Breadcrumbs

UN BILANCIO POLITICO

 

   Fra il 4 e il 7 luglio si è svolta a Marina di Massa la seconda Conferenza nazionale dei Giovani Comunisti: ai lavori hanno partecipato circa quattrocento delegati (più parecchi invitati) in rappresentanza dei quasi 3500 iscritti che hanno votato durante le Conferenze provinciali. Se questi sono i numeri formali, dobbiamo subito precisare che le cifre relative alla partecipazione effettiva alle varie sedute attraverso le quali si è svolto il dibattito sono piuttosto incerte. Il clima d’informalità, infatti, da cui è stata caratterizzata l’intera Conferenza, non ha consentito uno svolgimento lineare e sufficientemente esteso del confronto, ostacolato da troppi “incidenti” organizzativi. Se sottolineiamo l’andamento caotico dei lavori, non è per scarsa comprensione degli inevitabili imprevisti che costellano gli eventi di questo genere: lo facciamo sulla base della consapevolezza che tanto si poteva fare per strutturare più seriamente la Conferenza.

Innanzitutto il vincolo di mandato: l’impossibilità, imposta ai delegati dal regolamento, di mutare durante il corso della discussione il proprio orientamento relativo ai documenti votati a livello locale, ha svilito il senso della Conferenza nazionale, privandola dell’interesse per il quale, senza tale vincolo, avrebbe potuto caratterizzarsi. Questa considerazione ci pare fondata non solo da motivazioni generali: lo stesso svolgimento di tante Conferenze provinciali, in molte delle quali non tutti i documenti hanno potuto essere presentati, conferma l’esigenza, da noi difesa nel Coordinamento nazionale, di non blindare l’esito del dibattito, inchiodandolo alle proporzioni determinatesi a livello locale.

   Oltre che da questo meccanismo, che ha convinto parecchi delegati dell’inutilità sostanziale dell’incontro nazionale, la qualità dei momenti assembleari è stata minata dal pressappochismo con il quale sono stati gestiti i lavori: l’ordine del giorno non è stato sottoposto ad alcun tipo di discussione, e gli orari da esso imposti sono regolarmente saltati, a discapito naturalmente del tempo garantito al dibattito. In non pochi compagni (paradossalmente anche fra quelli che presiedevano i lavori) abbiamo riscontrato poca serietà: la scarsissima attenzione riservata agli orari rappresenta, a nostro avviso, un segnale preoccupante dell’altrettanto scarsa considerazione assegnata da tanti alle norme di funzionamento dell’organizzazione. Poco male per gli orari non rispettati, se tutto il resto avesse funzionato al meglio: in realtà non sono pochi coloro che hanno votato i documenti, per esempio, avendoli avuti a disposizione solo poche ore prima degli incontri provinciali, a riprova di un atteggiamento diffuso, innanzitutto fra i dirigenti nazionali dell’organizzazione, d’indifferenza per la concretezza del procedere corretto delle Conferenze.

 

LO STATO DELL’ORGANIZZAZIONE

 

   Della salute effettiva dell’organizzazione s’è discusso poco: nella relazione introduttiva il coordinatore nazionale uscente, Peppe De Cristofaro, ha enfatizzato il fatto che, a suo dire, al di là delle discussioni infinite, la disobbedienza sia stata praticata da numerosissime realtà locali dei Giovani Comunisti, a conferma della loro vitalità. In più d’un’occasione, poi, sono state vantate le cifre di un tesseramento in forte ripresa (il 30% d’iscritti in più  nel solo ultimo anno); questi risultati, per i compagni della maggioranza, sarebbero stati conseguiti grazie a quello sperimentalismo, politico ed organizzativo, che avrebbe rimosso dal nostro orizzonte di lavoro qualsiasi tipo di modellistica mitologica.

   Questa rappresentazione idilliaca dei Giovani Comunisti non ci ha  mai convinti: le cifre della partecipazione alle Conferenze locali descrivono un livello di attivismo ancora molto basso rispetto ai numeri del reclutamento, e soprattutto molto differenziato da zona a zona. Quando nella maggioranza delle nostre federazioni partecipano alle Conferenze meno di quindici compagni, del nostro radicamento c’è poco di cui essere soddisfatti. Le cifre impietose della partecipazione confermano una valutazione che coloro che si sono ritrovati nelle posizioni del quarto documento avanzano da tempo: la disobbedienza, intesa come asse del nostro intervento politico nell’ultimo anno, ha garantito qualche (modesto) successo mediatico solo in alcuni dei grandi centri del Paese, mentre troppe sono state le realtà nelle quali la sua scarsa praticabilità ha costretto i Giovani Comunisti ad una sostanziale paralisi.

