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Giovani, comunisti e rivoluzionari
 
Domenica 22 marzo si terrà la conferenza straordinaria dei Giovani comunisti di Milano. Per la prima volta nell'organizzazione giovanile del partito a Milano si apre la possibilità di invertire la rotta che è stata disastrosamente seguita negli ultimi dieci anni: una direzione che ha portato i Gc cittadini a subire continui tentativi di demolizione diretti ed indiretti e ha mancare cosciente l'intervento nell'importante movimento studentesco di quest'autunno. 

Contro questa direzione vendoliana ormai da tempo si era coagulato un fronte che vedeva in prima linea i compagni di FalceMartello, prima opposizione, e i compagni che hanno sostenuto il documento di Ferrero all'ultimo congresso del partito. Una battaglia che è durata anni contro questa direzione e che continuerà contro ogni tentativo di restaurazione e conservazione anche nel percorso che porterà a questa conferenza.

Dimissionato a dicembre il vecchio gruppo dirigente in un attivo di bilancio delle mobilitazioni studentesche, il fronte di opposizione al vecchio esecutivo vendoliano faceva approvare un odg che sanciva l'avvio di un percorso di conferenza straordinaria da tenersi prima dell'avvio della campagna elettorale, così da fornire ai Gc di Milano un coordinamento legittimato a dare una linea politica alla struttura e a ricostruirla.

Il dibattito seguito nel coordinamento reggente, composto dai compagni di FalceMartello e dell'area di Ferrero, ha visto invece un brusco cambio di rotta e lo sfaldamento del fronte che aveva combattuto contro le politiche del precedente coordinatore: terrorizzati dall'idea che i Gc di Milano possano essere diretti dai sostenitori del 4° documento, i compagni dell'area di Ferrero hanno formato una santa alleanza con i vendoliani rimasti e hanno recuperato tutti i compagni del partito che avevano tralasciato i Gc in questi anni. In questa crociata contro il 4° documento non manca proprio nessuno: compagni dell'area Ferrero, Essere Comunisti, Rifondazione per la sinistra e chi più ne ha più ne metta.

In questa conferenza si confronteranno quindi due documenti: il primo, dal titolo “Nei movimenti: per l'alternativa anticapitalista”, è il documento scritto dalla “santa alleanza” contro FalceMartello; il secondo, sottoscritto dai compagni dell'area FalceMartello e dal titolo”Giovani, comunisti e rivoluzionari”, è il documento che si propone di aggregare tutti quei Giovani comunisti che vogliono sinceramente lottare per una svolta a sinistra nei Gc e non per pallide cosmesi organizzative che rappresentano, in realtà, la conservazione.

Ci auguriamo che il secondo documento sia sostenuto sinceramente da tutti quei compagni che dopo anni di delusioni e confusione vogliano dar vita a un reale cambiamento nei Gc, per farla finita con la rotta disastrosa che ha portato i Gc ad abbracciare prima il movimentismo più vuoto, poi  l'istituzionalismo più deleterio.

Quello che segue è il testo del secondo documento: Giovani, comunisti e rivoluzionari.

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Giovani, comunisti e rivoluzionari


Nei mesi scorsi abbiamo assistito ad un risveglio delle lotte sociali in Italia, con un autunno di lotte studentesche che per vastità e determinazione non ha eguali negli ultimi 30 anni e che ha contribuito alla proclamazione dello sciopero generale. Più di un milione tra studenti e lavoratori sono scesi in piazza nelle diverse manifestazioni locali e oltre 4 milioni di lavoratori hanno scioperato il 12 dicembre.
Sebbene la crisi economica internazionale stia avendo conseguenze sempre più devastanti sulle vite di milioni di lavoratori, giovani e precari, dopo una prima esplosione di lotte sia il movimento studentesco che quello operaio stanno attraversando una fase di flessione e disorientamento. Nonostante la generosa disponibilità alla lotta dimostrata dagli studenti e dai lavoratori, com’era prevedibile le direzioni delle organizzazioni studentesche e sindacali hanno contribuito fortemente a portare il movimento ad uno stallo: un contesto contraddittorio dove i migliori attivisti si stanno interrogando su come proseguire la lotta e ottenere risultati concreti.

Proprio nel momento in cui la lotta di classe è riemersa sulla scena politica italiana con tutto il proprio peso ed è chiaramente esplosa la volontà di lottare da parte di una generazione nuova e fresca di giovani che non è stata bruciata dalle sconfitte del passato, è un’ironia della sorte che la direzione dei Giovani Comunisti abbia deciso di sciogliere la propria organizzazione.

Ed è ancora più assurdo che quando i limiti dei dirigenti delle mobilitazioni sono emersi chiaramente e i militanti hanno cominciato a cercare un’alternativa, la maggioranza dei GC si sia rifiutata di prendere posizione su tutte le questioni fondamentali astenendosi dal dibattito in corso.

