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Gli avvenimenti in Francia ci danno una nuova dimostrazione del carattere dell'epoca che stiamo attraversando, un periodo di accumulo di contraddizioni e di crescente tensione tra le classi. A livello internazionale la crisi del capitalismo si riflette nelle difficoltà della principale potenza imperialista, gli Us

. Il continuo aumento delle spese militari e le continue minacce di intervento armato che rivolgono in giro per il mondo sono tutto fuorchè segnali di forza. In Iraq sono impantanati in una guerra che non possono vincere e proprio per questo stanno lavorando attivamente per dividere quel paese in una guerra civile su basi religiose ed etniche. E proprio nel cortile di casa degli Usa, l’America Latina, torna ad affacciarsi la possibilità di un cambiamento in senso socialista della società. In tutto il continente assistiamo all’ascesa della lotta di classe, basti pensare all’insurrezione boliviana della scorsa estate o al processo rivoluzionario in Venezuela dove irrompe il dibattito sul socialismo del XXI secolo.

L'Italia non è rimasta certo estranea a un simile contesto, e a maggior ragione non lo sarà nei prossimi anni. Ciò che è successo in Francia può ripetersi su scala persino maggiore nel nostro paese. Le lotte a cui abbiamo assistito fino ad oggi (Melfi, autoferrotranvieri, no-Tav ecc.) si riproporranno in futuro su grande scala. La domanda non è se ci siano o meno le potenzialità per lo scoppio di movimenti di massa nei prossimi anni, ma semmai se i comunisti saranno attrezzati per intervenirvi. O meglio ancora: con quale strategia, con quali tattiche e con quali programmi simili movimenti potranno giungere ad una vittoria?


In quest'ottica giova poco alla nostra discussione e allo sviluppo stesso dei movimenti, la continua retorica di cui si ammanta il nostro gruppo dirigente. Da anni il vanto dei compagni della maggioranza è quello di “essere interni al movimento”. Si può essere interni ad un movimento con le posizioni più sbagliate, si può addirittura fracassare la propria organizzazione con una tattica errata. O ancora si può scambiare un movimento con il “ceto politico” che pretende di rappresentarlo, esattamente come è successo alla nostra organizzazione con i Disobbedienti.

Ciò che rimane della Disobbedienza, la proposta chiave dell’attuale gruppo dirigente alla scorsa conferenza nazionale, è sotto gli occhi di tutti: il Laboratorio dei Disobbedienti è imploso su se stesso e il movimento disobbediente si è diviso in un arcipelago di fazioni rivali. Proprio per questo non torneremo sulla questione approfonditamente. Sia sufficiente prendere atto dei danni provocati da quella linea. Invece di orientare la nostra organizzazione nei movimenti reali che pure si sono sviluppati in questi anni, la Disobbedienza ci ha portati sul terreno sterile dei gesti simbolici, d’immagine mediatica. Se un simbolo può essere importante, sono le masse a conferirgli forza. E la lotta di massa è stata in fondo alle nostre preoccupazioni. È ridicolo sentire la critica del nostro gruppo dirigente al concetto di “avanguardia rivoluzionaria”, quando proprio la Disobbedienza univa gesti “avanguardisti” nella forma ad un contenuto spesso moderato nella sostanza politica: “espropri” simbolici nei supermercati uniti ad un silenzio vergognoso sulle misere richieste salariali avanzate dai vertici sindacali nei rinnovi contrattuali, silicone alle porte delle agenzie interinali invece di un intervento nelle lotte e nei processi di sindacalizzazione dei precari che si sono sviluppati in aziende come la Tim, l’Atesia o l’Abacus. Tutta la Disobbedienza era intrisa da uno spirito di “sostituzione” dell’azione di massa con quella di sparuti gruppi di militanti, nel nome della visibilità mass-mediatica.


Non è casuale quindi che la nostra organizzazione esca dal ciclo di mobilitazioni avvenute sotto il governo Berlusconi indebolita piuttosto che rafforzata. In diverse federazioni la struttura sembra quella di un’organizzazione che inizia oggi la propria attività, invece che una che esiste formalmente da dieci anni. I coordinamenti provinciali eletti nel 2002 spesso si sono riuniti raramente, se non addirittura sono stati “rifondati” dopo aver cessato d’esistere. In realtà significative come Milano o Alessandria abbiamo subito l’uscita dal partito del gruppo di maggioranza dei Gc a favore della Disobbedienza. Al normale ricambio anagrafico di un’organizzazione giovanile, la nostra struttura somma il ricambio politico, causato dagli errori della direzione. La teoria, sbandierata dal gruppo dirigente all’ultima conferenza, del “saper fare” ha in realtà indebolito la capacità dei nostri militanti di “saper discutere, analizzare e fare”, inaridendo il dibattito politico interno e ostacolando la formazione di militanti rivoluzionari politicamente formati. La realtà, al di là del mero dato del tesseramento, è che i Gc sono entrati nel proprio decimo anno di vita al punto minimo del proprio radicamento nelle scuole, aziende ed università. Questo stato di cose deve essere ribaltato. Discutere come è il compito centrale di questa conferenza.


1. L’Unione non ferma la destra


La risicata vittoria elettorale dell’Unione apre un capitolo nuovo nella lotta di classe. L’Unione ha fondato la propria esistenza sull’esigenza di fermare la destra. Cos’altro poteva giustificare una coalizione che andava da un partito come il nostro, organizzatore di un referendum per l’estensione dell’articolo 18, ad uno come quello della Bonino, organizzatore del referendum per la sua totale abrogazione? Alla prova decisiva il centrosinistra si è dimostrato assolutamente inadeguato anche a simile obiettivo: se a stento ha sconfitto la destra elettoralmente, a maggior ragione non la potrà fermare a livello sociale.

La necessità di battere Berlusconi ha finora rappresentato un’arma a doppio taglio. È stata la molla che ha spinto milioni di persone alle urne e contemporaneamente lo scudo con cui i dirigenti dell’Unione hanno potuto giustificare il proprio moderatismo. In realtà questo moderatismo si è rivelato la causa principale della rimonta berlusconiana. Per cinque anni questi stessi dirigenti si sono guardati bene dall’avanzare la proposta della caduta del governo nel corso delle profonde mobilitazioni che si sono sviluppate. Temendo più lo sviluppo di una lotta di massa che il permanere della destra, hanno permesso più volte al governo Berlusconi di passare la nottata rimandando la sua caduta alle elezioni. Ma proprio su questo terreno Berlusconi ha impostato una campagna elettorale aggressiva, tesa a mobilitare i settori più arretrati della società con elementi di demagogia e populismo, mentre Prodi con la propria moderazione buonista si preoccupava di non spaventare i poteri forti di questo paese. È una grande ironia della sorte che il nostro partito abbia messo da parte durante la campagna elettorale la propria proposta di abolizione dell’Ici sulla prima casa per non spaventare i moderati, mentre Berlusconi vi si aggrappava demagogicamente all’ultima ora per recuperare consensi. È così che la rabbia accumulata nella società ha potuto ritrovare in parte un’espressione a destra.


