Breadcrumbs

Si incendiano i teatri di guerra


Tra aprile e maggio i due teatri della “guerra al terrorismo” sono tornati ad incendiarsi. L’Afghanistan, per molti mesi dimenticato dai media che hanno trasmesso la falsa impressione di una situazione tutto sommato sotto controllo, ha visto riemergere con forza la guerriglia talebana.

Se in Italia l’opinione pubblica si è risvegliata sotto il colpo della morte di due alpini, la realtà era ben nota da tempo: il governo Karzai controlla a malapena Kabul, il resto del paese è fuori controllo, i signori della guerra, le cui casse sono state rimpinguate dal boom della produzione di papavero da oppio, sono all’offensiva, compresi alcuni che in passato erano “alleati” delle forze occupanti. I resoconti delle ultime settimane parlano di scontri quotidiani, decine di morti, raid aerei degli Usa e una crescente instabilità che coinvolge anche la regione di frontiera del Pakistan.

In Iraq le cose vanno ancora peggio. Aprile, con 82 soldati Usa e alleati uccisi, è stato il peggior mese da novembre scorso (86 morti); maggio segue la stessa tendenza. Le stime parlano inoltre di oltre mille vittime fra le forze di sicurezza irachene (esercito e polizia).

Stampa e Tv insistono, ovviamente, sul tema della “guerra civile” e dello scontro intestino per nascondere la realtà: la violenza che dilania l’Iraq è diretta conseguenza dell’occupazione militare. Ogni giorno vengono compiute decine di attacchi contro le forze occupanti. Un resoconto dell’Associated Press dà un’idea precisa della situazione a Ramadi, una delle città epicentro della resistenza: “Interi quartieri sono fuorilegge, troppo pericolosi per la polizia. La guerriglia attacca le truppe Usa quasi ogni volta che si avventurano all’esterno e quando non escono, colpiscono le loro basi con armi da fuoco, missili e mortai.

Anche se non hanno la forza sufficiente per prendere d’assalto le posizioni Usa, gli insorti qui nel cuore del triangolo sunnita hanno spinto le insufficienti forze Usa e irachene in una situazione di sostanziale stallo. (…) ‘È fuori controllo’, dice il sergente Britt Ruble. ‘Usciamo, teniamo il terreno per un’ora, ci sparano, rientriamo e non lo teniamo più: a che serve?’” Gli Usa minacciano di scatenare contro Ramadi un attacco indiscriminato come quello ormai tristemente noto di Falluja.

A Baquba in aprile, riporta Stefano Chiarini sul Manifesto (29 aprile), “almeno 500 guerriglieri hanno investito varie postazioni delle forze di sicurezza irachene e sono stati respinti solamente dopo l’intervento dei mezzi corazzati e degli elicotteri americani”. Per questi brillanti risultati, gli Usa spenderanno nell’anno fiscale 2006 250 miliardi di euro.

La reazione del governo fantoccio di Baghdad è stata quella di scatenare una vera e propria caccia all’uomo contro la resistenza e in generale contro qualsiasi voce indipendente si levi contro l’occupante e i suoi collaboratori. In particolare la milizia Badr, addestrata in passato dall’Iran, e oggi spesso rivestita con le uniformi della polizia irachena, è accusata di omicidi e torture su vasta scala.

L’idea che le forze di “sicurezza” del governo fantoccio siano in realtà responsabili di molti degli attacchi volti scatenare la violenza fra sciiti e sunniti è largamente diffusa in Iraq e non solo. “L’ex ministro degli Interni (ora passato alle Finanze - ndr) Bayan Jabr, egli stesso legato alla milizia al Badr, ha riconosciuto in un’intervista recerte di avere solo una minima idea di quello che facessero molti dei 230mila uomini sotto il suo controllo, né di sapere il loro grado di coinvolgimento nelle squadre della morte sciite che hanno ucciso centinaia di sunniti come vendetta contro gli attacchi degli insorti sunniti”: questa è la versione assai pudica del New York Times (21 maggio). Altri, come l’ex dissidente ai tempi di Saddam Sami Ramadani, sono più espliciti: “L’Iraq è inondato di voci sulla collusione delle forze di occupazione e dei loro protetti iracheni con gli attacchi a carattere confessionale [gli attentati alle moschee – Ndr] e gli squadroni della morte: l’opinione diffusa è che gli Usa stanno alimentando la divisone confessionale per impedire l’emergere di una resistenza nazionale unita. Prove del loro coinvolgimento nelle ritorsioni contro i sunniti sono state raccolte dal Times, che ha riferito che dopo un attacco armato contro la moschea sunnita di al-Quds a Baghdad, uomini armati sono risaliti su sei automobili mentre i soldati della Guardia Nazionale irachena controllata dagli Usa che gli avevano fatto strada per lasciare la zona li incitavano.” (The Guardian, 24 febbraio)