Demoliti dai continui tentativi di liquidazione aperta o di paralisi da parte dell’esecutivo, i Giovani Comunisti di Milano sono arrivati completamente impreparati di fronte a questa situazione e corrono il rischio di mancare all’appello del compito politico a cui dovrebbero essere votati: quello di diventare l’organizzazione cittadina di riferimento degli studenti e dei giovani lavoratori più combattivi, di organizzarli e di fornire loro la prospettiva più corretta per lottare per una società più giusta.

Con questo documento vogliamo porre le basi per una discussione con tutti quei Giovani comunisti che sentono ancora indispensabile l’esistenza di una organizzazione giovanile comunista in grado di combattere per la propria classe contro questo sistema di miseria e sfruttamento.


Una liquidazione di fatto


Il gruppo dirigente dei Giovani Comunisti di Milano ha fatto della propria organizzazione il banco di prova teorico e politico della liquidazione della struttura in nome della formazione del Network dei giovani della sinistra. Questa struttura veniva lanciata durante la campagna elettorale della Sinistra Arcobaleno e aveva come giustificazione la necessità di creare una nuova “sinistra ampia, partecipata, plurale”. Fallito tale tentativo, il gruppo dirigente giovanile non si è perso d'animo per disintegrare i Gc: del resto, ci sono molti modi per liquidare una struttura.
Non potendo più formare una nuova struttura, l’esecutivo milanese dei Gc ha paralizzato l’organizzazione lasciando soli i propri attivisti impegnati nei diversi terreni del nostro lavoro politico. Per anni ci siamo rivolti solo al ceto politico delle varie associazioni della sinistra moderata, abbandonando i lavoratori e gli studenti “veri” e le realtà dove questi si trovano. Ogni tentativo di costruire un radicamento nei luoghi di studio e di lavoro è stato smantellato e sono stati cancellati tutti gli ambiti di discussione democratica tra i nostri stessi iscritti.


L’ultimo esempio di questo atteggiamento scandaloso l’abbiamo avuto questo autunno: dallo scoppio del movimento studentesco è stato convocato un solo coordinamento provinciale, a due mesi dall’inizio della mobilitazione, che si è limitato a sancire la necessità di “stare nelle mobilitazioni senza la spilletta dei GC”. Crediamo sia un po’ poco rispetto alla enorme mole di lavoro e alle sfide che i nostri compagni negli atenei e nelle scuole si sono trovati a fronteggiare e che dovranno affrontare anche in futuro. Lo stesso attivo provinciale sulle mobilitazioni studentesche, oltre a giungere molto tardi, ha visto la situazione paradossale della totale assenza del gruppo dirigente e della maggioranza dei Gc, con l’esclusione dei soli coordinatori. Nel mezzo non c’è stato né un volantino, né un manifesto, né una circolare, né una proposta di piattaforma: un silenzio totale.

A furia di teorizzare la dissoluzione dell’organizzazione nel movimento e la necessità di una nuova politica, stiamo rischiando di ritrovarci senza struttura e, quindi, senza la possibilità di sviluppare la nostra politica.
Faremmo poi un atto di disonestà se dicessimo che tale degenerazione sia il parto dell’incapacità di un gruppo dirigente relativamente recente: in realtà i Gc sono sempre stati il banco di prova di ogni sperimentazione volta al suo superamento più o meno mascherato. Un tendenza che, sviluppatasi negli anni, è emersa alla superficie soltanto negli ultimi mesi e che, esclusi i compagni dell’opposizione, non ha mai incontrato ostacoli di qualunque natura.

Tuttavia siamo ancora in tempo per invertire la rotta sin qui seguita: per fermare questa liquidazione di fatto è tuttavia necessaria un’inversione di 180° da un punto di vista sia politico sia organizzativo.


Combattere la concertazione, tornare nei luoghi di lavoro


L’economia italiana affronta la crisi internazionale in una situazione di forte debolezza strutturale.
La Confindustria, per mantenere livelli sufficienti di profitto, sta attaccando pesantemente i lavoratori italiani. I numeri parlano chiaro: secondo un’inchiesta della Ires-Cgil, 12 milioni di famiglie italiane sono a rischio povertà, ossia 1 famiglia su 2; 3 milioni sono indebitate con le finanziarie per sostenere le spese quotidiane; 10mila aziende hanno dichiarato lo stato di crisi: 400mila precari tra pubblico e privato hanno perso o perderanno a breve il lavoro mentre la cassa integrazione ha toccato quota 400mila lavoratori, con un aumento del 59% rispetto all'anno scorso. A questo si aggiunga il pesante debito pubblico accumulato: in media il 104% del Pil, debito che non consente politiche di ingente spesa pubblica.

Con l’accordo separato firmato da Cisl, Uil, Ugl, Confindustria e governo ma senza la Cgil si apre un periodo di grosse contraddizioni sindacali: nonostante l’idea di aprire un conflitto a tutto campo contro Confindustria terrorizzi Epifani e tutta la burocrazia della Cgil, sicuramente nel prossimo periodo si farà ancora più forte la contraddizione tra la volontà del vertice sindacale e gli umori dei lavoratori nei luoghi di lavoro. E’ in gioco la sopravvivenza stessa del sindacato che padroni e Pd vorrebbero piegare e alla fine costringere ad accettare la riforma del contratto nazionale.