La condizione della classe operaia e dei settori oppressi di questo paese è letteralmente crollata nel corso degli ultimi 20 anni, con un’accelerazione particolare nell’ultimo decennio. La grossa parte dei peggioramenti si concentra sulle spalle dei giovani. Se nel 1982 il 52% della ricchezza prodotta nel paese andava al reddito dipendente, oggi questa quota è ridotta ad un misero 40%. Al 54% più povero della popolazione va appena il 12% del reddito mentre il 2% più ricco ne assorbe il 26%. Una situazione che trova espressione in una crescente polarizzazione politica. Ma mentre le oscillazioni verso destra vengono sistematicamente coltivate e stimolate, quelle verso sinistra vengono al contrario inibite e prevenute dai dirigenti stessi delle organizzazioni del movimento operaio.


I limiti dell’Unione non nascono da qualche errore di marketing, ma dalla natura di classe di questa coalizione, composta da una parte da partiti che si appoggiano sul movimento operaio organizzato e dall’altra da forze politiche legate direttamente a settori confindustriali. Se per milioni di persone le politiche di Berlusconi hanno impersonificato il peggioramento verticale delle proprie condizioni di vita, è anche vero che simili politiche non nascono semplicemente dalla sua testa malata ma dall’esigenza complessiva della borghesia di questo paese di difendere i propri margini di profitto. L’Unione è irrimediabilmente attraversata dalla contraddizione tra questa esigenza e le aspettative di cambiamento che hanno spinto milioni di persone a votarla.

Nato debole, il governo dell’Unione userà ancora di più questa debolezza come alibi: la necessità di non perdere l’appoggio dei parlamentari più moderati o addirittura di cercare la sponda dei settori centristi della casa della Libertà verrà utilizzata sistematicamente come freno alle aspirazioni delle masse di questo paese. Ma sarà impossibile trattenere all’infinito la richiesta di un reale cambiamento. Tanto più verrà utilizzato questo freno, tanto più i lavoratori inizieranno a considerare l’alleanza col centro liberale una zavorra intollerabile. È facendo leva su simile contraddizione che i comunisti potranno porsi l’obiettivo di rompere la gabbia dell’Unione. Tanto più tarderemo a preparare una rottura da sinistra dell’Unione, tanto più alto sarà il rischio di renderci complici di un pericoloso ritorno della destra: uscito moralmente galvanizzato dalle elezioni Berlusconi potrà dispiegare a pieno la propria demagogia contro il governo dell’Unione. Solo preparando la rottura con Prodi si può sconfiggere quella che è stata definita la “legge del pendolo”.


Le ragioni dei movimenti, dei lavoratori, dei giovani, degli immigrati non possono trovare spazio, se non per misure cosmetiche e marginali, nell’azione di un governo nel quale l’egemonia del centro borghese si farà sentire ad ogni passo. La debolezza dell’Unione e l’obiettiva contraddizione rappresentata dalla presenza del Prc e delle altre forze della sinistra all’interno del governo rende inevitabile l’esplodere di nuove contraddizioni. Già nelle prossime settimane si discueterà in parlamento di questioni brucianti quali il rifinanziamento delle missioni militari, il Documento di programmazione economica e finanziaria, temi sui quali esistono obiettivamente forti divergenze nell’Unione e soprattutto fra il governo e le posizioni che per anni abbiamo difeso nelle lotte. Alla lunga, è forte il rischio che i poteri forti del paese puntino a risolvere la contraddizione emarginando il Prc e le altre forze della sinistra (nonché la Cgil, già oggi nel mirino in quanto, a loro dire, troppo “conservatrice”) attraverso forme di accordo con le forze centriste del Polo. Come Giovani comunisti dobbiamo non solo difendere la completa autonomia d’intervento e programmatica della nostra organizzazione, ma anche proporci di stimolare un dibattito indispensabile in tutto il Prc, ponendo il problema della rottura col centro borghese, della riconquista dell’indipendenza politica del Prc oggi gravemente compromessa dall’abbraccio con Prodi. Dobbiamo porre la prospettiva di una rottura col centro borghese e di una reale alternativa a sinistra. Non farlo significherà semplicemente che tale rottura potrebbe arrivare su iniziativa dell’avversario, con l’aggravante che il nostro partito avrà dilapidato la propria autorità politica tentando di abbellire la politica del governo Prodi.


2. Sconfiggere fascismo e xenofobia


Come dimostrano le prese di posizione di Confindustria o del Corriere della Sera, buona parte del padronato concentra ora tutte le proprie pressioni sul centrosinistra. Dopo aver tentato per cinque anni la carta dell’attacco frontale alle condizioni dei lavoratori, si vedono costretti ad appoggiarsi sulle direzioni del movimento operaio per continuare la propria politica. Dietro a questo cambio di cavallo, tuttavia, non si nasconde alcuna “scelta strategica”. Mentre con una mano spremono le organizzazioni dei lavoratori e i partiti di sinistra, dall’altra preparano l’alternativa a destra attraverso una campagna reazionaria all’interno della società fatta di xenofobia, razzismo, integralismo cattolico e familismo. Tanto più le organizzazioni di sinistra accetteranno di gestire la crisi, tanto più lasceranno spazio a simile demagogia. Ciò che oggi a stento è stata “un’Unione” per fermare la destra sul terreno elettorale, si trasformerà in una delle principali cause di un suo ritorno in grande stile.


Nella continua campagna oscurantista ben rappresentata dal manifesto “In difesa dell’occidente” di Pera, i gruppi dell’estrema destra si comportano per ora come semplici truppe ausiliarie. Al momento non hanno la forza per vivere di luce propria e devono limitarsi al ruolo di provocatori. Questo non li rende meno pericolosi, come dimostra l’aumento delle aggressioni a danni di immigrati, centri sociali e compagni dei Gc e del partito (ultima in ordine cronologico quella al coordinatore dei Giovani Comunisti di Pavia). La manifestazione iper-minoritaria vista a Milano l’11 marzo da parte di vari gruppi autonomi non può essere la risposta, ma neppure lo può essere un richiamo alla “legalità costituzionale” o alla difesa delle “istituzioni democratiche”. Agli occhi di migliaia di giovani quest’ultime non sono altro che sinonimo di povertà, repressione, abbandono delle periferie, mancanza di prospettive di lavoro o di studio. È proprio con la loro demagogia di ribelli anti-istituzionali che l’estrema destra punta a farsi strada tra il disagio giovanile.