   Non crediamo che serva poi soffermarsi più di tanto sul pessimo bilancio del nostro intervento nei Social Forum: gli stessi interventi di alcuni compagni della maggioranza, seppur timidamente, hanno rilevato la crisi in cui versano tali strutture, e da cui abbiamo rischiato di farci trascinare; il bello è che, quando il giocattolo si è rotto, ahinoi rapidamente, abbiamo estratto dal cilindro il “laboratorio della disobbedienza”, salvo poi iniziare a verificare che anche lì dentro le cose non è che abbiano funzionato magicamente (pensiamo veramente che dietro la scazzottata di Venezia ci stiano delle semplici “incomprensioni”?).

   Parecchi delegati ci hanno riferito di tentativi goffi di “praticare l’insubordinazione” anche laddove l’esito non poteva che essere ridicolo: le descrizioni di striscioni calati di fronte all’ imbarazzante assenza di cronisti o di agenzie di lavoro interinale piantonate fra gli sguardi stupiti di passanti per lo più indifferenti corrispondono al quadro di difficoltà che abbiamo cercato di descrivere con alcuni degli interventi dei nostri sostenitori durante il dibattito plenario. I giovani attivisti sindacali (Mario Iavazzi di Bologna, Paolo Brini di Modena, Samira Giulitti di Milano) che hanno preso la parola per sottoporre all’attenzione dei delegati alcuni dei temi centrali del quarto documento hanno avanzato l’unica vera proposta alternativa di costruzione della nostra organizzazione nelle realtà locali, a partire dai luoghi  di lavoro: non si tratta, hanno spiegato, d’incarnare romantici modelli di ribellismo attraverso i quali promuovere momenti simbolici d’insubordinazione; si tratta, al contrario, di affrontare seriamente i nodi che la quotidiana durezza dell’oppressione capitalista ci propone, diffondendo la convinzione della necessità dell’autorganizzazione dal basso, condizione indispensabile per lo sviluppo di uno stato di mobilitazione di massa permanente. Per l’autorevole Anubi D’Avossa Lussurgiu questo significherebbe, l’ha spiegato nel suo intervento, funzionare da truppe ausiliarie della Cgil; non ci preoccupiamo che nel mitico mondo delle sue elucubrazioni ci sia spazio anche per questa singolare  interpretazione: ciò che semmai ci colpisce è l’incapacità di questi dirigenti di percepire le enormi potenzialità connesse ad un eventuale nostro intervento nell’esteso processo di sindacalizzazione che sta coinvolgendo migliaia di giovani lavoratori; di fronte a questo  processo noi non intendiamo mettere la  testa sotto la sabbia: consideriamo anzi questo il terreno fondamentale nel quale sperimentare la nostra capacità di costruire l’organizzazione.

   In merito al ruolo dei nostri militanti presenti nei luoghi del conflitto, la discussione si è aperta ulteriormente: i dirigenti della maggioranza movimentista hanno cercato di spiegare che l’attivismo, per i Giovani Comunisti, non è più proponibile nelle sue forme consuete; hanno teorizzato che il mutamento degli scenari generali successivo al “crollo delle ideologie” avrebbe definitivamente depotenziato la figura del militante rivoluzionario proiettato, nel suo impegno quotidiano, verso la prospettiva della trasformazione sociale. L’alternativa proposta è quella del ribelle, impegnato a disobbedire in forma esemplare alle leggi ingiuste del sistema, per dimostrare che “un altro mondo è (immediatamente) possibile” e che gli obiettivi finali sono costantemente praticabili, indipendentemente dalle compatibilità imposte dal contesto in cui si interviene. I militanti, pertanto, nell’azione politica quotidiana non devono perseguire altro che la soddisfazione immediata, garantita innanzitutto dalla visibilità mediatica e dall’effetto propagandistico. Flavia D’Angeli, leader dei movimentisti raggruppati attorno a “Bandiera Rossa”, ha sintetizzato efficacemente questa teoria chiudendo il suo intervento: “Divertitevi!” è stato l’auspicio con il quale ha chiarito che l’insubordinazione va agita innanzitutto come pratica gratificante. Contro questa mistica della disobbedienza, sarcastica è stata la critica di Bernocchi; il coordinatore nazionale della Confederazione Cobas, intervenendo fra gli ospiti, non ha potuto non rilevare l’infantilismo di tale modo di pensare la politica, che non dovrebbe essere intesa come la rabbia puerile di un bambino capriccioso: non ci sentiamo francamente di smentirlo, e infatti anche su questo terreno di confronto la polemica dei sostenitori del quarto documento è stata risoluta.