I Giovani Comunisti hanno sempre avuto nei luoghi di lavoro il loro punto di debolezza: riteniamo che sarà lì, nella prossima fase, che si giocherà la battaglia decisiva contro la destra e i padroni. Il gruppo dirigente uscente ha sempre snobbato la prospettiva di un lavoro paziente davanti ad aziende, supermercati, call center, ossia quelle autentiche cattedrali di precarietà dove tanti giovani proletari passano per la prima forma di organizzazione e le prime esperienze di lotta.
Se lavoro c’è stato, è stato sempre affidato alla volontà dei singoli giovani comunisti, spesso dell'opposizione, senza una strategia centrale di radicamento.

Emblematica la scelta di non fare battaglia per bocciare il Protocollo del Welfare nel referendum azienda per azienda, ma di boicottare apertamente quella lotta in nome di una fantomatica “consultazione precaria” esistente solo nella mente di qualche dirigente, ma lontana anni luce da quelle migliaia di precari finiti in pasto alla burocrazia della Cgil che sosteneva il Protocollo del governo “amico” nella concreta realtà  della loro azienda.

Il rilancio dei Giovani Comunisti è impensabile senza una loro presenza sistematica davanti ai cancelli delle aziende. E’ necessario avviare un lavoro, all’inizio sicuramente faticoso e difficile, di orientamento a tutti i principali luoghi di sfruttamento, dai centri commerciali come Esselunga, Ipercoop o Ikea, ai call center come Abacus o Direct Line fino alle fabbriche del nord Milano o del Legnanese, come Pirelli e le Franco Tosi. Solo così potremo guadagnare quei giovani lavoratori e delegati sindacali sempre più delusi dalla politica concertativa dei vertici sindacali.

Non proponiamo che i GC si trasformino in una struttura parasindacale, ma che mantengano un orientamento costante al mondo del lavoro e discutano di quale programma sia in grado di rispondere alla crisi economica. Un programma che si basi su una implacabile battaglia per una democrazia sindacale e di lotta, sulla cancellazione del Pacchetto Treu, della Legge 30 e del Protocollo Welfare: da queste rivendicazioni dobbiamo partire per discutere quali siano le proposte necessarie a fermare la distruzione  del tessuto industriale milanese. In questo contesto di chiusure di aziende e licenziamenti di massa, per noi Giovani Comunisti la parola d’ordine dell’occupazione delle aziende e del loro funzionamento sotto il controllo dei lavoratori non potrà più essere un tabù.
Tanto più che già nella pratica queste parole d’ordine sono portate avanti in alcuni casi dai lavoratori stessi: i Gc devono essere in prima fila nel sostenere le lotte più avanzate, a partire da quella degli operai della Innse Presse, che nel prossimo periodo potranno vedere il proprio esempio seguito da molte altre aziende.

Per una svolta a sinistra dei Giovani Comunisti! Basta con la subalternità al PD!

Se la “svolta a sinistra” in grado di tirare fuori il partito dalle secche in cui si è arenato sembra essere rimasta solo sulla carta, sicuramente nei Giovani comunisti è tutta da costruire.
Dalla proclamazione di tale svolta non solo abbiamo sostenuto la catastrofica coalizione di centrosinistra in Abruzzo, ma siamo rimasti aggrappati alle poltrone di tutte quelle giunte che portano avanti politiche antipopolari e xenofobe. Questa linea istituzionalista assimila il nostro partito a quella “casta” tanto in odio ai lavoratori e ai giovani che vorremmo avvicinare, minando costantemente la nostra credibilità.
 
Fino ad oggi i dirigenti dei Giovani Comunisti sono stati tra quelli che più hanno spinto su questa linea di capitolazione nei confronti del PD e della servile “sinistra plurale” sua alleata. Noi pensiamo invece che, se esiste un’autonomia dei Gc dentro il partito, essa deve essere spesa contro questa politica conservatrice di alleanza col Pd che preclude qualsiasi possibilità di rilancio del partito. E’ inaccettabile che le uniche rotture che avvengano siano quelle che subiamo per decisione del Pd e che ci vedono costretti a inventarci frettolosamente un’immagine combattiva. I Giovani comunisti devono invece diventare un pungolo perché venga messa in pratica quella svolta a sinistra richiesta a gran voce dal corpo del partito nell’ultimo congresso.

Un banco di prova in questo senso è sicuramente la partita politica rispetto alla Giunta di Penati, che non solo si è prodigato in dichiarazioni inaccettabili, fra cui spiccano quelle contro gli immigrati, ma ha appoggiato la colossale speculazione dell’Expo 2015. Oltre al territorio già occupato dal polo fieristico di Rho-Pero, altri due milioni di metri quadri di aree precedentemente destinati ad uso agricolo verranno cementificati. Sarà un vero e proprio banchetto con miliardi di euro presi dalle casse pubbliche in palio, nel quale la grande torta degli appalti come al solito sarà spartita tra i soliti grandi speculatori milanesi: il gruppo Ligresti, Tronchetti Provera con la Pirelli Re Franchising, la Compagnia delle Opere di CL e la Lega Coop del PD. Montagne di denaro che potevano essere spese per investimenti in scuola, sanità, case popolari si riverseranno invece nelle tasche dei soliti noti: si tratta di un vero e proprio schiaffo in faccia alle ragioni di studenti, lavoratori, immigrati e pensionati di questa città.