Da sempre i fascisti arretrano di fronte allo sviluppo di una mobilitazione di massa. La risposta alle loro provocazioni deve essere fatta coinvolgendo la massa dei giovani e dei lavoratori, collegando il ruolo dei fascisti agli attacchi più generali alle condizioni di vita delle classi oppresse. Solo con una campagna che chieda a collettivi studenteschi, sindacati e partiti di sinistra di dar vita ad una mobilitazione di massa in risposta ad ogni aggressione fascista possiamo ricacciare queste carogne nel luogo che gli spetta. Se quindi organizzare lo scontro fisico con i gruppi di fascisti non può essere una risposta alla loro esistenza, nemmeno può essere eluso il problema dell’autodifesa. Anche su questo terreno difendiamo l’esistenza di “servizi d’ordine” legati alle strutture di massa del movimento studentesco e dei lavoratori, eletti nelle assemblee o comunque collegati a collettivi studenteschi e sindacati, che garantiscano l’agibilità politica per le forze della sinistra.


3. Sviluppare l’intervento fra gli immigrati


La nauseante campagna razzista che trova nella Lega la propria punta di lancia, ma che è ripresa da qualsiasi mezzo di comunicazione borghese, deve farci porre la lotta al razzismo al centro della nostra attenzione. E mai come oggi questa lotta può e deve basarsi sul coinvolgimento degli immigrati stessi nella militanza politica e sindacale organizzata. Gli immigrati ormai da tempo rappresentano una parte fondamentale del proletariato di questo paese. Mentre il veleno del razzismo sparso a larghe mani dalla borghesia cerca di isolarli, la fabbrica e il cantiere li uniscono inscindibilmente al resto della classe. La doppia oppressione a cui sono sottoposti, come immigrati e lavoratori salariati, li rende contemporaneamente più difficili da mobilitare e allo stesso tempo estremamente combattivi una volta che si mettono in moto.


Dobbiamo sviluppare ampie campagne antirazziste all’interno di luoghi di studio e di lavoro e dei quartieri, collegando il razzismo all’oppressione più generale a cui sono sottoposti i giovani italiani. Una campagna sviluppata con materiale in più lingue e che non può limitarsi alla richiesta di abolizione della Bossi-Fini e della Turco-Napolitano, ma deve richiedere la liberalizzazione degli ingressi nel nostro paese, il diritto alla cittadinanza ed al voto dopo un anno di residenza. Uno dei terreni decisivi per questo impegno è rappresentato dalla lotta contro i Centri di Permanenza Temporanea: da pochi mesi è stato aperto un altro di questi veri e propri lager a Gradisca d’Isonzo, nonostante la mobilitazione animata da quanti si sono opposti a tale apertura. Tale mobilitazione non è riuscita ad essere efficace per varie ragioni, ma ad essa, nonostante la generosità di quanti vi hanno partecipato, è mancato soprattutto il contributo decisivo degli immigrati che lavorano e risiedono in Friuli-Venezia Giulia, i quali sono rimasti ai margini di una lotta tutta imperniata attorno all’esigenza di conquistare l’attenzione mediatica. Rifondazione Comunista, in questo contesto, non ha saputo far altro che accodarsi ai tentativi di escogitare modalità “rumorose” di disobbedienza simbolica all’apertura del centro: non un solo tentativo significativo è stato fatto per coinvolgere il movimento sindacale nella lotta e per costringerne i dirigenti a convocare uno sciopero contro l’internamento degli immigrati. L’esigenza, poi, di conservare i difficili equilibri  della Giunta regionale presieduta dall’industriale Illy, ha impedito al partito di formulare con chiarezza la propria totale contrarietà alla logica che sta alla base dei CPT e delle leggi restrittive sull’immigrazione, tanto che persino sul terreno della contestazione delle irregolarità procedurali i principali rappresentanti  di Rifondazione sono stati esitanti.


Differente dev’essere il nostro approccio alle lotte in difesa degli immigrati e dei loro diritti, come un gruppo di Giovani Comunisti ha recentemente dimostrato a Sassuolo, un piccolo centro del modenese diventato noto alle cronache nazionali per il pestaggio da parte dei carabinieri di un giovane marocchino. Questa piccola cittadina si è trovata non casualmente ad essere simbolo dello scontro tra razzismo e movimento operaio. Giusto qualche mese prima, a seguito dello sgombero indiscriminato di 60 famiglie di lavoratori immigrati dal palazzo in cui alloggiavano, nella zona si era sviluppato un movimento unitario tra lavoratori italiani e immigrati. Un movimento promosso e reso possibile da un gruppo di Giovani Comunisti sulla base di alcune condizioni politiche: l’assoluta autonomia dalla linea sciagurata di accordi col centrosinistra del partito (a Sassuolo la giunta che sgomberava gli immigrati era di sinistra e l’assessore alla casa, poi dimessosi,  addirittura un compagno di Rifondazione) e il radicamento degli stessi Gc nei luoghi di lavoro come attivisti sindacali che ha permesso di intercettare la richiesta di mobilitazione dei lavoratori immigrati coinvolti nello sgombero.


4. Crisi industriale e intervento nei luoghi di lavoro


Il declino del capitalismo italiano è fotografato dalla perdita di quote di mercato e dall’aumento del debito pubblico. Non si tratta di prendere atto di questa situazione per invitare la “patria” ad una reazione, sul modello degli appelli fatti da Prodi. Si tratta di analizzarla per capire il contesto in cui si svilupperà la mobilitazione sociale nel nostro paese. L’ideologia che sta alla base dell’Unione, penetrata fin dentro il nostro partito, sottintende che proprio il declino dell’economia italiana crei una disponibilità tra i settori “sani” della borghesia (quali siano questi settori rimane un mistero) ad una via di sviluppo basata su innovazione tecnologica, di prodotto e diritti dei lavoratori.

Nei luoghi di lavoro la rabbia viene accumulandosi sospinta da straordinari, aumento dei ritmi di lavoro, infortuni, precarietà e paghe da fame. Quanto possa essere profonda questa rabbia è stato dimostrato da episodi come la lotta degli autoferrotranvieri, Melfi o la recente mobilitazione del contratto dei metalmeccanici. Ma questa situazione cozza con il nostro livello d’intervento nei luoghi di lavoro, dove la presenza organizzata dei Gc rimane pressochè nulla. Tendiamo a rapportarci al movimento operaio attraverso il dialogo con le sue direzioni, ci compiacciamo dell’adesione della direzione Fiom alle iniziative “del movimento” quando il nostro obiettivo dovrebbe essere collegarci alla classe prima di tutto con la presenza dentro e fuori dalle aziende e con l’organizzazione di un’opposizione all’interno del sindacato.