   Abbiamo spiegato perché rifiutiamo di orientare il nostro lavoro attorno all’asse del gesto esemplare e perché crediamo che il nostro attivismo non possa risolversi in una colorita propaganda del fatto. Le forme di lotta che adottiamo le dobbiamo valutare non per il loro fascino estetico, ma per la loro efficacia vertenziale  e per la loro praticabilità di massa: ma soprattutto dobbiamo legarle ad un programma di rivendicazioni transitorie in grado di estendere la consapevolezza che, senza una rottura rivoluzionaria con le compatibilità capitalistiche, non c’è un solo diritto che possa essere garantito a lungo, non c’è un solo millimetro di comunismo che possa essere conquistato (al di là della retorica sugli “spazi liberati”).

   L’analisi che abbiamo sviluppato ci ha pure consentito di spiegare l’attitudine quantomeno sbrigativa nelle questioni organizzative da parte dei movimentisti con le suggestioni spontaneiste da cui sono catturati: esse a loro volta derivano dall’attitudine fondamentalmente eclettica con la quale concepiscono la politica, che a loro dire va sciolta da ogni incrostatura dogmatica.

 

L’IDENTITA’ DEI GIOVANI COMUNISTI

 

   Non è un caso che il tema dell’identità sia stato al centro di tanti interventi: in parecchi, fra i sostenitori del primo documento, si sono cimentati nella polemica con le “impostazioni dottrinarie” dei documenti di minoranza. In alcuni casi gli esiti sono stati risibili (per un delegato il presunto massimalismo degli oppositori sarebbe addirittura “controrivoluzionario”: attendiamo le purghe!); in altri casi il disagio nei confronti di quella che viene considerata come un’attenzione eccessiva per i classici del pensiero politico marxista è stato presentato in forma meno caricaturale. De Cristofaro in particolare, nell’introduzione, ha messo in discussione quelle che a suo avviso si configurano come “concezioni statiche dell’identità”, superate dalle nuove forme della ribellione che caratterizzano la geografia postfordista del conflitto sociale del nuovo millennio. Ha in sostanza riproposto un concetto sul quale i movimentisti insistono da parecchio: la frantumazione della forte identità operaia tipica del proletariato fordista non ha fatto scomparire la conflittualità sociale, ma l’avrebbe scomposta in una “microconflittualità civile permanente”, non più riconducibile all’esclusività della contraddizione capitale-lavoro. E se il marxismo “ortodosso” era lo strumento a disposizione all’operaio fordista per la trasformazione della società, oggi i riferimenti ideali non possono che moltiplicarsi.

   Già in parecchie occasioni abbiamo contestato questo sociologismo spregiudicato: quello che in questa Conferenza ci ha più colpito, invece, è stata la subalternità culturale di tanti nostri dirigenti alle idee di moda nella maggior parte degli atenei del nostro Paese, nei quali da tempo il marxismo è diventato un tabù. Le assonanze con la principale corrente della filosofia post-moderna, il pensiero debole, sono impressionanti, anche se ancora poco esplicitate: la fine delle “grandi ideologie” avrebbe esaurito definitivamente il potenziale rivoluzionario di una delle teorie sistemiche per eccellenza, il marxismo appunto; esso pertanto andrebbe rivisitato sperimentalmente, e di esso dovrebbero essere recuperate solo quelle componenti compatibili con il nuovo approccio ai temi del cambiamento, quello empirico.

   Da questo punto di vista, è stato il segretario del PRC, Bertinotti, a proporre i ragionamenti più audaci; tralasciamo, per ora, la critica all’abitudine, ormai consolidata, di far concludere il dibattito non a chi l’ha seguito per intero, ma all’autorità del capo riconosciuto del Partito: ciò su cui intendiamo soffermarci è invece la litania presente ormai in tutti i ragionamenti del sub-comandante Fausto: anche a Marina di Massa egli si è scagliato contro il suo obiettivo polemico preferito, il fondamentalismo marxista. Non poteva mancare uno dei suoi temi prediletti: la vittima principale di tale fondamentalismo sarebbe stato Gramsci, ancora una volta colpevolmente ignorato dai dottrinari nelle componenti a dire di Bertinotti più feconde del suo pensiero, quelle che esprimono le sofferenze dell’uomo, prima ancora che le passioni del rivoluzionario.

