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il colpevole è il capitalismo

 

Ci sono voluti ben sette giorni per quantificare, in circa 3.600, le tonnellate di idrocarburi che sono finite nel Lambro e quindi nel Po alla fine di febbraio. Un ammontare ancora non quantificato è sicuramente stato depositato sulle rive e i fondali del Lambro e del Po e la metà degli inquinanti è formata da olii combustibili, che contengono idrocarburi policiclici aromatici, sostanze dichiaratamente cancerogene. Inoltre nel caos dei primi giorni sono state versati altri inquinanti da altre mani criminali.

Dopo i primi giorni di confusione, ritardi e approssimazioni tra competenze comunali, provinciali e regionali, la Protezione civile nazionale ha coordinato le operazioni e a sentire Bertolaso, sia il Lambro che il Po saranno “come prima” in pochi giorni.

Ciò è ben difficile. Solo una parte degli inquinanti saranno rimossi. Una buona percentuale resta nel fondale dei fiumi. Un’altra è già arrivata in Adriatico. Anche prima dello svuotamento dei depositi della Lombarda Petroli, il Lambro era già il fiume più inquinato di Italia, tanto che secondo la stessa Regione Lombardia è impossibile riportarlo in buono stato ecologico entro il 2015, come richiesto dall’Europa con la Direttiva quadro sulle acque, la 2000/60/CE e come avrebbe voluto la Regione e il Comune – controllati dalle destre da 15 anni – per fare bella figura per l’Expo. Ve la ricordate la mucillagine che tanta paura fa agli albergatori dell’Adriatico? È solo l’ultimo anello di una catena inquinante.

La Lombarda Petroli era fino all’anno scorso una delle 287 industrie della regione classificate ‘a rischio di incidente rilevante’ e come tale obbligata a possedere e notificare un piano di emergenza. Ma un’anno fa aveva dichiarato di non detenere più gli ingenti quantitativi di idrocarburi (più di 2.500 metri cubi) da cui deriva la condizione di rischio. Nell’assoluta mancanza di controlli, in primo luogo da parte di Regione Lombardia, la sola autocertificazione è bastata. Tutto questo nell’impunità più assoluta. In Italia infatti i delitti ambientali sono esclusi da poco dal Codice Penale. Chi si rende responsabile di danni enormi e difficilmente recuperabili, a scapito della flora e della fauna nonché dell’ecosistema complessivo, al massimo rischia un’ammenda.

La Protezione civile nazionale, per circoscrivere l’inquinamento, ha provato a usare gli stessi strumenti che si utilizzano in mare contro le perdite di petrolio. Ma, sia la corrente del fiume che la composizione stessa degli inquinanti, li hanno resi quasi inutili.

Parte dell’olio combustibile (il 10% circa) è arrivato all’Adriatico. Per difendere il delta sono state posizionate lungo il tratto emiliano e veneto del fiume diverse barriere galleggianti, che hanno dimostrato ancora di servire a poco. Ma, con la aiuto delle piogge e con una buona dose di faccia tosta, Bertolaso si mostra ottimista: “Dai prelievi fatti – ha detto – risultano concentrazioni di idrocarburi non preoccupanti”.

Prima del criminale sversamento, il Cnr affermava che “il trasporto dei metalli del Lambro (cadmio, piombo, arsenico, cromo, nichel, ecc.) contribuisce fino al 50% dei metalli trasportati dal Po”. Salvare il Lambro significa dunque risanare in buona parte il Po e l’Adriatico. Ma questa società basata sul profitto e i guadagni dei pochi a costo dei più non prevede concetti come prevenzione, qualità della vita e difesa dell’ambiente.

Noi crediamo invece che allo stesso modo in cui bisogna difendere con le unghie e coi denti ogni posto di lavoro, la scuola e la sanità pubblica, occorra porsi il problema di come i padroni fanno scempio dell’ambiente, di qualcosa di vitale per tutti noi come l’aria e l’acqua, spiegando come l’obiettivo del risanamento del territorio sia incompatibile con la libertà padronale di sfruttare noi e l’ambiente che ci si circonda.

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