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L’esperienza argentina

Un’inchiesta sull’Argentina apparsa su Il Manifesto (1 e 10 febbraio) ha posto un problema decisivo: come rispondere ai licenziamenti ed alla chiusura di fabbriche frutto della crisi del capitalismo? Cooperativismo, nazionalizzazione sotto controllo operaio, altre soluzioni intermedie?

Più volte sulle pagine di questo giornale abbiamo analizzato cause e conseguenze della crisi economica che portò nel 2001 il capitalismo argentino alla bancarotta. Basti qui ricordare che in quel paese, negli anni ’50 ancora terra di emigrazione per i lavoratori italiani, solo nel 2001 gli operai perdettero bruscamente un terzo del proprio potere d’acquisto, la piccola borghesia fu rovinata (chiusero in pochi mesi circa 100mila negozi), la disoccupazione schizzò alle stelle e tuttora rimane di tre milioni su circa dieci milioni di lavoratori attivi. In quel contesto di disgregazione sociale la risposta delle masse fu straordinaria: nel dicembre 2001 vennero cacciati sotto la pressione della piazza tre presidenti della Repubblica in soli 15 giorni dando inizio ad un processo rivoluzionario. L’attuale precaria stabilizzazione sotto il governo Kirchner non può offrire una risposta di lungo periodo alla crisi sociale. Sotto la spinta della situazione oggettiva e di settori d’avanguardia, tra il 2001 ed il 2002 alcune centinaia di aziende abbandonate dai padroni furono occupate dai lavoratori passando sotto la gestione operaia.

In tutte queste fabbriche (tra cui anche 4 ospedali) non ci sono più padroni o capi che comandano, le decisioni si prendono in assemblea dove si eleggono e si revocano i vari responsabili e tutti guadagnano lo stesso salario. La stampa borghese internazionale non ne parla perché queste esperienze dimostrano le potenzialità della classe operaia: in queste aziende non regna certo il caos ma, al contrario, elementi di un ordine sociale più avanzato basato sull’autorganizzazione operaia. Queste fabbriche hanno avuto aumenti della produzione fino al 90% della capacità produttiva; abolito il profitto padronale, i lavoratori hanno stipendi fra i più alti del Paese, i tassi più bassi di incidenti sul lavoro e sempre più riescono anche a realizzare investimenti che aumentano le forze produttive mettendole al servizio dei bisogni della collettività. Tuttavia, dato il carattere minoritario di queste esperienze di lotta, è giusto discutere delle prospettive per il movimento delle “fabbriche recuperate”.

Nazionalizzazione senza indennizzo o cooperativismo?

L’articolista de Il Manifesto ritiene che, essendo “la proprietà statale una vecchia idea della sinistra che certamente è molto difficile da applicare se non si adegua ai nostri tempi e allo stato da cui si vuole dipendere”, sia possibile gestire le fabbriche all’interno del sistema capitalista con “modalità diverse da quelle tradizionali”, dunque borghesi. In sostanza, il cammino da percorrere sarebbe quello di un’estensione del sistema cooperativo che rimuoverebbe la necessità della rivoluzione, della presa del potere da parte della classe lavoratrice per cambiare la natura dello “stato da cui si vuole dipendere”. Il giornalista critica, in maniera vaga, come utopistica e fatalmente minoritaria la prospettiva della nazionalizzazione sotto controllo operaio, cioè dell’esproprio, di cui in Argentina i portabandiera più conosciuti sono gli operai della ceramica Zanon di Neuquen, sotto controllo operaio da tre anni.

Gli operai della Zanon, come la redazione di questo giornale, sostengono che la crisi economica è colpa dei padroni e la devono pagare loro senza scaricarla sulla pelle dei lavoratori, che ogni fabbrica chiusa deve essere occupata dai lavoratori e fatta funzionare nuovamente sotto il loro controllo, che sotto il capitalismo non è possibile mantenere, nel medio-lungo periodo, delle isole felici. In Argentina le fabbriche occupate devono servire come leve per porre il problema di chi comanda nella società, approfondendo la lotta di classe in tutto il Paese nella prospettiva di un governo operaio. La storia più che secolare del movimento cooperativo ha mostrato che in assenza di una trasformazione sociale su linee comuniste queste forme di gestione dell’economia, nonostante le buone intenzioni dei promotori, finiscono per essere assorbite dalla logica della competitività e della ricerca del massimo profitto proprie del sistema capitalista. Questo lo dice l’esperienza di decine di migliaia di lavoratori in Italia: i bassi salari, gli atti antisindacali e lo spirito gerarchico con cui sono gestite le cooperative del commercio, dell’edilizia, del cosiddetto terzo settore ecc.

