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Abbiamo precisato in questi mesi quelli che sono le vere cause dell’intervento militare dell’imperialismo in Afghanistan. I motivi del conflitto sono più di uno: terrorizzare i paesi del terzo mondo per rivendicare l’egemonia Usa sul pianeta, schiacciare la classe operaia in patria creando un clima di unità nazionale che elimini il dissenso interno verso le politiche reazionarie del capitale, stabilirsi con le proprie truppe in una zona dell’Asia altamente strategica. Oltre a ciò vi sono interessi economici che noi marxisti non possiamo certo sottovalutare. La ragione di questo articolo è infatti un approfondimento in particolare sulla lotta per il possesso di petrolio e materie prime che coinvolge in modo particolare gli Stati Uniti e la Russia.

Nonostante la crisi il consumo di petrolio nel mondo sta continuamente crescendo. L’“oro nero” rimane la principale fonte energetica, seguito a distanza dal carbone e dal gas che comunque rappresenta un mercato in espansione. L’utilizzo delle cosiddette fonti energetiche pulite sta invece diminuendo. Significativo è il dato del settore del trasporto che nei paesi industrializzati si affida al petrolio per il 90% dei consumi.

Il petrolio è ancora la fonte energetica più versatile e facilmente trasportabile, qualità che da più di mezzo secolo ne determinano il successo (vedi tabella).

Le fonti energetiche

Utilizzo in milioni di tonnellate equivalenti petrolio

1999 2000

Petrolio 3101 3504

Carbone 2192 2186

Gas naturale 1738 2164

Nucleare 461 668

Rinnovabili 541 230

(fonte: Il Sole 24ore)

Gli Usa importano il 52% del petrolio consumato nel paese. La dipendenza degli Stati Uniti dal greggio messicano, venezuelano e mediorientale rappresenta un punto debole della borghesia americana. Secondo un recente studio sulle riserve mondiali di petrolio, l’Europa e gli Usa insieme potrebbero attingere dai loro territori circa per 70 miliardi di barili di greggio mentre fra Asia e Medio oriente invece si troverebbero oltre 700 miliardi di barili. Questo significa che il petrolio americano è destinato ad esaurirsi molto prima di quello che si trova negli enormi giacimenti in Russia, Arabia Saudita, Iran e Kazakhstan.

Le multinazionali petrolifere americane hanno negli ultimi anni fatto grossi investimenti attorno all’Afghanistan. Nelle cinque ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale sono presenti grandi stabilimenti di proprietà di americana per l’estrazione, la lavorazione ed il trasporto del petrolio. Gli Usa in Kazakhstan negli ultimi anni sono stati i primi investitori col 40% del capitale entrato nel paese. Exxon è impegnata nel grande giacimento Tengiz del Kazakhstan, con una quota del 25% (Chevron ha il 50%), oltre che in altri stati attorno al Mar Caspio quali l’Azerbaijan e il Turkemenistan. L’imperialismo americano sta cercando di legarsi sempre più con quelle nazioni che cercano di distaccarsi dall’influenza russa. Gli Usa hanno tentato di stabilire la propria influenza sostenendo la formazione del Guuam, un’alleanza che unisce Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaijan e Moldavia, nel tentativo di sottrarre questi paesi all’influenza russa; ora è in corso una lotta senza esclusione di colpi in tutte queste repubbliche, di cui uno dei riflessi è il conflitto nel Caucaso.

La Russia non sta a guardare

Tutto ciò rappresenta una grande minaccia per le ambizioni russe nella zona. Mosca non può accettare che gli americani si stabiliscano in modo permanente nella regione e sta così cercando di battere sul tempo gli Usa utilizzando tutte le risorse a disposizione: militari (presenza di truppe in Cecenia, Armenia e Tagikistan) e politiche (appoggio ai governi filorussi in Kazakistan e Turkmenistan, sostegno all’opposizione in Georgia). A ciò si aggiungono i giganteschi investimenti per oleodotti e gasdotti che portano il gas e il petrolio russo e kazako ai mercati internazionali. In questo senso la posizione russa è in netto vantaggio rispetto a quella americana. Infatti gli oleodotti che collegano Baku e Tengiz ai terminali russi di Novorossijsk sono i più importanti di tutta la regione; per quanto riguarda i progetti in costruzione le aziende russe (con il colosso Gazprom in testa) preparano il gasdotto Blue Stream che porterà il gas russo in Turchia, l’oleodotto di Irkutsk rivolto alla Cina e quello Tijumen verso il Baltico.

