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L'editoriale del nuovo numero di Rivoluzioneriv2 small

Mezzo milione di lavoratori e studenti in piazza, scuole di ogni ordine e grado chiuse. Un vero e proprio schiaffo a Renzi, questo è quello a cui abbiamo assistito lo scorso 5 maggio. La mobilitazione di massa iniziata questo autunno contro il Jobs act riparte di nuovo, in una primavera che si preannuncia calda.

Non che ragioni per lottare mancassero negli ultimi mesi. Il governo infatti, vinta per il momento la battaglia sull’articolo 18, è passato all’attacco su altri fronti.

Quelli più rilevanti si trovano sul versante istituzionale e su quello della legge elettorale. L’abolizione del bicameralismo perfetto e del senato elettivo, la cui prima lettura si è conclusa a marzo, conferisce più poteri all’esecutivo. L’Italicum appena approvato va nella stessa direzione: il presidente del Consiglio sarà eletto direttamente ed avrà il controllo dell’unica Camera destinata a sopravvivere. Assegna un premio di maggioranza del 55% alla lista che ottiene il 40% dei voti o che vince l’eventuale ballottaggio. Quindi, in teoria, si potrà governare anche con un 25% dei consensi ottenuti al primo turno.

L’architettura istituzionale che il Partito democratico sta progettando è simile a una fortezza che si vorrebbe inaccessibile. Non è un segreto da chi voglia proteggersi Renzi. Nonostante la sua spavalderia è terrorizzato dal fatto che la rabbia e l’insoddisfazione di milioni di lavoratori e giovani possa solo lambire le stanze del potere.

Il loro voto non deve contare, le manifestazioni di protesta si devono limitare, come proposto dal Ministro dell’interno Alfano, prendendo a pretesto i fatti del Primo maggio a Milano.

Il governo deve lavorare, i sudditi devono applaudire, questa è la filosofia del Matteo nazionale.

La realtà cozza violentemente contro queste illusioni. La mano libera data ai padroni col Jobs act, nel contesto dell’attuale crisi economica, sta provocando migliaia di licenziamenti.

Alla Whirlpool rischiano il posto in 1.350, circa altrettanti al Mercatone Uno (ora in amministrazione straordinaria) e nella catena di grande distribuzione Auchan. Non mancano inoltre una miriade di situazioni nelle quali decine o centinaia di lavoratori perdono il posto per ristrutturazioni aziendali: Italcementi, Terim, Merck, Nokia sono alcuni esempi dei tanti tavoli di crisi seguiti senza alcun risultato dal Ministero alle attività produttive della confindustriale Guidi.

In tutte queste situazioni i lavoratori protestano, scioperano, occupano, sovente senza alcuna seria strategia di lotta da parte dei vertici sindacali.

Nel suo delirio di onnipotenza, Renzi ha provocato frontalmente il bacino elettorale di eccellenza del Partito democratico, gli insegnanti. Far diventare la scuola come una fabbrichetta della Brianza, col preside-padrone che ha diritto di vita e di morte su tutti, è davvero troppo.

Lo sciopero del 5 maggio è stato così imponente che, non abbiamo dubbi, la mobilitazione continuerà. Il problema è: come cooordinare e unire le lotte? E soprattutto, chi lo dovrebbe fare?

Lasci ogni speranza chi facesse affidamento sull’opposizione parlamentare esistente. La “sinistra” Pd è stata asfaltata e umiliata per l’ennesima volta nel voto sull’Italicum. E se lo merita.

Il panorama delle prossime elezioni regionali è semplicemente desolante. Candidati fotocopia in partiti fotocopia. L’astensionismo li colpirà tutti, senza pietà. E se lo meritano.

I lavoratori e i giovani che sono scesi in piazza il 5 maggio, come gli operai della Whirlpool o le cassiere dell’Auchan in lotta non si meritano, invece, che sui giornali la sinistra sia rappresentata dall’inetto Civati o da Giuliano Pisapia, l’amico dei palazzinari e delle multinazionali dell’Expo.

Il conflitto che sta esplodendo in queste settimane merita una strategia di lotta efficace. Che tutti gli edifici scolastici vengano bloccati fino al ritiro totale della riforma. Che le fabbriche e le aziende che licenziano e chiudono siano espropriate e nazionalizzate sotto il controllo dei lavoratori. C’è bisogno di un sindacato combattivo, che abbandoni ogni logica concertativa e adotti un programma di rottura con le compatibilità del sistema.

Ma, soprattutto tutti coloro che stanno lottando in questi giorni si meritano, anzi esigono che venga creata una propria voce, una propria rappresentanza, che il vuoto a sinistra di questi anni, assordante, abbia fine.

Un partito del lavoratori, un programma rivoluzionario, questa è la richiesta bruciante di questa nuova stagione di lotte. Una richiesta davanti alla quale i dirigenti del movimento operaio non possono far finta di essere sordi.

È l’esigenza verso cui Sinistra Classe Rivoluzione lavora in maniera instancabile e che porterà in ogni vertenza e in ogni mobilitazione nelle prossime settimane.

8 maggio 2015

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