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Il 4 Ottobre l’esecutivo nazionale dei Giovani Comunisti (Gc) ha fatto pubblicare su Liberazione un lungo documento sul “movimento dei movimenti” rivolto in particolare all’area dei disobbedienti, all’interno della quale si è aperto un conflitto con Casarini. È un bene che la divisione venga alla luce, visto che finora la discussione è rimasta confinata in ambiti ristretti con l’esecutivo che negava ogni contraddizione, anche di fronte alle aggressioni “squadristiche” compiute da Casarini contro i compagni che si “permettevano” di non essere d’accordo. Ancora qualche settimana fa a Marghera di fronte alla contestazione del Prc per la vergognosa intitolazione di una strada “ai martiri delle foibe” operata dal sindaco Bettin assieme ad An e con la benedizione di Casarini, i compagni del partito sono stati aggrediti dai militanti del centro sociale Rivolta, tanto pacifisti nella lotta contro l’imperialismo quanto brutali e violenti verso chi li critica da sinistra.

Il documento dell’Esecutivo, riconosce solo oggi la contraddizione ma non ne analizza le cause che erano evidenti fin dalla nascita del “laboratorio della disobbedienza”. Scrivevamo infatti su Falcemartello il 12 Giugno 2002:

“…Ci sono tali e tante divaricazioni da non permettere più ad alcuno, all’interno del “laboratorio”, di esprimere una opinione condivisa e collettiva; ognuno può solo parlare per sé, il che equivale a dire che il “laboratorio” come struttura collettiva è finito… Il tentativo di risolvere la crisi attraverso la strutturazione della rete dei Social Forum (SF) non solo non ha risolto questa crisi, ma l’ha resa più evidente. I SF, particolarmente nelle grandi città e su scala nazionale, sono oggi molto distanti dall’esprimere la potenzialità rivoluzionaria del movimento; prevale una diplomazia soffocante nei rapporti tra le diverse componenti, la logica assembleare e quella del “minimo comun denominatore” si sommano creando una gestione sostanzialmente antidemocratica. C’è quindi un’evidente forzatura nel rappresentare i SF come la “strutturazione del movimento” in quanto tale: sia per composizione che per metodi e programmi, la maggior parte dei SF sono distanti miglia e miglia dalle aspirazioni più profonde e radicali espresse dalle centinaia di migliaia di persone che hanno partecipato alle mobilitazioni contro il G-8 …L’accettazione della “disobbedienza sociale”, nonostante la retorica movimentista di cui si ammanta, costituisce in realtà un allontanamento dal movimento reale, verso la logica delle azioni “esemplari”, eclatanti, simboliche, logica che è del tutto incapace di prospettare uno sviluppo di massa del movimento e un suo reale legame con il movimento operaio.”.

La crisi deriva dall’incapacità dei Gc di collegarsi ai settori più avanzati del movimento legandosi invece a quelli più moderati: le tute bianche di Casarini. Oggi la crisi diventa innegabile di fronte al crollo della presenza alle manifestazioni così come si è visto il 4 ottobre, un appuntamento costruito per mesi (anche annullando la manifestazione nazionale del Prc) e che ha visto la partecipazione di non più di 20mila persone.

 

Rompere con la Disobbedienza

 

L’area disobbediente è il frutto di un’alleanza senza princìpi. L’unico collante era la comune ricerca della visibilità ad ogni costo. Come da manuale, un’alleanza di questo tipo si conclude senza alcun reale dibattito politico e tra le accuse reciproche. Tali sviluppi erano nella logica delle cose.

Nel maggio del 2002 scrivevamo: “Il Laboratorio dei Disobbedienti non si regge su nessun accordo di principio chiaro. Su questa base tale accordo si concluderà tra le recriminazioni reciproche” (FalceMartello  n°157) e ancora prima nel novembre del 2001: “le posizioni movimentiste della maggioranza hanno dato vita ad un blocco organico con le Tute Bianche (non abbiamo dubbi, peraltro, che l’accordo non si basi su principi condivisi, ma solo su convenienza reciproca, e fallirà non appena questa verrà a mancare)” (FalceMartello  n°152).

Formalmente l’area della disobbedienza potrebbe continuare ad esistere ancora per molto tempo. Scioglierla sarebbe un’ammissione pubblica di fallimento ma il corteo del 4 ottobre ha già visto scendere in piazza separate le diverse componenti. Sarebbe il caso di prenderne atto!

Tanto più che la crisi rischia di travolgere la nostra organizzazione. Non abbiamo mai preteso una direzione infallibile, ma pretendiamo una direzione in grado di ammettere i propri errori: siamo ancora in tempo per cambiare rotta. Oggi è più che mai necessario abbandonare senza remore la disobbedienza e tornare ad una reale strategia di costruzione dei Giovani Comunisti nelle aziende, nelle scuole, nelle università, nel territorio e nei movimenti di massa reali.