Solo dal 2002 al 2005 gli occupati nella grande industria sono diminuiti dell’8%. Emerge da questo dato l’inarrestabile movimento dei capitali verso settori più redditizi, verso il settore finanziario, la speculazione edilizia o la mano d’opera a basso costo. L’Unione si ripromette di invertire questo processo “invogliando” i capitali a percorrere altre strade attraverso politiche mirate di sgravi fiscali e formazione della mano d’opera. Si tratta di puro fumo negli occhi. Gli industriali accetteranno volentieri simili regali: intascheranno i soldi e continueranno a fare ciò che vogliono. Quale vantaggio fiscale potrebbe convincere un padrone a rimanere in un settore dove i margini di profitto sono negativi mentre mentre ad esempio il costo dei terreni è aumentato anche del 400% in alcune zone? Anche per quanto riguarda i “corsi di formazione” già oggi non solo altro che regali alle imprese. Nel 2003 dei 3,2 miliardi di euro speso per le attività formative l’80% è stata elargita direttamente ai datori di lavoro mentre il restante 20% è andato a privati che promuovono formazione (altre imprese, in pratica).

La battaglia contro la crisi industriale richiede innanzitutto forme di lotta adeguate. Non a caso emergono forme di occupazione, sotto il nome di “assemblee permanenti”, come si è visto alla Delphi di Livorno o alla Star di Parma. Di fronte alle chiusure sono queste le uniche forme di lotta che possno garantire la difesa dallo smantellamento delle aziende o dei reparti. Al tempo stesso, anche la lotta più dura richiede un programma adeguato. Di fronte alle chiusure dobbiamo ispirarci all’esempio che viene dal movimento operaio latinoamericano, dove le lotte e il dibattito avanzano attorno ai seguenti assi: occupazione degli stabilimenti, produzione senza padroni, controllo operaio, nazionalizzazioni. È questa una delle lezioni più preziose che ci viene dall’esperienza argentina, brasiliana, venezuelana, boliviana. Solo una prospettiva anticapitalista può dare uno sbocco alla lotta contro la desertificazione industriale e il declino sociale che ne consegue.


5. Quale battaglia contro la precarietà?


Il nostro scarso livello d’intervento nei luoghi di lavoro è anche il risultato del proliferare di teorie, fuori e dentro la nostra organizzazione, sulla scomparsa della classe, la fine della centralità del conflitto tra capitale e lavoro, le moltitudini e chi più ne ha più ne metta. Teorie sbagliate prima di tutto dal punto di vista politico dato che la centralità del conflitto tra capitale e lavoro per i marxisti non si soppesa algebricamente in base a quanti sono i lavoratori. Sbagliate anche da un punto di vista statistico dato che l’ultimo rapporto di Banca Italia ci informa che gli operai in Italia sono ad una delle punte massime. Se si prende in considerazione solo il settore metalmeccanico, tutt’oggi produce il 50% del valore aggiunto di tutte le esportazioni italiane.

Non solo negli ultimi anni non sono scomparse le industrie, ma semmai si sono massificati e proletarizzati settori che fino a vent’anni fa erano predominio della piccola proprietà. Grosse catene di ristorazione, call-center, ipermercati: si tratta di luoghi di lavoro che possono iniziare a sindacalizzarsi in maniera esplosiva, dove la presenza di scarse tradizioni sindacali rende più difficile iniziare un intervento politico ma può permettere di poterlo iniziare direttamente su basi avanzate.

I nuovi “voli” teorici dei nostri massimi dirigenti si concentrano ora sulle frontiere della “precarietà intellettuale”. Se questo termine può significare qualcosa, significa semplicemente che anche settori lavorativi un tempo al riparo da attacchi sono oggi eguagliati a qualsiasi altro lavoro. Ma questo lungi dal creare un nuovo “tipo” di contraddizione, comporta al contrario un livellamento di tutti i settori lavorativi: dalla cassiera di un supermercato arrivando al ricercatore universitario, passando dall’impiegato di banca fino all’operaio metalmeccanico. La precarietà riguarda la metà dei neoassunti sotto i 29 anni: nel 2004 sono stati il 46,4% e nel 2005 il 50%.

Sul terreno della lotta alla precarietà l’Unione cerca di riportare l’orologio della lotta di classe indietro di dieci anni, al 1996, quando l’introduzione del Pacchetto Treu venne indorata con l’idea della “flessibilità regolamentata”. Già oggi i dirigenti dell’Unione iniziano a distinguere tra “flessibilità” e “precarietà”, creando una divisione fittizia tra un presunto precariato giusto e regolare e quello selvaggio introdotto dalla legge 30. Ma si tratta di meri giochi linguistici.


La flessibilità è per sua stessa natura non regolamentabile: sotto la scure del ricatto del rinnovo contrattuale un lavoratore precario non è in condizione di pretendere il rispetto di alcun diritto, mentre la presenza anche di una piccola percentuale di precari ricattabili indebolisce la capacità di mobilitazione di tutta la classe. Su questo terreno l’unica proposta che possiamo avanzare è l’immediata trasformazione per legge di tutti i contratti precari in contratti a tempo indeterminato, con il ritiro della Legge 30, del Pacchetto Treu e la conversione attraverso la loro nazionalizzazione di tutte le agenzie interinali in uffici di collocamento pubblici.

Sulla base di un queste rivendicazioni possiamo creare o stimolare la crescita di comitati e coordinamenti di lavoratori precari che si propongano di organizzare le vertenze unendo la capacità di organizzare i precari all’indispensabile costruzione di un solido legame con l’insieme dei lavoratori, contro ogni idea “separatista” che sarebbe deleteria.

Va inoltre superata la concezione che ha dominato la nostra organizzazione fino ad oggi che affida la lotta al precariato a grosse scadenze annuali, come la May Day Parade, o alla creazione di reti di precari tutte tese a svolgere iniziative d’immagine. Se fino a qualche anno fa l’idea delle grandi “parate” o delle iniziative d’immagine poteva essere giustificata con la necessità di far uscire il precariato dall’invisibilità, questo problema ci pare completamente superato. Non si tratta di affermare l’esistenza della piaga della precarietà. Si tratta di eliminarla. Anche su questo terreno l’unica via è quella di un paziente e sistematico intervento fuori e dentro i luoghi di lavoro.