Il nuovo governo


Le convulse trattative per la formazione del nuovo governo, dopo cinque mesi di schermaglie e dopo il pesante e aperto intervento dell’ambasciatore americano Zalmay Khalilzad sono giunte all’inevitabile approdo di un governo ancora più debole e screditato del precedente. Uscito di scena al Jaafari, l’incarico di primo ministro è finito alla sua controfigura Nouri al-Maliki, fino al giorno prima poco conosciuto fuori dal proprio partito dove apparteneva al settore sciita oltranzista. A testimonianza della paralisi politica del regime, i due ministeri “della forza”, Interno, Difesa, non sono stati assegnati e sono provvisoriamente in mano al premier e al suo vice: una scelta truffaldina che ha provocato la rottura delle trattative da parte di un settore importante di parlamentari sunniti.


A Bassora britannici sotto tiro


In realtà il campo sciita è diviso e articolato, con un settore legato all’Esercito del Mahdi di Moqtada al Sadr che rifiuta la linea apertamente collaborazionista e che sta guadagnando terreno. A questa evoluzione nei rapporti di forza si lega il cambiamento nel sud, a Bassora, fino a ieri considerata zona relativamente tranquilla. I britannici, che controllano il settore, hanno avuto già sette perdite nel mese di maggio. Il 6 maggio un elicottero è stato abbattuto sulla città e i soldati accorsi sul luogo sono stati accolti da una folla ostile che li ha bersagliati con pietre e bombe incendiarie; nel successivo scontro a fuoco tra inglesi e milizia del Mahdi, cinque iracheni sono rimasti sul terreno.

La strategia degli americani (con i britannici al seguito) sta entrando sempre più in uno stato confusionale, plasticamente illustrato dalla distanza abissale fra la realtà quotidiana in Iraq e le frasi altisonanti dei leaders e dei diplomatici che descrivono un mondo irreale nel quale il “legittimo governo iracheno” si starebbe preparando a “prendere il controllo” creando le condizioni per la tanto sospirata exit strategy. In realtà non c’è alcuna strategia credibile in campo. Blair si è recato a Baghdad per dare il suo sostegno al nuovo governo; mentre parlava di collaborazione, unità nazionale e altre barzellette nella sola Baghdad c’erano 20 morti negli scontri quotidiani; un anonimo funzionario britannico avrebbe parlato di ritirare le truppe “entro il 2010”, una dichiarazione non si sa quanto ufficiosa, che mostra tuttavia lo stato confusionale dei vertici politici: parlare di ritiro nel contesto dato significa ammettere la sconfitta dell’occupazione; parlare di date così lontane non fa altro che confermare la completa impotenza degli occupanti; la realtà è che l’imperialismo non può né avanzare, né arretrare. Rimangono lì, con i piedi sempre più affondati nel sangue di un paese che, in mancanza di una vittoria nella quale oramai più nessuno crede, tentano di sprofondare nel caos alimentando uno scenario jugoslavo di spartizione dell’Iraq fra curdi, sciiti e sunniti. Una visione da incubo che non sarebbe comunque garanzia di stabilità neppure dal punto di vista dell’imperialismo; getterebbe piuttosto i semi di una nuova guerra che non sarebbe solo intestina, ma inevitabilmente coinvolgerebbe anche i paesi vicini; Turchia, Iran, Arabia saudita.


Il dibattito sulle missioni italiane


È questo il contesto nel quale il governo Prodi ridiscuterà, fra poche settimane, il finanziamento delle missioni all’estero. Sull’Iraq esiste come è noto un accordo di massima nell’Unione, di ritirare le truppe entro qualche mese. Tuttavia il problema non finisce qui: da un lato, la proposta di Prodi è diversa dal ritiro immediato che sarebbe l’unica scelta giusta. D’altra parte emerge da più parti l’idea di una nuova missione “di ricostruzione” che potrebbe sostituire l’attuale e che necessiterebbe della “protezione” di 600-800 militari: si tratterebbe di fatto di una tipica missione coloniale il cui unico scopo sarebbe quello di tentare di mantenere un piede in Iraq per difendere gli interessi italiani a partire da quelli dell’Eni.

Peggio ancora stanno le cose per quanto riguarda la missione in Afghanistan, che venne a suo tempo votata anche dall’Ulivo. Le posizioni nell’Ulivo sono divaricate, con un gruppo consistente di parlamentari che ha aderito a un appello per il ritiro delle truppe mentre il settore ulivista per ora insiste sul sostegno alla missione: il tempo delle frasi vuote e della diplomazia sta per finire anche nell’Unione.

25/05/2006

 

Joomla SEF URLs by Artio