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 e lo stato confusionale del centrosinistra

Lo sviluppo degli avvenimenti in Iraq possiede un ritmo che per tanti commentatori è del tutto inaspettato. Un anno e mezzo fa tutto pareva rientrare negli schemi dei benpensanti che affollano i “talk-show” televisivi. Gli Stati Uniti d’America avevano sconfitto rapidamente un dittatore come Saddam Hussein, annichilito le aspirazioni di libertà delle masse arabe e le proteste dei pacifisti in tutto il mondo e ristabilito l’ordine in una regione del mondo, il Medio Oriente, chiave per i destini del capitalismo mondiale.

Oggi, dopo solo diciotto mesi, la situazione per l’imperialismo americano è più grigia che mai. Anche l’amministrazione Bush, che generalmente sembra vivere su Marte, ostentando arroganza e sfrontatezza mai viste, deve arrendersi alla realtà. Se per Colin Powell in Iraq “la situazione continua a peggiorare” per il ministro della difesa Rumsfeld “intere zone non sono più sotto il nostro controllo”. Tutti i piani di Washington sono andati in frantumi. Ad ascoltare sempre Rumsfeld sembra di vedere un pugile suonato, che ripete frasi sconnesse. “Ce ne andremo appena il paese sarà capace di gestire la sicurezza da solo. Abbiamo già cominciato a ritirarci” e subito dopo l’intervistatore domanda “E’ possibile che le truppe americane aumentino?” E Rumsfeld ineffabile replica “Certamente (…) Il generale Abizaid potrebbe chiedere un aumento delle truppe Usa in vista delle elezioni. Non lo ha fatto, ma potrebbe.”


Tutti i progetti di questi reazionari stanno crollando come castelli di carta. Rispetto al fallimento del pensiero “neocons” illuminante è l’ammissione di Paul Bremer, ex proconsole Usa a Baghdad al Washington Post “Ci fu pianificazione, ma pianificazione di una situazione che non accadde”.


La strategia della guerra lampo attraverso un esercito leggero è stata confutata dagli eventi. La “coalizione dei volonterosi”, il coinvolgimento di eserciti alleati nell’occupazione dell’Iraq, sta perdendo pezzi giorno dopo giorno. Di ieri, 4 ottobre, la notizia che anche la Polonia ha intenzione di ritirare le proprie truppe dopo le elezioni previste il prossimo gennaio.


Per Washington risulta sempre più difficile trovare soldati da impiegare sul terreno di battaglia. Secondo il Pentagono il reclutamento alle Forze armate ha subito una contrazione con picchi del settanta per cento. Nessuno vuole più andare a morire in Iraq, dove ogni mese le perdite umane sono superiori al mese precedente.


La farsa delle elezioni


Le elezioni stanno assumendo sempre più i connotati di una farsa. Nessuno crede che si potranno svolgere in tutto il paese riconoscendo che diverse regioni, tipo Falluja e il resto del triangolo sunnita ne resteranno fuori. La sicurezza di queste elezioni sarebbe gravemente a rischio. La polizia irachena ha una struttura fragilissima e inaffidabile per le forze di occupazione. Sia in occasione dell’insurrezione di Aprile che coinvolse diverse città sia nell’assedio di Najaf dell’agosto scorso i poliziotti iracheni si sono schierati dalla parte dei rivoltosi. Il governo Allawi, ai tempi di Saddam terrorista al soldo della Cia, non ha nessun potere reale nemmeno nella “zona verde” nel centro di Baghdad.


Le elezioni rappresentavano la legittimazione democratica di fronte all’opinione pubblica mondiale di questo governo fantoccio da parte degli americani, ma oggi anche questa prospettiva potrebbe essere vanificata dal corso tumultuoso degli avvenimenti.


Come è possibile che il più formidabile esercito del pianeta, forte di 150mila unità sul terreno, coadiuvato da altre forze armate di cinque continenti sia incapace di imporre il proprio dominio su un piccolo paese di venticinque milioni di abitanti?


L’unica spiegazione è che, dalla caduta di Saddam ad oggi, ha dovuto fronteggiare il nemico più potente che tutte le classi dominanti temono: un’insurrezione di popolo che si allarga giorno dopo giorno.