6. Questione meridionale: una vecchia contraddizione su nuove basi


L'economia meridionale arretra su ogni terreno: nel 2004 il Pil del sud del paese è cresciuto dello 0,8% contro l'1,4 del nord. Sono naturalmente i giovani a pagare il prezzo maggiore: solo nel 2004 sono in 78.000 coloro sotto i 29 anni ad aver perso il posto di lavoro.

Se la quota di disoccupati è nel contempo diminuita rispetto alla popolazione complessiva passando dal 16% al 15% è solo per la ripresa in grande stile dell'emigrazione: 107.000 persone hanno dovuto emigrare nel 2004. Sono cifre che si avvicinano a quelle registrate negli anni '50 e '60. Se allora la tragedia di dover emigrare era alleviata dalla possibilità di poter mandare soldi a casa, oggi non si verifica nulla di tutto questo. Anche al nord i salari da fame uniti agli affitti vertiginosi permettono appena di arrivare alla fine del mese. Indebolito dai flussi migratori ma privo delle rimesse di denaro che ne derivano, il reddito meridionale crolla con rapidità maggiore che nel resto del paese.

Torna così a porsi la questione meridionale. Torna tuttavia in condizioni nuove e potenzialmente ancora più esplosive. La creazione di poli industriali, come Melfi o Gioia Tauro, non ha alleviato l’arretratezza meridionale ma ha creato in compenso un giovane e combattivo proletariato che può diventare rapidamente un punto di riferimento per tutti i settori oppressi della società. Le lotte di Melfi, Acerra, Scanzano, si sono poste all’avangurdia nelle mobilitazioni di questi anni.


Lo stato dell’economia meridionale costituisce anche una completa sconfessione degli incentivi agli investimenti. Le imprese hanno ricevuto in regalo accordi territoriali, sgravi, finanziamenti, condoni, senza che questo scalfisse minimamente la situazione occupazionale. Tutt’oggi la disoccupazione riguarda il 33% dei giovani e il lavoro sommerso un lavoratore su quattro. La richiesta di un salario garantito per i disoccupati, equivalente indicativamente al 70% del salario di un terzo livello metalmeccanico, è centrale per sottrarre migliaia di giovani al ricatto di lavori sottopagati, in nero o alla stessa influenza della criminalità organizzata. Questa rivendicazione non è in contrapposizione con la lotta per un aumento dell’occupazione attraverso la riduzione d’orario a parità di salario. Al contrario ne è il completamento. Solo dei disoccupati sottratti alla lotta per la sopravvivenza e un movimento operaio sottratto alla concorrenza salariale al ribasso con i disoccupati sono in grado di intraprendere una lotta per un’occupazione piena e di qualità.

Le recenti mobilitazioni seguite all’assassinio Fortugno in Calabria dimostrano quali siano le possibilità di sviluppo di una lotta di massa contro la mafia. È necessario intervenire in questo processo con un nostro punto di vista indipendente. Mafia, ‘ndrangheta e camorra non sono mai state e a maggior ragione non sono oggi degli elementi esterni al capitalismo o slegati dall’apparato statale. Il capitale di origine mafiosa è assolutamente indistinguibile dal resto dell’economia. Difendiamo la necessità di confiscare tutti i capitali e le aziende legate alla criminalità organizzata. Ma applicata coerentemente simile rivendicazione non significa altro che la confisca, la nazionalizzazione per porli sotto il controllo operaio, dei principali settori dell’economia.


7. Per una struttura studentesca nazionale


Il movimento studentesco era l’unico terreno dove i Gc avevano raggiunto nel proprio passato un certo livello di radicamento. E proprio per questo si tratta anche del terreno dove la Disobbedienza ha fatto più danni, smantellando completamente la rete di collettivi studenteschi che, seppur con metodi criticabili, avevamo costruito in diverse zone d’Italia.

Nello scorso autunno abbiamo assistito ad un accenno di mobilitazioni in scuole ed università. Un accenno tuttavia significativo delle potenzialità e dei limiti del movimento studentesco in Italia. Non sono state mobilitazioni determinate solo ed esclusivamente dagli ultimi affondi della riforma Moratti, ma dallo stato di sfascio in cui si trova l’istruzione pubblica. Non esiste un solo capitolo dell’istruzione che non sia stato peggiorato come risultato di quasi 20 anni di continui attacchi alla scuola pubblica: condizione salariale e contrattuale dei docenti, tempo pieno, ritmi di studio, costi ecc. La selezione di classe che colpisce i settori più svantaggiati della società continua ad operare, avvalendosi di strumenti nuovi. Oltre all’abbandono scolastico, i percorsi professionalizzanti spingono i figli dei ceti meno abbienti a ritagliarsi un percorso di studi che sempre di più si rivela un semplice avviamento al lavoro. All’università aumenta il numero dei laureati, ma solo perché il vero sbarramento viene spostato alla laurea specialistica. Se si riduce il tempo con cui si consegue la laurea triennale, aumenta il periodo necessario per trovare un’occupazione a causa della necessità di continuare con laurea specialistica e vari master.

In compenso il numero degli studenti-lavoratori è in costante aumento: tra il 1998 al 2004 aumentano dal 47 al 68% gli studenti costretti a lavorare per mantenersi agli studi. L’Autonomia Scolastica e Universitaria hanno poi aperto completamente la strada alla differenziazione tra scuole e atenei di serie A e di serie B, con l’entrata in grande stile dei privati all’interno dei percorsi formativi.


Nei progetti elaborati dall’Unione, questo processo è destinato ad essere intensificato: il programma sottoscritto, infatti, afferma l’esigenza di “sostenere l'innovazione istituzionale del sistema, orientando con chiare regole di governo l'autonomia responsabile degli atenei e degli enti di ricerca” e di “stimolare l'interazione pubblico/privato attraverso strutture di ricerca legate alle imprese (...) approntando incentivi fiscali e laboratori comuni tra università e imprese”. Fra le intenzioni delle principali forze della coalizione c’è il progetto di procedere nella direzione della trasformazione degli atenei in fondazioni: la battaglia contro l’ulteriore trasformazione in senso privatistico del sistema formativo in Italia dovrà rappresentare per i Giovani Comunisti un impegno prioritario nella prossima fase, da sviluppare senza alcun cedimento alle illusioni concertative che segnarono il rapporto della nostra organizzazione giovanile col ministro Berlinguer fra il 1996 e il 1998.

Depurata dai suoi elementi accessori, d’altra parte, il nucleo della riforma Moratti è difficilmente distinguibile dalle precedenti leggi del centrosinistra. Se l’Unione ha timidamente promesso di rivedere le leggi vergogna del Governo Berlusconi, per quanto riguarda l’università la legge vergogna non è né più né meno che quella lasciata dal centrosinistra nel 2001: la riforma Zecchino.