Sul versante americano invece la situazione è più difficile. L’oleodotto Baku-Ceyhan che sin dalla metà degli anni Novanta americani e turchi avrebbero voluto realizzare per aggirare quelli russi, è lontanissimo dalla sua realizzazione. Allo stesso tempo un altro grande oleo-gasdotto patrocinato dagli americani, il “trans-sub-caspico”, è stato accantonato.

Dalla metà degli anni novanta gli Usa hanno puntato molto sulla Turchia come paese alleato nella zona. Da questo paese sarebbero dovuti partire progetti di oleodotti che avrebbero scalzato e aggirato i percorsi russi. Oggi il paese è soffocato da una crisi economica e sociale pesantissima che può ridimensionare il ruolo della Turchia braccio degli Usa nella lotta contro l’influenza russa e per il monopolio delle risorse energetiche nella zona.

L’intreccio politico economico

Il “Grande Gioco” che si combatte nella regione è una partita all’ultimo sangue per la spartizione di materie prime e di zone d’influenza. Gli Stati Uniti vogliono insediarsi in Afgha-nistan e nell’intera regione. La Russia cerca allo stesso tempo di aggiudicarsi il monopolio delle risorse energetiche nel Caucaso così come nelle ex repubbliche sovietiche. Dietro la guerra al terrorismo si cela il cinico interesse economico della borghesia. Per gli Usa tracciare dei corridoi per gli oleodotti che taglino fuori l’Iran ed il Caucaso è una opportunità che non va fatta scappare.

Tuttavia queste sono solo le intenzioni. Molte volte abbiamo visto come fattori politici hanno fatto naufragare gli ambiziosi piani delle multinazionali. Questo è il caso del progetto della americana Unocal che prevedeva la costruzione di un oleodotto che sarebbe dovuto passare dall’Afghanistan. Un disegno che andò in fumo quando i talebani non riuscirono a conquistare il 100% del territorio afghano dopo il 1996.

Oggi gli americani ci riprovano e questa volta per difendere i profitti del capitale a stelle e strisce hanno portato il loro esercito. Ma lo sfruttamento del paese così come dell’intera regione non è automatico.

L’abilità dei russi pronti ad approfittare della situazione e la guerriglia talebana dura a morire saranno grossi ostacoli per la brama di denaro dei falchi americani.

Il reale rapporto di forze sul campo e nel fronte che oggi controlla Kabul non è affatto favorevole a Washington. Infatti la presa di Kabul da parte dei tagiki, finanziati e armati da Mosca, offre più garanzie alla Russia che non agli Usa.

E non dobbiamo sottovalutare infine l’instabilità e l’opposizione generate fra le masse in tutta la regione, dall’intervento americano, che possono mettere a rischio la stabilità di molti regimi; il rovesciamento rivoluzionario anche solo di uno di questi avrebbe effetti a catena rendendo la situazione ingestibile per l’imperialismo.

Così il “Grande Gioco” può venire tragicamente perso da chi all’inizio era sicuro di vincere. I lavoratori che da questa guerra non hanno nulla da guadagnare devono recuperare le grandi tradizioni di lotta del passato. Non ci riferiamo solo alla Rivoluzione russa del ’17 ma anche alla rivoluzione iraniana del ’79. Allora gli operai del settore petrolifero presero il controllo delle fabbriche e formarono dei consigli rivoluzionari molto simili ai soviet in Russia (in Iran chiamati “shura”). Oggi l’esproprio degli stabilimenti del petrolio così come di tutte le aziende e di tutti i mezzi di produzione deve essere rimesso all’ordine del giorno dal movimento operaio. La radicalizzazione della classe operaia e degli studenti negli ultimi anni è un dato incontestabile. La sommossa di massa in Algeria, il fermento nelle università del Marocco, le grandiose manifestazioni contro la disoccupazione in Egitto, l’intifada palestinese, l’esplosione della contestazione studentesca contro i fondamentalisti in Iran sono i segnali dell’inizio della riscossa degli sfruttati. Il proletariato ha il compito di mettere in ginocchio gli sfruttatori, coloro i quali stanno cacciando intere popolazioni nell’inferno della guerra per la loro insaziabile sete di denaro. Nelle parole di Lenin “non v’è che un mezzo per impedire le guerre future: la conquista dei governi e delle proprietà capitalistiche per parte dei popoli stessi. La pace duratura sarà il frutto del socialismo trionfante.”

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