Quello che è veramente singolare, e che si spiega principalmente con l’arroganza degli occupanti, è che gli Americani non dispongono di nessuna base d’appoggio pur minima in Iraq. Tale arroganza non è data solo dalla stupidità di Bush e compagnia, ma dalle caratteristiche della crisi del capitalismo moderno. La lotta strenua per i mercati non ammette concessioni di sorta. La crudeltà dell’occupazione ha portato ad attuare vere e proprie carneficine. Solo a Baghdad dall’inizio della guerra si contano più di diecimila vittime irachene, mentre diverse stime portano a trentamila il numero dei morti in tutto il paese


Gli unici alleati “affidabili” per gli americani sarebbero le milizie curde, che però perseguono i propri fini: l’indipendenza del Kurdistan che gli Stati uniti non potranno mai concedere, pena la rottura con l’alleato strategico turco nell’area. Un’amicizia interessata quindi ma che presto o tardi si romperà.


La resistenza irachena


Le caratteristiche della resistenza sono di massa. I servizi di sicurezza americani calcolano che sono circa 120mila gli uomini appartenenti a bande armate, mentre gli attacchi alle forze di occupazione sono stati 2500 nel mese di agosto e 2300 in quello di settembre. Diverse città sono in mano agli insorti o di potentati locali che precludono l’accesso alle forze di coalizione. Questo è il caso di Nassiriya, dove gli italiani stanno rintanati nelle proprie basi o si limitano a pattugliare la periferia.


L’impressione che i mass media vogliono trasmettere è quella di una resistenza dominata da tagliatori di teste e rapitori di pacifisti. La realtà è che i gruppi legati ad Al Qaeda sono minoritari nella galassia dei gruppi armati. Il terrorismo era un fenomeno praticamente sconosciuto prima che arrivassero gli americani. Da più parti si dubita perfino che Al Zarqawi, fantomatico luogo tenente di Bin Laden il cui gruppo sarebbe responsabile delle più efferate esecuzioni, si trovi davvero in Iraq. Ma è comunque utile da agitare come spauracchio su tutte le televisioni.


Non dobbiamo scordarci poi che Bin Laden e AlQaeda per anni sono state finanziate e istruite dagli Usa. L’Iraq oggi, come ogni zona di guerra in cui si giocano partite importanti, vede sicuramente al suo interno la presenza di numerosi servizi segreti di paesi arabi ed occidentali, in lotta fra loro. Ognuno di questi ha tutto l’interesse ad utilizzare determinati gruppi armati per destabilizzare la situazione a proprio vantaggio. Che ci stiano collegamenti tra i servizi di vari paesi stranieri e questi gruppi terroristi è dimostrato dalla vicenda delle “due Simone”, quando il re di Giordania e funzionari Kuwaitiani sapevano come sarebbe finita la vicenda diversi giorni prima di tutti noi.


Rapimenti ed esecuzioni sommarie, ricatti e stragi sono accadute in tutte le guerre e ancor di più nelle guerre civili come quella che abbiamo oggi in Iraq. Non è un fenomeno nuovo, dove si passa la soglia “dell’orrore finora conosciuto” come si è ormai soliti dire in diversi ambienti della sinistra. Sono terribili eventi legati indissolubilmente allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Solo facendola finita con le cause, potremmo vedere una via d’uscita da questi orrori


Più volte i gruppi maggioritari della resistenza irachena hanno condannato rapimenti ed esecuzioni di civili. Il tratto fondamentale della situazione in Iraq sono le mobilitazioni di massa, i tre scioperi generali a Bassora tra il settembre 2003 e il marzo 2004, che abbiamo descritto in un articolo sul nostro giornale (Il ruolo della classe operaia nel movimento di resistenza iracheno).


Non si vuole fare luce su quello che è realmente il programma della resistenza irachena,un classico programma di liberazione nazionale, come quello della lotta di liberazione d’Algeri o dei nazionalisti egiziani negli anni cinquanta. Come spiega un dirigente di un gruppo legato al partito Baath “Non abbiamo alcun interesse a colpire la popolazione perché la popolazione è sempre più dalla nostra parte... gli iracheni ci sostengono ed anche nella nuova polizia contiamo più simpatizzanti che avversari.” (La Stampa, 19/09/2004) Il 2 settembre scorso il giornale libanese al-Arabia ha reso noto il programma dei gruppi più importanti della resistenza, come il Fronte Nazionale per la Liberazione dell’Iraq: “Questo programma si distingue per il rifiuto di ogni divisione etnica e religiosa in Iraq. Come primo punto il programma proclama ‘il rifiuto totale dell’occupazione e delle organizzazioni create dall’occupante (come il governo provvisorio)’. (…) Nel suo terzo punto, il programma chiede il ritorno alla sovranità dell’Iraq, il ristabilimento del vecchio esercito, la rinazionalizzazione delle industrie privatizzate e vendute all’estero.” (le Soir, 22/09/2004).