Di fronte a simile scenario dobbiamo lottare contro l’idea che l’Autonomia Scolastica sia un meccanismo riformabile o utilizzabile per i fini del movimento studentesco attraverso un processo di “autoriforma”. Dobbiamo lottare per il ritiro di tutte le controriforme scolastiche approvate dagli anni ’90 in poi, per un raddoppio dei finanziamenti all’istruzione pubblica e per l’abolizione di qualsiasi forma di finanziamento alle scuole private. Oltre a questi punti generali, è necessario articolare la nostra parola d’ordine di una “scuola pubblica democratica, gratuita, di massa e di qualità!” con una serie di rivendicazioni che entrino nello specifico delle problematiche concrete causate dalla controriforma alle condizioni degli studenti. Un programma che parta dalle condizioni materiali degli studenti stessi e che contenga ad esempio richieste come

-       il tetto di 20 alunni per classe contro il sovraffollamento

-    la concessione a tutti gli studenti di libri gratuiti in usufrutto

-     la gratuità dell’iscrizione a scuole e università, dei mezzi di trasporto per gli studenti

-     un piano di edilizia scolastica per l’ammodernamento di tutti gli istituti e per la costruzione di alloggi universitari,

-     l’erogazione di borse di studio per tutte le famiglie sotto il reddito medio che ne facessero richiesta

-     l’apertura pomeridiana degli istituti per ripetizioni gratuite e gestite da docenti pubblici

-     la retribuzione di qualsiasi stage e tirocinio secondo le norme contrattuali

-     la lotta all’autoritarismo con l’introduzione dell’eleggibilità e revocabilità della figura del preside ecc.ecc.


Il limite principale del movimento studentesco italiano, però, continua ad essere l’assenza di una struttura studentesca nazionale in grado di unificare su scala nazionale e sulla base di un coerente programma di difesa dell’istruzione pubblica le potenziali mobilitazioni studentesche. Fino a che permane quest’assenza il rischio è che le singole mobilitazioni scoppino isolatamente o peggio che rimangano chiuse nel proprio particolarismo. Inoltre, questo vuoto crea spazi per organizzazioni come l’Uds o l’Udu che, pur utilizzando in alcuni casi una fraseologia radicale, nella realtà hanno un approccio estremamente moderato, proponendo, in ultima analisi, la via concertativa come mezzo risolutivo. Non si lavora così per generalizzare e rendere efficaci le mobilitazioni, ma le si relega ad elementi di semplice pressione, con la conseguenza di limitarne pesantemente le possibilità di sviluppo. Questa tendenza sarà ancor più enfatizzata con la presenza del centro-sinistra al governo.

Come in natura, anche nella lotta politica, il vuoto non esiste; in mancanza di un’alternativa credibile queste organizzazioni possono attrarre elementi sinceramente combattivi che, in realtà,  poco hanno da spartire con le posizioni di chi dirige quelle organizzazioni. E’ compito dei comunisti far emergere queste contraddizioni attraverso un approccio chiaro ma non settario, in particolare su una questione: nessun governo “amico” risolverà i problemi degli studenti, l’unica strada per fare ciò è quella della mobilitazione di massa.

L’alternativa che mettiamo in campo non può essere semplicemente la costruzione di collettivi studenteschi (cosa che peraltro sarebbe un passo in avanti rispetto all’attuale nostro livello di intervento), ma si tratta di formarli e collegarli sulla base di un programma dettagliato e radicale (accennato in precedenza) le cui bussole siano il rifiuto di qualsiasi forma di privatizzazione dell’istruzione e la lotta intransigente contro la selezione di classe.


Spesso elogiamo le capacità di mobilitazione del movimento studentesco in altri paesi europei, ma poche volte ne studiamo le dinamiche. In Spagna le attuali conquiste nel campo dell’istruzione sono il risultato delle mobilitazioni promosse dal Sindicato de Estudiantes nel corso degli anni ’80 e ’90. Il Sindicato è stato anche il principale punto di riferimento nelle mobilitazioni di massa che si sono sviluppate contro la Lou, la legge di controriforma dell’istruzione del precedente Governo Aznar. È una struttura nazionale con congressi annuali e che grazie alla presenza e al radicamento negli istituti di grossa parte della Spagna è in grado di porre in discussione democraticamente tra la maggioranza degli studenti spagnoli ogni rivendicazione, ogni passo necessario per intraprendere o proseguire una lotta.


La costruzione di un’organizzazione studentesca non è in contrapposizione ma anzi è complementare alla lotta per la nascita di strutture democratiche di movimento in grado di rappresentare la volontà della massa di studenti coinvolti in una lotta, a patto che simili strutture siano di massa e democratiche di nome e di fatto. Anche in Italia dobbiamo lottare per l’affermazione della tradizione del coordinamento democratico sul modello francese, cioè di una democrazia basata sulle assemblee e sui delegati eletti, in grado di rappresentare la volontà degli studenti in lotta. Durante l’occupazione delle università e delle scuole francesi tutto veniva deciso in assemblea, ogni decisione era sottoposta ad un breve dibattito e votata democraticamente tra la massa degli studenti. Ogni assemblea eleggeva poi delegati in grado di rappresentarne la volontà ad un livello provinciale e nazionale. In questo modo tutte le organizzazioni coinvolte nella lotta erano costrette ad avanzare le proprie proposte in assemblea e solo questo meccanismo ne verificava la reale rappresentatività. Basta paragonare tutto questo con la frenesia con cui i compagni del gruppo dirigente dei Gc hanno difeso in autunno, all’interno delle poche occupazioni di ateneo italiane, l’idea che non fosse necessario votare nulla in assemblea perché “votare è antidemocratico” (vorremmo sapere allora che cos’è democratico!).

Solo metodi democratici di coordinamento e organizzazione possono coinvolgere nelle decisioni e nella lotta l’intera massa degli studenti, senza che esse siano solamente in mano al “ceto politico”. Questa è una delle differenze fondamentali che ha permesso che in Francia una mobilitazione partita da qualche centinaio di studenti diventasse di massa, si generalizzasse e proseguisse fino alla vittoria, mentre in Italia, dopo una prima breve fiammata, le mobilitazioni, non riuscendo a coinvolgere la massa degli studenti, sono rientrate senza riuscire ad incidere. E’ necessario trarre le corrette lezioni da quest’esperienza, ricominciando a lavorare per far fare un salto di qualità alle prossime mobilitazioni

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8. Contro l’oscurantismo e il proibizionismo!


