traguardo. E gli ostacoli sono tutti ben visibili.

Alle recenti elezioni regionali di fine maggio si conferma lo scollamento della classe lavoratrice verso le istituzioni: l’astensionismo cresce di dieci punti rispetto alle precedenti regionali. Siamo ad una media del 53% di partecipazione al voto, superiore al clamoroso 37% alle regionali in Emilia Romagna. Il primo a essere colpito è Renzi. Rispetto alle europee il Pd perde oltre due milioni di voti e, anche nelle cinque regioni su sette in cui vince, il crollo dell’affluenza penalizza soprattutto i democrats.

A destra tuttavia non si può certo cantare vittoria. Forza Italia perde oltre due milioni di voti mentre la Lega ne guadagna 235mila, facendo il pieno in Veneto, dove Zaia surclassa lo scissionista Tosi. Anche in Liguria Toti vince grazie a Salvini, al 20%. La Lega raccoglie ovunque da quei settori della società disperati, vittime della crisi economica e irretiti dalla propaganda razzista: in Toscana arriva al 16% passando da 98mila ad oltre 200mila voti, in Umbria passa dal 4 al 14%. L’ascesa della Lega Nord non risolve la crisi del centrodestra. Il tracollo complessivo è impietoso e la richiesta di Salvini di diventare leader dello schieramento non farà che aumentare divisioni e contrapposizioni. La Lega non è infatti un partito nazionale (in Puglia la lista “Noi con Salvini” si attesta attorno al 2%) e la sua ascesa aumenterà, soprattutto in ciò che resta del partito di Berlusconi, le forze centrifughe a livello territoriale.

Il Movimento cinque stelle stabilizza i suoi consensi e, pur riducendo i voti assoluti rispetto sia alle politiche che alle europee, consolida il suo ruolo di principale opposizione al governo. Il sostegno alle mobilitazioni di studenti e insegnanti, come ad alcune vertenze operaie – ad esempio quella della Whirlpool-Indesit –, si è tradotto in un appoggio, seppur parziale, nelle urne, data la mancanza di una rappresentanza politica del movimento operaio.

Le elezioni del 31 maggio consegnano dunque un quadro che non può certo rassicurare la borghesia di questo paese. La prospettiva nel contesto dell’Italicum (la nuova legge elettorale) di un ballottaggio tra Pd e M5S fa tremare i polsi alla classe dominante.

L’alternativa a Renzi è dunque... Renzi. Un Renzi tuttavia più debole.

In primo luogo per la situazione economica. La produzione industriale cala dello 0,3% ad aprile, mentre la disoccupazione, nonostante tutti i trucchi e i giochi contabili del governo, non accenna a calare. Anzi, le file dei disoccupati saranno ingrossate dalle crisi aziendali, dalla Whirlpool all’Alcatel, passando per la grande distribuzione, dove si preannunciano migliaia di licenziamenti e dove (giustamente!) il conflitto è esploso.

In secondo luogo per la rivolta di insegnanti e studenti contro la “Buona scuola”. Dopo lo sciopero del 5 maggio, nonostante le mille titubanze dei vertici sindacali, il blocco degli scrutini sta avendo un’adesione massiccia. Questa insubordinazione sta provocando parecchi problemi in parlamento per il governo, che è stato battuto diverse volte in commissione. La riforma comunque “deve andare avanti a tutti i costi”, ci rassicura il ministro Giannini.

In terzo luogo, per gli scandali, ormai quotidiani, che stanno investendo in prima persona il Partito democratico.

Quello di Mafia capitale assume, per proporzioni e dinamiche, un’importanza che potrebbe procurare guai notevoli per governo e Partito democratico. Il “Sacco di Roma” secondo la Guardia di finanza vale almeno 1,3 miliardi di euro. Tale è il livello di corruzione e di malaffare e il numero di amministratori coinvolti che il Prefetto di Roma Gabrielli non esclude il commissariamento della capitale. Il Pd decide di andare avanti e di sostenere senza remore il sindaco Marino; Renzi non può fare altro, ma una nuova Tangentopoli potrebbe travolgere tutta la sua supponenza.

Allo stesso tempo, tutti i limiti politici e le miserie degli apparati della sinistra si sono confermati in queste elezioni.

In Liguria ha visto la sua prima prova elettorale la recente scissione di Civati dal Pd, che si presentava insieme a tutte le altre formazioni di sinistra, da Sel al Prc. Il loro candidato, Pastorino, raccoglie il 9,4%, circa 62mila voti: un risultato non strabiliante, soprattutto se si considera che il Pd perde 73mila voti. La sinistra è rimasta ad aspettare le manovre dell’apparato Pd, e il malcontento si è riversato nell’astensione e nel voto al M5S.

A parte un 6% in Toscana, dove comunque rispetto al 2010 si lasciano per strada decine di migliaia di voti, le liste a sinistra del Pd sono ininfluenti e a volte raggiungono imbarazzanti cifre da prefisso telefonico.

Ancora una volta si dimostra che una rappresentanza politica di massa dei lavoratori non può nascere da alchimie di apparato, sommando al pallottoliere formazioni spesso poco più che autoreferenziali.

La sfiducia di massa espressa nella tornata elettorale e le mobilitazioni di queste settimane ci dimostrano che la cavalcata di questo governo si può fermare, che Renzi può essere disarcionato.

Può e deve farlo solo il movimento di massa. Che i vertici sindacali, le direzioni del movimento operaio si scrollino di dosso ogni pavidità e incertezza e unifichino le lotte, fornendo ad esse un obiettivo comune. Che rispondano ora all’esigenza di costruire un partito dei lavoratori, con un programma rivoluzionario volto all’abbattimento di questo sistema!

12 giugno 2015

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