Queste sono le classiche rivendicazione base contro l’occupazione imperialista, che ogni comunista dovrebbe sostenere. Si può aggiungere che non basta, che per garantire veramente l’indipendenza nazionale bisogna lottare per una trasformazione della società in senso socialista non solo in Iraq ma in tutto il medio oriente. Questo è quello che noi proponiamo. Ma è sulla base di un programma come questo che leader religiosi come Al Sadr sono enormemente popolari soprattutto fra gli strati più oppressi della società irachena.


Al Sadr riempie un vuoto dicendo quello che le masse vogliono ascoltare, astutamente nasconde i suoi fini come leader religioso. Tale vuoto a sinistra è nato per le posizioni apertamente collaborazioniste di gran parte della sinistra irachena, come il Partito Comunista Iracheno che sostiene il governo Allawi disponendo addirittura di un ministero, quello della cultura.


Disorientamento a sinistra aumentato dalle posizioni dei vari Blair, Fassino e compagnia che, da sinistra o appoggiammo attivamente l’occupazione o rinviano alle calende greche il ritiro delle truppe.


Gli americani sono in difficoltà serie, ma pare abbiano deciso uscire dal pantano con un balzo in avanti. Al di là delle difficoltà, devono andare avanti fino in fondo, le conseguenze di una sconfitta sarebbero inimmaginabili. Dopo le elezioni americane lanceranno un’offensiva a tutto campo contro le città roccaforti degli insorti. Questa offensiva, iniziata già in questi giorni contro Samarra ma che si scatenerà pienamente dopo le elezioni americane del 2 novembre, avrà tuttavia l’effetto opposto nel paese. Rafforzerà la resistenza, non la indebolirà.


La spinta verso l’unità nazionale


Le vicende irachene si intrecciano con la situazione politica italiana ogni giorno di più. L’attenzione nelle settimane scorse su ciò che succede nel paese mediorientale è aumentata a dismisura con il rapimento e il successivo rilascio di Simona Pari e Simona Torretta. Non possiamo che unirci alla gioia con cui si è salutata la loro liberazione; non ci dilungheremo ora sui lati oscuri di un rapimento quantomeno anomalo. Quello su sui ci interessa soffermaci è il cambiamento di scenario politico avvenuto durante e dopo il sequestro.


Quando il governo Berlusconi afferma attraverso uno dei suoi portavoce “La giornata di martedì (quella della liberazione delle due Simone) ha cambiato per sempre lo scenario della politica italiana”, esagera ma non di moltissimo. L’effetto di tutta la vicenda è stato quello di uno spostamento a destra dell’asse della politica italiana. Ciò è funzionale alla strategia che in vari ambienti della diplomazia internazionale si persegue per risolvere il problema iracheno. Da Kerry alla Lega Araba, da Chirac a Kofi Annan, tutti guardano alla conferenza internazionale del Cairo come all’ancora di salvezza per uscire dalle sabbie mobili di Baghdad. Cosa ha di magico questa conferenza? Nulla, se non il fatto che è parte di un progetto degli americani per coinvolgere altri eserciti nella gestione dell’occupazione.


I francesi desiderosi di contare di più accolgono questa proposta e rilanciano spiegando che anche la resistenza dovrebbe partecipare alla conferenza. La borghesia francese come quella araba non è mossa da fini umanitari, ma dall’interesse di spartirsi il bottino delle materie prime irachene.


Ma per il centro sinistra questo basta per rinunciare alla richiesta del ritiro delle truppe. Per Rutelli “chiedere il ritiro è inutile” Gavino Angius, capogruppo dei senatori Ds, sviluppa la posizione dell’opposizione fino in fondo: “Facciamo l’ipotesi che nel giro di 24 ore tutti i contingenti abbandonino l’Iraq. Il dilemma sarebbe drammatico: Comanderebbe Allawi o Alzarqawi? Avrebbe il potere il governo o il capo del fondamentalismo sanguinario. Io sono perché comandi Allawi, che bisogna sostenere.” (Il Messaggero, 04/10/2004). Nel momento del pericolo per le istituzioni della borghesia i riformisti non fanno mai mancare il proprio sostegno, anche se in questo caso significa appoggiare uno dei più sanguinari interventi dell’imperialismo. La mozione per il ritiro delle truppe è ormai derubricata da ogni ordine del giorno dell’Ulivo, al massimo se ne parlerà dopo le elezioni in Usa. Con la speranza che vinca Kerry, così alla Casa bianca ci sarà un governo amico e si potrà contribuire all’impresa americana senza troppi pesi sulla coscienza.