Gli attacchi alle condizioni di vita delle giovani generazioni trovano la propria cornice naturale in una ritrovata aggressività della destra e della Chiesa sul terreno delle libertà democratiche e dei diritti civili. Il familismo è l’ideologia naturale di una società che, non riuscendo a garantire un pieno sviluppo dell’individuo sul terreno economico, deve negarne la necessità anche sul terreno ideologico. Così come irregimentare la donna, ad esempio, è funzionale a scaricare sul lavoro domestico ciò che viene tolto allo stato sociale, negare la possibilità di una vita al di fuori dei “sacri vincoli familiari” fornisce una giustificazione agli ostacoli materiali che già oggi impediscono ad un giovane la vita al di fuori della famiglia.

Anche la questione della casa è in questo momento un probema gravissimo per i giovani proletari. L’impossibilità di un precario ad accedere ad un mutuo scava sempre di più un solco tra ricchi e poveri. La definitiva liberalizzazione degli affitti, risultato di una legge approvata dal precedente Governo di centrosinistra, ne ha fatto lievitare i costi a limiti impensabili. Non solo per uno studente ma anche per un giovane lavoratore, in mancanza degli aiuti familiari, l’affitto di una stanza diventa una via pressochè obbligata. Nel contempo la speculazione mette le mani su un numero crescente di appartamenti sfitti con cui mantenere alto il costo delle case o garantirsi una larga entrata dagli affitti in nero. Siamo per la requisizione, salvo comprovata necessità, di tutti gli appartamenti sfitti, per l’imposizione di affitti calmierati e per la ripresa di piani di edilizia popolare per la concessione a vita di appartamenti con affitti che non superino il 10% delle entrate.


In questo quadro è anche la questione dell’oppressione femminile a ripresentarsi nella forma più odiosa, come ha dimostrato l’offensiva reazionaria recente scatenata per difendere la legge sulla  Procreazione Medicalmente Assistita: nel contesto della battaglia referendaria, tuttavia, abbiamo potuto renderci conto di come la subalternità (culturale, non solo politica) delle sinistre al centro moderato impedisca persino di mettere in campo un impegno serio contro l’aggressività reazionaria dello schieramento clericale, confermata anche nel corso del dibattito attuale sui patti di convivenza e sulle unioni civili. Da questo punto di vista, i problemi rischiano di moltiplicarsi: l’approvazione della legge 40, sostenuta pure da forze importanti dell’Unione, non prelude a possibili attacchi futuri  alla normativa che legalizza l’aborto: la legge 194 è stata permanentemente in discussione, infatti, fin dalla sua promulgazione, ed oggi essa è ulteriormente compromessa dall’amalgama tra il progressivo disimpegno pubblico in ordine all’assistenza sanitaria e un’antica e ben radicata connivenza tra istituzioni ospedaliere e organizzazioni cattoliche. La situazione risulta ora aggravata dalla impossibile convivenza giuridica tra la legge 40 e la 194, minata già da tempo dai sistematici tentativi di cancellare, dal contesto delle relazioni sociali, ogni traccia di autodeterminazione femminile.


Per evitare che l’Unione si riveli un dispositivo efficace ad ingabbiare le disponibilità alla mobilitazione pure sul terreno della lotta democratica per i diritti civili, ci batteremo affinché i Giovani Comunisti s’impegnino ad intrecciare la difesa e il rilancio dei diritti delle donne non tanto con la presunta sensibilità dei settori dell’opinione pubblica borghese più o meno illuminata, quanto con le lotte di massa che il proletariato ha ripreso ad opporre al dominio delle classi dominanti, nella convinzione che lotta per la cancellazione (non per la correzione) delle leggi reazionarie contro le donne (così come contro tutte le minoranze oppresse dai meccanismi di funzionamento di questa società) non potrà prescindere dal protagonismo di massa delle giovani, delle lavoratrici e dell’intero movimento operaio.

In un contesto di crisi sociale, l’aumento della repressione da parte dello Stato non si riversa solo sulle libertà politiche ma su ogni aspetto generale della vita. Così la recente campagna della destra contro le droghe raggiunge il picco massimo di ipocrisia in una società che ha nel consumo di massa delle droghe legali, come ad esempio gli psicofarmaci, uno dei suoi principali strumenti di controllo. Dobbiamo batterci per la decriminalizzazione del consumo. Allo stesso tempo non accettiamo l’uso strumentale che il gruppo dirigente ha fatto fino ad oggi di questa battaglia. La questione della droga va inserita all’interno dell’attività complessiva di un’organizzazione giovanile rivoluzionaria. Non può diventare la leva con cui trasformare invece la nostra organizzazione in un gruppo giovanilistico.


9. Democrazia e strutturazione dei Gc


Il dissesto organizzativo dei Giovani Comunisti è inscindibilmente legato alla linea politica applicata in questi anni. Non crediamo che esista una ricetta che possa risolvere le falle della nostra organizzazione senza un contemporaneo cambiamento della linea politica. Per noi un’organizzazione comunista è composta prima di tutto da idee, metodi e programmi e solo in secondo luogo da un apparato organizzativo. Come formare e controllare simile apparato non è però argomento di secondaria importanza.

Esiste nei Giovani comunisti un obiettivo problema di trasparenza e democrazia. Non esiste alcuna discussione su questioni quali autofinanziamento, apparato, ecc. Tutti questi argomenti devono essere posti in un dibattito democratico a partire dal Coordinamento nazionale.

Va rotta una prassi negativa che ha visto sistematici rinvii delle conferenze nazionali dei Gc. La vecchia norma statutaria imponeva una conferenza ogni due anni, poi passati a tre con le modifiche allo statuto approvate al congresso di Venezia; siamo, nei fatti, a quattro anni di distanza dalla scorsa conferenza nazionale (luglio 2002)… Proponiamo di tornare alla scadenza biennale, e in ogni caso a una effettivo rispetto delle norme.

Lo stesso valga per il coordinamento nazionale, che dovrebbe riunirsi ogni due mesi, a scadenze certe, abbandonando una gestione discrezionale da parte della maggioranza delle scadenze del dibattito.

Ad ogni coordinamento nazionale dovrebbero seguire attivi provinciali o di circolo dei Gc che riportino il dibattito, le decisioni, le informazioni.


Anche se il partito sostiene finanziariamente i Gc, essendo questi interni allo stesso Prc, questo non significa che non dobbiamo sviluppare serie forme di autofinanziamento, sia centrali che locali, unico mezzo per garantire la nostra reale autonomia politica, tanto più in una situazione nella quale il peso della presenza istituzionale è schiacciante nel garantire le entrate del partito, con tutte le conseguenze negative che vediamo moltiplicarsi sia al centro che in periferie: corsa alle candidature agli incarichi, logiche di “cordata”, ecc.