Contro questo vero e proprio muro di poteri forti, come Giovani Comunisti dobbiamo discutere ed elaborare una strategia di lungo periodo in grado di unificare i nostri diversi terreni di intervento. Dovremo portare avanti una sorta di campagna permanente che emerga ogniqualvolta i nostri compagni sviluppino una vertenza sul diritto allo studio, alla casa, alla salute. In altre parole, il nostro leit motiv dovrà essere: “Dicono che non ci sono i soldi per la scuola, per le case popolari e  per servizi sociali dignitosi e vanno a sprecare miliardi per l’Expo!”. Oltre a questo dovremo tentare di avere una presenza nei cantieri e nelle aziende coinvolte nell’Expo per stringere legami con quei tanti lavoratori immigrati che saranno costretti al lavoro precario e al lavoro nero e costruire con loro un rapporto non di tipo assistenzialistico, ma di classe.


Fermare l’avanzata delle destre


Negli ultimi anni è stata sotto gli occhi di tutti la progressiva avanzata delle formazioni di estrema destra, che portano avanti una demagogia basata sul concetto di “unica opposizione” in un contesto di generale attacco allo stato sociale portato avanti senza sostanziali differenze da tutti gli ultimi governi. Non possiamo nasconderci che lo sviluppo di queste organizzazioni è stato fortemente semplificato dal vuoto lasciato dalla sinistra sempre più istituzionalizzata: quante volte durante il governo di centrosinistra abbiamo sentito usare l’argomento: “vedete cosa fanno i comunisti al governo”?

Sicuramente l’ondata di moderatismo che ha pervaso il dibattito tra i nostri studenti e che ha condizionato il lavoro dei nostri attivisti nei quartieri ha tolto il terreno per smascherare il vero profilo di queste carogne: quello di essere il lato armato dei poteri forti della città.
Si tratta di una vera e propria strategia che, al di là delle singole vicende, vede incontestabilmente l’avanzata della destra anche attraverso lo sgombero di centri sociali e spazi per la discussione e l’attività politico culturale come l’Orso, il Csoa Garibaldi, la Stecca al quartiere Isola. Ciò che fanno le ruspe e la polizia, ossia eliminare fisicamente dalla città questi spazi, i fascisti lo stanno già facendo nel quartiere Musocco con Cuore Nero o a Bollate con la nuova skinhouse a colpi di intimidazioni e aggressioni. Quanto più riusciranno a togliere agibilità politica al lavoro dei compagni del nostro partito e della altre realtà cittadine, tanto più potranno dilagare.

Su questi temi i Gc devono sviluppare una controinformazione non solo sul tema dell’incostituzionalità e antidemocraticità dei gruppi di estrema destra, ma tesa a svelarne il vero ruolo nella società, a difesa degli interessi del potere economico e del suo ordine costituito.
Di fronte a questo scenario preoccupante le forze antifasciste milanesi non hanno ancora superato la loro storica frammentazione né i limiti di una risposta politica da sempre oscillante tra l’approccio legalitario e celebrativo e la tentazione dello scontro minoritario tra bande. In questo dibattito, dove anche la nostra organizzazione ha espresso in più occasioni delle posizioni troppo confuse, dobbiamo spiegare che i fascisti non si sconfiggono né con l’uno né con l’altro, ma solo attraverso la ricostruzione dei rapporti di forze grazie ad un paziente lavoro di radicamento.

In questo senso pensiamo sia utile trarre le lezioni più corrette dal presidio convocato il giorno dell’inaugurazione di Cuore Nero al piazzale del Cimitero Maggiore: un arcipelago di forze e attivisti della sinistra, privi tuttavia di una piattaforma e di una strategia comuni da cui partire per coordinarsi a livello cittadino.

I Giovani comunisti devono porsi l’ambizione di promuovere un processo di riorganizzazione delle forze antifasciste cittadine che si basi su un loro più stretto coordinamento in un comitato cittadino capace di concentrare le forze e di garantire la sicurezza dei compagni e la loro agibilità politica.

Riorganizzare le forze, costruire una struttura studentesca cittadina

La mobilitazione studentesca a cui abbiamo assistito in questo autunno è un importante segnale dello scenario politico in cui dovremo intervenire nella prossima fase. Cadono come le tessere del domino tutte quelle teorie, che hanno imperversato anche nel nostro partito, sulla frammentazione sociale e sul disinteresse dei giovani per la politica. Alla necessità di trovare parole d’ordine sempre nuove e metodi sempre stravaganti tanto cari alla nostra direzione giovanile, la mobilitazione studentesca ha riposto unendosi direttamente agli scioperi dei lavoratori, sviluppando lezioni e assemblee nelle piazze e ponendo fin da subito la questione di chi debba pagare questa crisi: i responsabili, ossia la classe dominante di questa società.