  Ci siamo sinceramente stufati: in troppe occasioni abbiamo verificato l’effetto di spoliticizzazione sui giovani compagni esercitato dalle sparate del segretario. Tale spoliticizzazione si tramuta sempre più spesso nel fastidio fisico di tanti per i tentativi di coloro che provano a costruire l’analisi delle prospettive anche sul bilancio delle esperienze passate del movimento comunista: la diffidenza epidermica nutrita dai dirigenti della nostra organizzazione per le idee rivoluzionarie del marxismo sta seminando fra i nostri iscritti e i nostri simpatizzanti quel qualunquismo in base al quale l’irriducibile originalità del presente non sarebbe per nulla comprensibile alla luce delle categorie analitiche ereditate dal passato. Abbiamo sempre contrastato questo orientamento spregiudicatamente “nuovista”: dalla Conferenza usciamo confermati nel nostro intento, a maggior ragione dopo l’esperienza che ci ha visti impegnati in presidenza; non c’era intervento poeticamente ispirato ( quanto politicamente poco consistente) che non generasse entusiasmo e clamore, e  non c’era intervento rigorosamente argomentato ( anche se forse poco romanticamente suggestivo ) che non generasse fastidio e freddezza (“Ma che cos’è? Una relazione di dottorato?”). All’interno dell’organizzazione dei Giovani Comunisti deve diffondersi la passione per il rigore politico, pena la sua progressiva trasformazione in cassa di risonanza per le idee di altri; il rischio è quello che si è materialmente concretizzato durante la sessione di lavoro aperta agli altri soggetti del movimento: Casarini che proponeva la sua solita serie di luoghi comuni sparati a raffica in mezzo a due schiere di Giovani Comunisti acclamanti (e goffamente schierati a proteggerlo da immaginari rischi di contestazione).

 

 

 

QUALI PROSPETTIVE?

 

   Per il resto, il confronto è scivolato via in maniera piuttosto anonima: le compagne ed i compagni che si aspettavano dalla Conferenza indicazioni concrete su quello che i Giovani Comunisti hanno da opporre al “patto scellerato”, su ciò che sarebbero andati di lì a qualche giorno a dire a Genova o negli altri luoghi del movimento sull’evidenza della sua crisi, piuttosto che sulle proposte con le quali sarebbero rientrati nelle scuole e nelle università, crediamo siano rimasti irrimediabilmente delusi .

  Per quel che ci riguarda, ci siamo dati da fare per dare il nostro contributo: oltre ai tre interventi già citati, dal palco hanno parlato Jacopo Renda di Napoli e Dario Salvetti di Milano , per ribadire in maniera incisiva i temi generali che hanno contrassegnato la nostra proposta politica a questa Conferenza. Abbiamo inoltre partecipato attivamente ai lavori delle tre commissioni elette e siamo pure intervenuti, riscontrando un interesse significativo, al gruppo di lavoro convocato dalle Giovani Comuniste. Attorno al banchetto, poi, che abbiamo utilizzato per diffondere il materiale politico prodotto grazie al nostro lavoro editoriale, siamo riusciti a discutere con decine di delegate e delegati (non solo del quarto documento) intenzionati ad approfondire i temi del contendere: in particolare abbiamo avuto la conferma di una tendenza già espressa in parecchie conferenze locali, quando i (purtroppo) pochi lavoratori presenti hanno spesso dimostrato una grande simpatia per le nostre idee; in parecchi infatti ci hanno sollecitato a sviluppare un confronto serio sulle prospettive politiche e sindacali che si aprivano con la firma del “patto scellerato”, e proprio per questo abbiamo deciso di convocare un incontro sul tema: esso ci ha consentito di fare il punto sui compiti per la prossima fase e la qualità del confronto che si è sviluppato ci ha confermato l’efficacia del nostro intervento nella Conferenza.

   Per ritornare brevemente sull’intervento di Bertinotti, ci permettiamo un piccolo appunto: il compagno, correttamente, non ha mai rinunciato alla franchezza della polemica; data tale franchezza, non sarebbe stato forse il caso di arricchire ulteriormente il confronto, concedendo agli interlocutori della sua pungente critica quel diritto di replica che invece ha nega pretendendo  d’intervenire per ultimo? L’insistenza che in questa occasione egli ha dedicato a rispondere (indirettamente) alle argomentazioni proposte dal compagno Salvetti, intervenuto nell’ultima mattinata dei lavori, ha comunque messo in luce tutta la capacità di incidere dimostrata dalle nostre argomentazioni. La stessa asprezza di tale risposta (densa di paragoni piuttosto strampalati, come quello con il quale siamo stati accomunati all’”ortodosso” Breznev) , oltre ad aver generato il disagio di tutti coloro che hanno mal sopportato l’insistita invadenza del segretario, ha diffuso la consapevolezza fra tanti giovani compagni su quali siano le uniche idee che possano mettere sul serio in discussione le certezze con le quali i movimentisti hanno indirizzato il lavoro dell’organizzazione giovanile.