Le contraddizioni non si trovano tuttavia solo nell’ala “moderata” del centrosinistra, ma anche in quella “radicale”. Già in precedenza abbiamo evidenziato i limiti della posizione del segretario del Prc, Bertinotti, sulla vicenda delle “due Simone” (vedi Rifondazione comunista e la crisi degli ostaggi). La politica dei due tempi trova una conferma anche nelle soluzioni per l’Iraq. Dopo aver spiegato di fare affidamento sulla Conferenza del Cairo, Bertinotti spiega che “Nell’eventualità che fosse necessario garantire questi passaggi (elezioni e un governo legittimo) con una presenza militare, la condizione è che le truppe vengano individuate fra quelle non occupanti. (...) I tedeschi ma non gli inglesi. I russi ma non gli americani. I giapponesi non gli italiani. Sotto l’Onu.” (la Repubblica, 4 ottobre 2004).


Gli iracheni quindi non sarebbero pronti a governarsi da soli, ma sarebbe necessario un protettorato Onu! Vorremmo ricordare che l’Onu fu l’organizzazione che avallò, tra l’altro, la prima Guerra del Golfo nel 1991. E poi, come pensare che truppe russe o tedesche manterrebbero una neutralità? Il capitalismo russo, tedesco, o francese non ha interessi da difendere nell’area? Le multinazionali francesi e russe avevano contratti stipulati col regime di Saddam, divenuti carta straccia dopo l’invasione dell’Iraq. Oggi vorrebbero ritornare ad assaggiare almeno un pezzo della torta. Qual è diventato il compito dei comunisti, o quello di chiunque si batta contro l’occupazione, quello di sostenere la borghesia francese contro quella americana?


E le azioni di queste truppe come si inseriscono nel rifiuto della pratica della violenza, proposto dalla maggioranza del Prc?


Conferenza internazionale sull’Iraq, intervento Onu, rinuncia al ritiro delle truppe, oggi si sente provenire la stessa musica, con ben pochi distinguo, dai due lati dello schieramento politico di questo paese. Possiamo non chiamarla “unità nazionale” ma ci stiamo andando molto vicino.


Tutto ciò è alla base del disorientamento dilagante nel movimento contro la guerra. La “distinzione” tra il ritiro delle truppe e il rilascio degli ostaggi ha di fatto inibito le mobilitazioni di piazza. “Perché manifestare se poi al rilascio delle due Simone ci deve pensare Berlusconi?” Hanno pensato in molti. Ed oggi, che senso ha la protesta se poi una conferenza internazionale dei vari governanti porterà la pace.”


I motivi perché si scenda in piazza contro l’occupazione in Iraq e contro la politica del governo ci sono ancora tutti. La mobilitazione di massa è l’unica che può imporre il ritiro delle truppe, come successo in Spagna lo scorso marzo.


Ma per un rilancio delle mobilitazioni bisogna abbandonare ogni illusione nella diplomazia internazionale e nell’opzione non violenta e riformista. Si deve adottare una visione di classe dei processi. In Iraq assistiamo a una lotta delle classi oppresse contro gli oppressori. Il compito dei comunisti e di tutti gli attivisti di sinistra è di sostenere la resistenza contro l’occupazione imperialista, consigliando e spingendo le sue parti più avanzate a collegare la lotta per la liberazione nazionale a quella per la rivoluzione socialista in tutto il Medio Oriente. Oggi non abbiamo bisogno di alcuna tregua nei confronti del governo italiano, o anche di quello francese, ma dobbiamo intensificare la lotta contro della forze reazionarie, che, come in Italia, vogliono imporci una nuova finanziaria di lacrime e sangue. La risposta all’aggressione imperialista al popolo iracheno e al massacro sociale che il padronato vuole portare avanti deve essere la lotta di classe in Italia, in Iraq, in tutto il mondo.

6 Ottobre 2004 

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