Una mobilitazione sicuramente ricca di contraddizioni ma che ha lasciato il segno nelle scuole e negli atenei, risvegliando un interesse per la discussione politica come non si vedeva da anni.
A tanta generosità di lotta, va detto, si contrappone sicuramente il limite storico delle mobilitazioni giovanili italiane: quello della mancanza di una struttura studentesca nazionale in grado di proporre una piattaforma di lotta in sintonia con i bisogni materiali degli studenti, di dare loro un’espressione democratica e di rendere sempre più cosciente la mobilitazione.
Una struttura, in altre parole, fatta dagli studenti per i diritti degli studenti, in grado anche di dare il giusto ritmo a una lotta che, orientata da direzioni improvvisate, rischia di bruciarsi nel medio periodo senza vedere raggiungere l’obiettivo fondamentale: quello di resistere un minuto in più del ministro per revocarne i decreti e ottenerne le dimissioni.

Essendo un’organizzazione giovanile, il terreno studentesco era quello dove i Giovani comunisti avevano maggiore radicamento: di conseguenza, è stato anche il terreno dove le scelte della direzione hanno fatto più danni. I Gc di Milano si sono ritrovati nelle scuole e negli atenei, a settembre, in uno stato fortemente diseguale: enormemente ridimensionato il nostro ruolo nelle scuole superiori, con una buona base di partenza quello negli atenei. Sono due situazioni sicuramente diverse, accomunate entrambe da una politica comune.
Nelle scuole superiori, la crisi verticale di mobilitazioni degli ultimi anni ha colto la nostra organizzazione completamente impreparata: è una condanna senza appello rispetto alle politiche seguite nelle scuole negli ultimi anni. La fanfara con cui era stata creata la Reds e, successivamente, Student*SX si è sgonfiata a pochi mesi dalla sua formazione: da tempo denunciavamo come la formazione di una struttura studentesca nel vuoto, senza una discussione politica di fondo di quali dovessero essere le basi con cui creare questa struttura e i metodi con cui svilupparla, sarebbe caduta presto nell’immobilismo. Questo ha reso presto i nostri compagni fortemente subalterni delle posizioni delle forze più moderate: una fusione a freddo, per quanto federativa, di Uds, Gc e Atlantide non poteva che portare al prevalere di quelle forze che vedono come la peste la stesura di una piattaforma di classe in difesa del diritto allo studio.

Lo scoppio di questa mobilitazione nelle scuole ha visto una situazione paradossale: da una parte il ruolo egemonico del Cantiere e dei propri metodi banditeschi e di spoliticizzazione; dall’altra la discesa in campo di numerose scuole intenzionate a chiudere con l’esperienza della disobbedienza ma prive di una struttura di riferimento. Emblematico il corteo dello sciopero generale della scuola del 30 ottobre scorso: tantissime le scuole con un proprio striscione e propri slogan immerse nel corteo e non dietro la camionetta della disobbedienza.
Non approfittare energicamente di questa situazione è stato un grave limite: forse il crimine più grave dell’immobilismo cosciente in cui l’esecutivo provinciale ha gettato i Gc di Milano.

Diversa la situazione negli atenei, per differenti motivi: oltre al ricambio degli attivisti medi arrivati all’università, i Gc di Milano avrebbero potuto attingere da un bagaglio d’esperienza del lavoro sviluppato in Festa del Perdono in anni di radicamento e lotte. I Gc si sono così trovati con tre terreni d’intervento su cui lavorare: quello del Collettivo Pantera in Festa del Perdono, quello del collettivo LinC in Sc.Politiche e singoli compagni all’interno del Coordinamento di Città Studi.
La posizione politica da sempre espressa dalla direzione milanese è quella secondo cui i compagni delle diverse zone dovessero sviluppare il proprio lavoro in modo non unificato. Se il Collettivo Pantera in Festa del Perdono ha sviluppato una battaglia per non accodarsi alla direzione de La Statale e a sprazzi del Cantiere, lo stesso non si può dire del lavoro fatto dai compagni in Sc.Politiche: un lavoro che ha schiacciato la generosità dei compagni nel timore di non presentare apertamente le proprie posizioni politiche, evitando di affrontare il Cantiere, forte a Sc. Politiche, in campo aperto di fronte al dibattito degli studenti. Allo stesso modo in Cittastudi, dove pure non sono presenti altre strutture politiche degne di nota, i Gc presenti non si sono distinti all’interno del coordinamento di cittastudi, accodandosi a volte addirittura ai disobbedienti del Politecnico.