Nel caso specifico dell’Argentina, il pericolo maggiore che si corre oggi seguendo la via del cooperativismo è di promuovere forme di autosfruttamento accettando di pagare i debiti, i macchinari ed il capannone del vecchio padrone. All’ospedale Israelita di Buenos Aires, ad esempio, i turni che si impongono i 180 soci medici ed infermieri sono pesantissimi e la paga si riduce a 100 euro, un ottavo di quanto si guadagna alla Zanon, per pagare un canone mensile che appiani la vecchia situazione debitoria come ordinato dalla magistratura. Ancor più importante, sotto questa pressione è facile mettere gradualmente in secondo piano la centralità di una lotta politica da condurre assieme a tutta la classe per obiettivi generali. Una legge approvata recentemente dal governo peronista di Kirchner istituisce la possibilità che lo Stato requisisca i macchinari della vecchia proprietà. Questa è, secondo Il Manifesto, la riprova che si deve puntare “tutto sulla battaglia legale”. In realtà, se questo decreto del governo è senz’altro frutto della volontà di compromesso con la crescente spinta operaia, denota anche il tentativo da parte di Kirchner di deviare il movimento di occupazione delle fabbriche da un obiettivo chiaramente anticapitalista come la nazionalizzazione sotto controllo operaio.

L’esempio della Zanon

Per queste ragioni il movimento operaio deve sostenere la rivendicazione dell’esproprio senza indennizzo. In questo senso va l’attuale campagna dei lavoratori della Zanon per ottenere per legge il consolidamento dell’esproprio davanti al recente attacco del governatore provinciale e della magistratura che cercano di imporre alla ceramica di pagare i debiti contratti dall’antico proprietario (non meno di 170 milioni di pesos!). Nonostante 5 ordini di sgombero e continui boicottaggi padronali, alla Zanon tre anni di controllo operaio hanno portato 170 nuove assunzioni (passando da 260 a 430 operai), un aumento della produzione di mattonelle da 20mila metri al mese a 300mila, il crollo degli incidenti sul lavoro da una media di un morto all’anno e 500 incidenti di cui il 50% gravi a 33 incidenti tutti lievi perché si lavora senza la pressione padronale e la fabbrica è dotata di un presidio medico 24 ore su 24. Alla Zanon la produzione serve per garantire i salari e porre in essere un piano di opere utili alla comunità. Mostrando in piccolo a tutti gli oppressi le potenzialità di un’economia pianificata dai lavoratori, gli operai della Zanon hanno fornito gratuitamente la pavimentazione a diversi ospedali, venduto a prezzo di costo, le mattonelle per gli appartamenti di un migliaio di famiglie proletarie che non ne avevamo mai possedute, ecc.

Dall’esperienza della Zanon si possono trarre diversi insegnamenti. Innanzitutto, i lavoratori sono in grado di far funzionare una fabbrica senza il padrone. In secondo luogo, la lotta deve puntare ad allargarsi oltre la singola fabbrica per porre la questione dell’alternativa operaia. Per fronteggiare il rischio di restringere il campo della lotta, alla Zanon le assemblee generali, oltre ad occuparsi dell’organizzazione interna, iniziano da una discussione politica sullo sviluppo della lotta di classe in Argentina ed a livello internazionale e su come intervenire in essa.

Bastino due esempi: i giornali della borghesia hanno commentato l’effetto galvanizzante prodotto dalla presenza di delegazioni operaie di fabbriche occupate ai picchetti di sciopero dei lavoratori della metropolitana di Buenos Aires, reduci da una lotta di mesi conclusasi con una splendida vittoria con aumenti salariali superiori al 40%; nelle prossime settimane i delegati della Zanon e del metrò di Buenos Aires saranno tra gli organizzatori di un’assemblea nazionale per coordinare i settori sindacali classisti ed antiburocratici. Ancora, la provincia di Neuquen è la sola in cui, data la radicalità della lotta studentesca, è stata bloccata l’applicazione della controriforma dell’istruzione (i lavoratori e gli studenti dell’università nazionale Comahue a Neuquen sono stati dall’inizio coinvolti nella solidarietà alla lotta della Zanon ed hanno istituito all’università laboratori di ricerca legati alla fabbrica).

Davanti alle pesanti ristrutturazioni e chiusure che si preannunciano anche in Italia, questa discussione ha un carattere molto concreto. La nazionalizzazione sotto controllo operaio è la rivendicazione che sempre più si rivelerà essere all’altezza dello scontro tra padroni e lavoratori in un’epoca di declino del capitalismo. Essa è dinamica ed indica il cammino davanti al movimento operaio: se possiamo gestire una fabbrica allora possiamo gestire la società.

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