   A questo proposito, chiudiamo con alcune considerazioni relative al ruolo svolto dalle compagne e dai compagni che hanno sostenuto gli altri due documenti di minoranza. Per quel che riguarda i sostenitori del secondo, non possiamo non rilevare il tono dimesso con il quale hanno caratterizzato la loro presenza in Conferenza; certo, esso dipende, almeno in parte,dalla vivacità (mettiamola in questi termini) del loro dibattito interno: questa Conferenza ha fatto emergere infatti la consistenza delle questioni sulle quali i compagni da tempo, nelle loro discussioni, faticano a trovare convergenze. Non possiamo tuttavia condividere il fatto che una tendenza che si dice rivoluzionaria si limiti a ribadire ossessivamente i principi generali a cui dice di ispirarsi, senza concretizzarli in una battaglia tenace per il riorientamento dell’organizzazione in cui i suoi sostenitori militano. Quello che da tempo, invece, sta succedendo è che l’area di Progetto Comunista, nel PRC come nell’organizzazione giovanile, limita se stessa ad un impegno di testimonianza, che sempre meno di frequente, tra l’altro, entra in collisione con le posizioni concrete della maggioranza movimentista.

   La discussione sul nuovo regolamento dei Giovani Comunisti ha dato un’ ulteriore dimostrazione del profilo troppo basso mantenuto dai sostenitori del secondo documento: mentre noi davamo battaglia dal palco contro l’approccio sbrigativo, e nei casi peggiori autoritario, dei movimentisti alle questioni della democrazia interna, i compagni di Progetto Comunista hanno continuato ad osservare il loro assordante silenzio (ossequioso verso chi?).

   Per quel che riguarda i sostenitori del terzo documento, abbiamo apprezzato la grinta con la quale alcuni dei loro interventi hanno polemizzato con i movimentisti: la piattaforma alternativa che propongono, tuttavia, è ancora troppo confusa e su troppe questioni il loro orientamento è ancora poco distinguibile da quello avanzato dalla maggioranza, a cui ancora li accomuna un’ispirazione di tipo gradualista. Come si fa, per esempio, a non rendersi ancora conto dell’esigenza di animare una campagna politica risoluta nei contenuti e  nei metodi contro l’influenza della burocrazia sindacale sulle giovani generazioni? Oppure, quali sono state le ragioni del loro voto favorevole ad un regolamento architettato dai movimentisti per ridurre al minimo la praticabilità del dissenso da parte delle minoranze? Forse che il modo quantomeno discutibile con il quale in alcune Federazioni hanno raccolto i voti li ha costretti a rinunciare ad una vera e propria battaglia sui temi della democrazia interna ai Giovani Comunisti?

   Non è circoscrivendo il più possibile il dissenso che possiamo pensare di aiutare la nostra organizzazione: la polemica sulle singole questioni può anche essere accesa, ma se scarsa è la consapevolezza dell’esigenza di un’alternativa generale alla proposta della maggioranza, ciò che viene a mancare è proprio l’indispensabile solidità della base sulla quale intendiamo costruire la battaglia di opposizione che ci si prospetta.

   Se è vero che il consenso alle tesi di maggioranza è stato assai largo (64%), ci pare altrettanto vero che si è trattato del consenso a una linea già oggi in difficoltà e che indubbiamente nei prossimi mesi dovrà subire più di un "aggiustamento", anche per iniziativa degli stessi dirigenti di maggioranza. Di fronte a ciò, il dato che ci pare emerga nitidamente da questa Conferenza è uno: il definitivo consolidamento dell’autorevolezza di quel nucleo di compagne e compagni, raggruppati attorno al quarto documento, che a partire da Chianciano ha iniziato a costruire le condizioni per animare una vera alternativa al movimentismo.

   Nei prossimi mesi, questo è il risultato politico acquisito a Marina di Massa, la maggioranza dell’organizzazione giovanile imparerà ad avere a che fare con una vera opposizione, leale ma intransigente, e finalmente in grado di incidere.

15/7/2002 

Joomla SEF URLs by Artio