Questo punto riveste una importanza particolare se si pensa il ruolo particolarmente negativo giocato dal Cantiere e dalla direzione pseudoautonoma de La Statale: improntati a una forte ginnastica mobilitativa nei momenti di crescita della mobilitazione, con una gestione arbitraria e antidemocratica dei cortei (si pensi alla rottura con i lavoratori durante il corteo spontaneo seguito all’assemblea generale d’ateneo, fino agli scontri in P.za Cadorna a conclusione dello stesso corteo); involuti in mille riunioni senza alcuno reale sbocco dopo lo sciopero generale del 14 novembre. Tutto questo ha fatto sì che ampi settori di studenti si distaccassero presto dalla mobilitazione, o perché stremati dalle mille sterili iniziative a detrimento dell’efficacia e della discussione politica o perché sfiduciati dalla percezione che le decisioni erano prese sempre da una ristretta minoranza.

In tale contesto, al di là dell’immobilismo, è proprio questo codismo nei confronti del ceto politico del movimento che critichiamo: l’idea che i Gc debbano affrontare la lotta come una “questione privata”, al riparo dagli sguardi “indiscreti” degli studenti. Il triste epilogo della prima parte di questa lotta, con la rissa in FdP a seguito dello sciopero generale ma in quasi totale assenza di studenti “veri” consegna una situazione di forte isolamento di quei compagni che non hanno sostenuto la battaglia intrapresa dal Collettivo Pantera. Tanta paura di spaccare il movimento ha avuto l’esito drammatico di isolare i compagni dal movimento stesso: al ritorno all’università, come faranno gli studenti a distinguere i Gc dal resto del ceto che ha contribuito alla prima fase di stanchezza della lotta?

Al di là della riorganizzazione, ci sembra indispensabile che i Gc stendano una piattaforma in difesa del diritto allo studio che si contrapponga alle secche del concetto di autoriforma, tanto vacuo quanto pericolosamente vicino al concetto di autonomia, che tanti danni ha fatto anche dal punto di vista didattico oltre che finanziario.
I Giovani Comunisti non sono un collettivo e devono mantenere una propria autonomia di discussione rispetto a quanto accade negli atenei. Loro compito, quindi, deve essere duplice.
In primo luogo discutere i punti decisivi di una piattaforma contro la selezione di classe nell’istruzione, che può servire da punto di partenza per riorganizzare il lavoro dei compagni nelle diverse sedi e per unificare i diversi collettivi in una struttura studentesca cittadina: la lotta contro tutte le controriforme dell’istruzione, dalla Berlinguer - Zecchino al decreto Gelmini; la lotta ad ogni sbarramento economico e didattico: contro i numeri chiusi e per l’abbattimento delle tasse d’accesso e dei costi dei libri, attraverso un sistema di comodato d’uso nazionale; la lotta contro i finanziamenti all’istruzione privata, da cui drenare i soldi per l’istruzione pubblica oltre all’immediato raddoppio del Pil per l’istruzione; la lotta contro l’abolizione del valore legale del titolo di studio; la lotta contro ogni forma di precariato nella scuola e nell’università con la trasformazione immediata di tutti i contratti precari in contratti a tempo indeterminato; il recupero dei finanziamenti tagliando le spese militari e i miliardi regalati a banche e imprese.

In secondo luogo, i Gc devono promuovere il collegamento tra studenti e lavoratori: organizzare gli studenti davanti ai luoghi di lavoro e portare i lavoratori nei luoghi di studio. Questa è la vera “generalizzazione del conflitto” di cui tanto strumentalmente ci parlano i cantori dell'Onda.

Questa prospettiva è l’unica in grado di dare respiro alle lotte studentesche, che hanno visto solo una prima, fisiologica, battuta d’arresto ma che nel prossimo futuro torneranno ad infiammare le piazze del nostro paese. E’ un capitale che non possiamo sprecare e che possiamo avvicinare, purché avviamo una vera e propria svolta nella nostra linea politica.


La lotta per i diritti


Se dobbiamo mantenere un orientamento generale davanti ai luoghi di lavoro e di battaglia nei collettivi, è anche vero che ci sono questioni politiche più complessive che necessitano di campagne specifiche attraverso le quali i Gc possono crescere rapidamente portandole proprio nelle aziende e nelle scuole: ci riferiamo nello specifico ai diritti delle donne, dei lavoratori immigrati e al movimento per le unioni civili
La lotta in difesa della legge 194 ha posto in primo piano l’enorme accumulo di rabbia che covava sotto la superficie tra le lavoratrici e le giovani. Una vera e propria nuova generazione si è affacciata sulla scena della lotta, dove il corteo dell’8 marzo 2008 ha dato prova delle potenzialità di questo movimento. Sono molti i giovani e le giovani disposte a scendere in lotta su questo terreno che potrebbero vedere nei Giovani comunisti un punto di riferimento politico anziché solo una delle tante organizzazioni che sostiene la lotta.