Le strutture dei Gc devono sviluppare una effettiva vita democratica e una partecipazione militante. I coordinamenti provinciali devono porsi l’obiettivo di riunirsi regolarmente per discutere sia del proprio intervento che di argomenti politici, internazionali, per fare formazione politica. Al tempo stesso riteniamo utile riproporre l’ipotesi di strutturare i Gc anche a livello di circolo, laddove questo sia praticabile ed efficace, con l’obiettivo di allargare la partecipazione a tutti gli iscritti.

Proponiamo di avviare un confronto con Liberazione al fine di aprire maggiori spazi per le riflessioni e gli interventi provenienti dai Gc, non solo quelli, peraltro sporadici, dell’Esecutivo nazionale, e di valutare ulteriori possibilità, come ad esempio la pubblicazione, a scadenze regolari, di un inserto legato alle tematiche giovanili che possa anche essere diffuso in maniera militante.


10. Pace, guerra, nonviolenza: i giovani comunisti e la prospettiva rivoluzionaria


Il movimento contro la guerra, dopo le grandi manifestazioni del 2002-2003, è entrato obiettivamente in una fase di ripiegamento, testimoniato non solo dai numeri delle mobilitazioni, assai minori, ma soprattutto da una crisi di orientamento politico.

L’opzione del pacifismo assoluto, che in molti casi confina con la pura testimonianza individuale, rende impossibile una lettura coerente e un’azione efficace di fronte ai conflitti in corso (Iraq, Palestina, Aghanistan…) e a quelli che si preparano (Iran, Siria, Libano…). L’aver oscurato e delegittimato i concetti di imperialismo, resistenza, lotta di classe, l’aver ridotto l’intera analisi dei processi internazionali nel “binomio” (del tutto artificiale) guerra-terrorismo ha contribuito grandemente a questa crisi politica. Questo è tanto più vero a fronte di una martellante campagna mediatica trasversale, tesa a presentare, purtroppo con un certo successo, un vero e proprio “mondo alla rovescia”. Così, ad esempio, Israele, che rifiuta da decenni ogni forma di “legalità internazionale”, che costruisce il muro dell’Apartheid, che alla faccia a qualsiasi trattato di “non proliferazione” possiede centinaia di testate atomiche senza accettare di sottoporsi ad alcun controllo, diventa la vittima minacciata di annientamento e non uno Stato armato fino ai denti che nega anche diritti più elementari a un popolo oppresso. In tempi di “esportazione della democrazia” questo esempio si potrebbe moltiplicare milioni di volte.

La realtà è che a dispetto di tutte le belle parole, degli appelli alla pace, al dialogo e alla comprensione, il mondo viene sprofondato in una spirale di conflitti senza soluzione, ognuno dei quali porta in sé i germi della guerra successiva.

Di fronte a questa situazione, non si può negare il diritto di un popolo oppresso a lottare contro il proprio oppressore anche con l’uso della forza. Né ci si può limitare a “riconoscere” tale diritto in astratto, salvo poi bollare come “terrorismo” ogni manifestazione di resistenza.

Questo non significa appoggiare qualsiasi mezzo di lotta, né tantomeno mettere sullo stesso piano forze reazionarie quali Al Qaeda o altre forze fondamentaliste (che peraltro in Iraq costituscono solo una minima parte delle forze che si oppongono all’occupazione) con movimenti di liberazione di ben altra natura.

Nella nostra epoca la lotta per la liberazione nazionale assume una prospettiva credibile se si lega a un programma di emancipazione sociale, di lotta contro l’imperialismo, contro il capitalismo e contro quelle classi dominanti locali corrotte e marce che in particolare nel mondo arabo da mezzo secolo strumentalizzano la causa palestinese mentre dietro le quinte si accordano con le potenze imperialiste per mantenere i propri privilegi. La rivendicazione del ritiro delle truppe italiane che partecipano alle missioni di occupazione rimane per noi pienamente valida non solo per l’Iraq, ma anche per quelle missioni targate Onu (Afghanistan e Balcani) che l’Ulivo ha invece a suo tempo sostenuto e che tutt’ora sostiene.


L’esperienza di oltre un secolo dimostra che la vera violenza viene innanzitutto dalla classe dominante, che non esita a gettare la maschera democratica e a usare l’oppressione più spietata se questo è necessario per difendere il proprio potere. Ancora recentemente, il tentativo di colpo di Stato in Venezuela (aprile 2002) o il tentativo, fallito, di annegare nel sangue l’insurrezione del popolo boliviano, hanno confermato questa lezione. In entrambi i casi, la reazione è stata sconfitta non dagli appelli alla pace e al dialogo, ma dalla determinazione delle masse, dei lavoratori, dei contadini, dei minatori, che non hanno esitato a usare anche la forza per mettere la reazione in condizioni di non nuocere.

La nostra risposta alla violenza della guerra e alla “silenziosa” violenza quotidiana di questo sistema sociale, si ispira a quegli esempi: una lotta coraggiosa, intransigente per l’affermazione della prospettiva socialista e rivoluzionaria, l’unica che può davvero sradicare dal mondo l’oppressione e con essa la violenza e la guerra.

Nonostante la più che decennale campagna ideologica contro il comunismo, i proclami sulla “fine della storia”, il “pensiero unico” e le abiure di tanta parte della sinistra, il nuovo secolo vede riaprirsi la speranza rivoluzionaria. Di fronte a un sistema che sprofonda in contraddizioni sempre più stridenti sul piano sociale, economico, ambientale, abbiamo il risveglio di grandi movimenti di massa e la ricerca di alternative a questa società.


La rivoluzione non torna solo di prepotente attualità, ma diventa sempre di più una necessità. Non a caso la parola d’ordine della trasformazione socialista della società torna a far capolino non solo da questo o quello scritto ma nella vita concreta delle masse in America Latina, con l’apertura di un dibattito di massa in Venezuela sulla costruzione del socialismo del secolo XXI. Proprio la situazione in America Latina deve essere posta costantemente al centro delle nostre discussioni e della nostra azione, con continue campagne internazionaliste sul modello di quello fatto dalla campagna internazionale “Giù le mani dal Venezuela”.

La nostra generazione è la prima dopo mezzo secolo a veder peggiorare le proprie condizioni di vita rispetto alle generazioni precedenti. La necessità di una rottura rivoluzionaria tornerà ad affacciarsi nella testa di migliaia di persone. Un’organizzazione giovanile comunista può avere un futuro solo se si colloca all’interno di questo processo, condividendo l’evoluzione di migliaia di giovani nel nostro paese e proponendo la prospettiva comunista e rivoluzionaria.


Primi firmatari: Jacopo Estevan Renda, Elisabetta Rossi, Dario Salvetti (coord. Nazionale Giovani Comunisti)

 

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