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Nei 12 anni di vita dei Giovani comunisti due sono state le costanti. Da una parte gli errori dei dirigenti della maggioranza che hanno portato alla paralisi dell’organizzazione: appoggio incondizionato alle politiche dei governi di centrosinistra nazionali e locali, dissolvimento nella disobbedienza, l’uso dell’organizzazione come trampolino di lancio per la propria carriera. Dall’altra la nostra opposizione e la nostra alternativa.

 

Nel 2006, anno dell’ultima conferenza nazionale, i Giovani comunisti contavano oltre 15mila iscritti: 3 anni dopo rimane un’organizzazione dimezzata nei numeri, commissariata dal collegio nazionale di garanzia, con pochi coordinamenti locali che si riuniscono. Se i Gc esistono ancora è solo grazie ai propri militanti che tra mille difficoltà continuano a lottare e non dei membri dell’ex coordinamento nazionale rimasti dopo la scissione vendoliana, che poco o nulla hanno imparato dal passato. L’ansia per la visibilità mediatica continua a dominare la nostra azione: a settembre, in una fase ricca di lotte aziendali e con i precari della scuola in mobilitazione, il comitato di gestione nazionale dei Gc dava indicazione di fare “mutandate” contro la crisi ed azioni di guerriglia informativa.

Sui risultati si è preferito stendere un velo. Questi metodi di ricerca della visibilità sui giornali contrastano con quanto spontaneamente molti Gc fanno quotidianamente, sapendo che si cresce non in base allo spazio sui giornali, ma andando davanti alle scuole e provando ad organizzare collettivi per radicarsi tra gli studenti. La linea di moderazione nei confronti del Pd continua ad essere ben presente e ad avere conseguenze nefaste: mentre si benedice e si sostiene l’apertura del partito a tutte le alleanze per le regionali, nella prossima conferenza si vorrebbe vietare la presentazione di ordini del giorno sulle elezioni regionali! Una logica per la quale un militante dei Gc deve applicare la linea, attaccare manifesti, ma non deve nemmeno pensare di dire la propria rispetto all’alleanza con Marrazzo, la Bresso o peggio ancora l’Udc! La base dei Gc ha invece una grande voglia di fare opposizione anche al Pd, che spesso trova come controparte nelle lotte territoriali come la No Tav e il No inceneritore ad Albano.

Certamente le alleanze sono necessarie per quei piccoli dirigenti che in futuro si vedono consiglieri, portaborse o assessori. Vogliamo dirlo chiaramente: il carrierismo e le manovre burocratiche non sono certo finite. Le aree che comporranno il documento unitario (ex vendoliani, ferreriani ed Essere comunisti) per 8 mesi hanno paralizzato l’organizzazione con una serie di veti incrociati riguardo le sorti del coordinamento nazionale dopo la scissione; ora sono invece attanagliate da una discussione sul futuro coordinatore, gli equilibri nel coordinamento nazionale, la spartizione delle federazioni. È di fatto una “guerra unitaria” dove gli iscritti sono solo numeri da manovrare e gli emendamenti sono utili per contare la consistenza della propria componente, sottocomponente e a volte corrente personale.

Tutto ciò dimostra che non c’è alcuna rottura col passato; per questo ci sono tutte le ragioni per presentare un documento alternativo e dare una possibilità di cambiamento reale ai Gc. Una alternativa non basata su proclami e slogan leggeri, ma su un programma e un metodo chiari e concreti: abbiamo bisogno di discutere approfonditamente della nostra linea politica, capire le lezioni dell’Onda e dei movimenti passati, comprendere la crisi economica e sociale che stiamo vivendo, preparare la nostra organizzazione.

Le lotte dei lavoratori delle aziende in crisi e dell’istruzione che abbiamo visto in queste settimane, ci dicono che si sta aprendo una nuova fase di ampie mobilitazioni contro la crisi economica e il governo, che non tarderà a coinvolgere i giovani, siano essi studenti o lavoratori. I Giovani comunisti per crescere e diventare un’organizzazione di massa devono fare ciò che non hanno mai fatto: porsi l’obiettivo di essere la punta più consapevole delle lotte future. Per questo dobbiamo iniziare un serio lavoro di radicamento, che passa per alcuni punti decisivi. Per coinvolgere migliaia di studenti dobbiamo lanciare una struttura studentesca che unisca i collettivi in cui interveniamo e quelli che costruiremo, sulla base di un programma di difesa dell’istruzione pubblica e di lotta alla destra; in questo modo possiamo porci l’obiettivo di superare la frammentazione storica delle lotte studentesche. Nelle vertenze operaie non dobbiamo essere spettatori, ma assumerci il compito di unirle a quelle studentesche e di estenderle ai precari e ai disoccupati. In questo quadro va creata l’unità a sinistra, che deve essere l’unità militante nelle lotte (e non nelle stanze private delle direzioni di partito) con tutte le organizzazioni giovanili di sinistra. Non parliamo di cose astratte, ma di ciò che abbiamo fatto in molte città prendendoci il compito di ricostruire i giovani comunisti; è ciò che abbiamo fatto in più d’una federazione. E infine proponiamo un nuovo gruppo dirigente, che si basi su giovani operai e lavoratori, lontano anni luce dai coordinatori nazionali venuti su nell’allevamento di partito. I quadri per ottenere questo obiettivo non mancano. Basti considerare le 8mila preferenze espresse nelle ultime elezioni europee nei confronti di Mimmo Loffredo, un Giovane comunista, operaio e delegato sindacale della Fiom di Pomigliano.

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