Il governo Berlusconi è stato eletto sulle ceneri dell’esperienza di centrosinistra e fin da subito ha soffiato sul vento del familismo e della conservazione religiosa. Al tempo stesso anche la partecipazione dei Gc alla mobilitazione in difesa della 194 è stata contrassegnata da quel codismo storico che ha fatto sì che sostenessimo il movimento “Usciamo dal silenzio”, ma sempre al traino della direzione della Cgil; la scelta di partecipare al corteo dell’8 marzo solo con singole compagne dietro lo striscione d’apertura senza una visione autonoma di come portare avanti la lotta ha reso opaca la natura della nostra proposta di fronte alle giovani e alle lavoratrici, oltre che all’insieme della nostra militanza.

Ora si apre un’altra battaglia legata alla proposta del ministro Sacconi di alzare l’età pensionabile per le donne: nel prossimo periodo si apre la possibilità per i Giovani comunisti di legare al movimento di lotta più generale le rivendicazioni in difesa e ampliamento della 194 e dei consultori pubblici. Va ricostruita una credibilità attraverso una lotta con una visione di classe che si orienti alle donne laddove esse sono: nelle aziende, nei quartieri, nelle scuole e non tra il ceto politico del movimento femminista che troppo spesso la direzione Gc ha rischiato di confondere col movimento nel suo insieme.

L’avanzata della destra è stata caratterizzata anche da una forte connotazione xenofoba: negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli attacchi a immigrati, gli incendi di campi rom. La stessa città di Milano è stata percorsa da un corteo antirazzista a seguito dell’uccisione del giovane Abba. Se il governo dell’Unione ha perseguito per filo e per segno la politica dei flussi migratori, non cancellando nessuna delle leggi razziste che regolano l’ingresso dei lavoratori immigrati nel nostro paese, come la legge Turco-Napolitano e la Bossi-Fini, il governo di centrodestra si prepara a un nuovo inasprimento delle leggi vigenti. A questa offensiva si unisce una imponente campagna mediatica volta a riconoscere nell’immigrato la causa della povertà e del peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori italiani.

Allo stesso modo, lo sviluppo di scioperi regionali e anche dello stesso sciopero generale fotografano una realtà che sta cambiando rapidamente: pur tra mille difficoltà, sono molti gli immigrati che cominciano a partecipare ai cortei operai e che passano verso la prima forma di organizzazione: quella sindacale.

E’ in questo solco che deve inserirsi l’attività dei Giovani comunisti: va cioè superata l’impostazione seguita fin qui di semplice appello ai buoni sentimenti dei lavoratori per reimpostare la nostra azione con una prospettiva di classe. Alla generica solidarietà, che ci rende indistinguibili dalle organizzazioni solidaristiche di tipo assistenziale, dobbiamo opporre una solidarietà di classe, basata sulla lotta, sulla sindacalizzazione e sull’unità di classe dei lavoratori italiani e immigrati.

La situazione di Milano nella prossima fase, con un’ulteriore apertura degli appalti per l’Expo, ci consegna un’occasione per cominciare a orientarci ai lavoratori immigrati che sempre più stanno diventando un settore decisivo della nostra classe di riferimento. E’ quindi necessario produrre materiale multilingue di propaganda generale contro le leggi antimmigrazione e di tutte le campagne che sviluppiamo.

E’ lungo questi canali, inoltre, che dobbiamo inserire la nostra lotta per i diritti di ogni identità sessuale e per aprire una campagna di propaganda generale rispetto ai diritti delle unioni civili per le coppie di fatto. Crescono nella nostra città gli atti di omofobia e anche su questo terreno i Gc devono ricostruirsi una credibilità in grado di legare queste lotte a quelle costruite su tutti gli altri terreni.

A questo va affiancata una campagna per la difesa del diritto alla casa in una città che farà della speculazione edilizia il suo pezzo forte per gli anni a venire. Da questo punto di vista, Milano è stato al centro di un vero e proprio attacco al diritto alla casa e allo smantellamento dell'edilizia pubblica: dal 1997 ad oggi l'Aler e il comune hanno realizzato solo 494 appartamenti popolari a fronte di una richiesta che si aggira attorno alle 20000 unità. Non casualmente l'Aler ha promosso una legge che vieta l'assegnazione per ben cinque anni a chi occupa una casa popolare: una repressione che riguarda ben 2873 famiglie.
I Giovani comunisti devono fare di questo terreno un perno attorno a cui contribuire allo sviluppo della campagna contro l'Expo, attraverso un piano di edilizia popolare gestito pubblicamente e la lotta per un nuovo equo canone.

Guerra, pace, imperialismo

Il dibattito internazionale è sempre stata la cenerentola delle discussioni negli organismi dirigenti dei Gc. Non ce ne stupiamo: con il movimento contro la guerra in stallo e confuso dalla scelta del nostro partito di “portare la pace” in Libano con fucili e portaerei, una direzione priva dei riferimenti politici fondamentali finisce con l’essere condizionata sempre e comunque dall’agenda politica in corso. Si può dire che non viene trattato un tema internazionale dalla discutibile festa tenutasi al Leoncavallo, quando si cercò di sensibilizzare i militanti della nostra organizzazione sulla repressione palestinese attraverso un gioco di ruolo. Oggi, dopo l’ultima drammatica aggressione dell’imperialismo israeliano contro la popolazione della striscia di Gaza sentiamo quanto sia pesante la mancanza di una chiara posizione di classe da parte della nostra organizzazione.