 

Le pratiche di piazza di Casarini e le nostre critiche

 

Un’area basata solo sulla visibilità ad ogni costo, non poteva che rompersi sulla sfida per la visibilità. Casarini cerca oggi di ritagliarsi un ulteriore spazio ammantandosi di una maggiore radicalità, riproponendo in piazza la classica azione diretta, di fatto uno scimmiottamento dei black-bloc. La nostra critica verso una simile tattica deve essere netta e franca: non abbiamo bisogno di supereroi che si sostituiscano alle masse.

La critica mossa dall’Esecutivo dei Gc parla invece di una non meglio precisata “riflessione sulle pratiche”. L’Esecutivo si limita ad accusare Casarini di aver abbandonato la pratica della “non violenza” riproponendo il ragionamento gandhiano secondo cui “la nostra capacità di sottrarci alla violenza come scelta di fondo si è definita nella convinzione che la violenza e il suo monopolio stiano dall’altra parte” (dal documento dell’Esecutivo).

Non abbiamo spazio per sviluppare compiutamente la nostra posizione sulla non-violenza, ci limitiamo a dire che quanto sopra citato cancella con un solo tratto di penna ogni riferimento a quelle rivoluzioni e movimenti di liberazione che nell’ultimo secolo si sono mossi contro il capitalismo e che dovrebbero essere dei punti di riferimento irrinunciabili per chi si dichiara comunista.

Cosa propongono i compagni dell’Esecutivo dei Gc in una situazione come quella boliviana dove i militanti di sinistra vengono assassinati dall’apparato dello Stato? Il diritto all’autodifesa (a cui stanno provvedendo i minatori formando milizie operaie) o stordire l’apparato di repressione con un bel sound system?

Noi comunisti rifiutiamo qualsiasi forma di violenza sia lontana dalla coscienza delle masse e improduttiva per lo sviluppo di un movimento. Rifiutiamo la violenza di qualche manipolo di illuminati che si sostituisce all’azione cosciente di milioni di persone. Questa è la base su cui, ad esempio, condanniamo frontalmente il terrorismo delle Br. Questa è anche la base su cui rifiutiamo le azioni di Casarini: le rifiutiamo sia che siano simboliche e concordate con la polizia sia che siano reali. Allo stesso tempo non possiamo cadere in un approccio gandhiano: la borghesia difende i rapporti di produzione capitalisti con la forza materiale dello Stato, (nelle parole di Engels il). Ci si deve spiegare come sia possibile cambiare i rapporti di produzione capitalisti senza porsi l’obiettivo dell’abbattimento della macchina repressiva dello Stato. “corpo di uomini armati in difesa della proprietà privata”

 

 Cambiamo strada!

 

Abbiamo alle spalle due anni di manifestazioni oceaniche che dimostrano la volontà diffusa di lotta contro il Governo Berlusconi. Ma le manifestazioni non hanno prodotto ancora risultati tangibili. Esiste un intero strato di attivisti sindacali, studenteschi che, partendo da questo dato, stanno cercando una via per conferire un salto di qualità alle mobilitazioni. Nelle aziende metalmeccaniche e nei call-center si stanno sviluppando forme di lotta radicali a cui non assistevamo da molti anni. Nelle scuole esiste una disponibilità diffusa a lottare per fermare l’attacco all’istruzione pubblica. È qui che dobbiamo rivolgere la nostra attenzione ed il nostro lavoro. Le possibilità di essere ascoltati ed individuati come un punto di riferimento non sono mai state così reali. La nostra organizzazione arriva tuttavia a questa sfida completamente sfilacciata e sradicata dai luoghi di studio e di lavoro. L’appiattimento sulla disobbedienza ha deformato l’organizzazione e l’ha disgregata. In decine di federazioni i Gc non esistono più nella pratica, il caso di Milano e forse quello più eclatante ma certamente non l’unico.

Nell’ultimo coordinamento nazionale dei Gc i compagni dell’Esecutivo, pur ammettendo la crisi hanno tenuto a dichiarare che “indietro non si torna”. Crediamo invece che l’unico modo per costruire la nostra organizzazione sia fare un serio bilancio degli ultimi anni per imprimere una svolta. È necessario dotarsi di un programma e di una strategia di classe per evitare che si verifichi quanto cinicamente scriveva un disobbediente romano (Lutrario) e cioè che “tanti compagni di Rifondazione animano il movimento ma nel farlo devono spogliarsi della loro appartenenza che nel movimento diventa inservibile. Il paradosso è che Rifondazione è nel movimento ma non ha nulla da dire”.

Dobbiamo aprire un confronto che coinvolga tutti i militanti con la convocazione di attivi in ogni federazione, non solo perché di cose da dire ne abbiamo e come, ma ci permettiamo di aggiungere modestamente che solo con un’azione lungimirante e organizzata, propria dei comunisti, è possibile che un domani i movimenti tornino a vincere aprendo la strada alla trasformazione della società.

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