E' una tendenza che va invertita: dobbiamo riaprire una discussione che coinvolga tutto il corpo militante Gc con riunioni di discussione specifiche sulle nostre parole d’ordine in campo internazionale. Si rende necessaria una nuova piattaforma antimperialista che, partendo dalla lotta per il ritiro di tutte le missioni militari all’estero, entri in sintonia con le mobilitazioni per la pace che i conflitti, che sempre più si stanno sviluppando a livello mondiale, metteranno all’ordine del giorno.

A tale piattaforma va sicuramente affiancato un ciclo di discussioni di natura teorica per dotare i compagni dei migliori strumenti d’analisi del marxismo per comprendere quale sia la società per cui vogliamo lottare. I Giovani comunisti devono riaprire una discussione sulle migliori tradizioni rivoluzionarie che si sono sviluppate in America latina, a partire dal Venezuela, e nutrirsi del dibattito sul socialismo del XXI° secolo.
E’ dalle nazionalizzazioni, seppur con indennizzo, del Banco de Venezuela, delle acciaierie Sidor; dalle fabbriche occupate sotto controllo operaio come la Inveval e il coordinamento del Freteco; dalla lotta dei lavoratori cubani per resistere all’imperialismo americano e alle tendenze restauratrici che i Giovani comunisti devono ripartire per aprire il dibattito su quale sia la strada per abbattere questo sistema.
Dobbiamo rimettere al centro la discussione sulla lotta per la presa di possesso dei mezzi di produzione e sulla pianificazione economica, precondizioni per il superamento di questo sistema economico e politico. La nostra lotta deve tornare ad essere lotta per una società dove la produzione materiale e immateriale siano gestite democraticamente dai lavoratori per il benessere della società e non più di un pugno di capitalisti. In una parola: socialismo.


Quale organizzazione, quali riferimenti


Siamo consapevoli del fatto che tutte le proposte sin qui fatte rischiano di non incidere nel terreno reale del radicamento, se non saranno accompagnate ad un radicale riassetto organizzativo.

Fino ad oggi la maggioranza dei Giovani Comunisti ha visto come fumo negli occhi la convocazione di attivi in cui tutti gli iscritti potessero discutere liberamente fra loro e prendere democraticamente le decisioni sugli aspetti fondamentali del lavoro. La maggioranza è arrivata addirittura a boicottare apertamente l’ultimo attivo convocato sul tema delle mobilitazioni studentesche.
A una gestione aperta e democratica si è sostituito il metodo clientelare del passa parola, della riunione di mozione e dell’esecutivo allargato, che ha visto sempre limitare il confronto ai coordinatori e ai loro amici con l’esclusione di qualsiasi elemento critico. Questi metodi sono indegni di un’organizzazione comunista e non ci porteranno mai da nessuna parte. Solo un confronto aperto con tutti i compagni che animano i circoli e sono sul campo può dire l’ultima parola sulle migliori modalità di strutturazione. Ci permettiamo qui di dare un contributo a questo dibatto con alcune indicazioni che pensiamo necessarie per ridare ai Giovani Comunisti una struttura al contempo democratica e in grado di agire:

1) Garantire una regolarità nella convocazione di attivi cittadini di tutti gli iscritti (indicativamente almeno 8 all’anno) che discutano della linea politica, della tattica e delle campagne da sviluppare a livello provinciale.

2) I primi due attivi dovranno riguardare rispettivamente il nostro intervento studentesco e il nostro intervento sindacale, per fare una mappatura dei nostri compagni studenti e lavoratori, individuare in concreto i luoghi di studio e di lavoro in cui tentare un intervento e votare dei referenti che si occupino di coordinare l’attività in questi campi.

3) Per agevolare il seguito del lavoro sui territori, lo scambio di informazioni e la cooperazione tra i compagni, la struttura provinciale dei GC dovrà essere suddivisa in 4 aree geografiche (nord, sud, est, ovest), ognuna con un proprio referente, come unica garanzia di equilibrio tra la necessità di condurre campagne politiche unificanti e quella di tenere conto delle peculiarità dei singoli territori.

4) Contro la crescente spoliticizzazione della nostra struttura, avviare un percorso di formazione dei Giovani Comunisti che si basi sulle idee fondamentali del marxismo e un reale confronto tra tutti i compagni. In questo senso possono aiutarci due importanti anniversari che cadranno nel 2009 e che consentono un interessante approfondimento: il 40° anniversario dell’Autunno Caldo e il 50° della rivoluzione cubana.

Francesco Bavila (Gc Cormano), Mara Ghidorzi (Gc Cornaredo), Emanuele Cullorà (Gc Cinisello), Serenella Ricci (Gc Mi-Dimitrov), Matteo Molinaro (Gc Mi-zona 1), Sergio Schneider (Gc Mi-Dimitrov), Alessio Marconi (Gc Mi-Dimitrov)

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