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Sciopero generale mondiale contro il bombardamento dell'Iraq

 

Il massacro è cominciato. Migliaia di bombe cadranno ancora una volta sulle teste della già martoriata popolazione irachena.

Nella guerra del '91 vennero lanciate 88 tonnellate di bombe, ci furono100mila morti tra i militari e 200mila tra i civili. Oltre un milione morirono negli anni a seguire a causa dell’embargo,

Ma l’imperialismo non è soddisfatto ed è determinato a versare un altro fiume di sangue. Le conseguenze di questa guerra potrebbero essere ancora più gravi rispetto a quella di 12 anni fa. Allora l'imperialismo non si proponeva di rovesciare il regime iracheno ma semplicemente di "liberare" i giacimenti petroliferi in Kuwait. Oggi invece l'obiettivo dichiarato è quello di occupare il paese, cacciare Saddam e sostituirlo con un protettorato controllato dalle forze armate americane e inglesi.

Per portare a termine un piano del genere dovranno arrivare a Baghdad con un'azione terrestre che difatto è già cominciata nel sud del paese. La superiorità militare degli Usa rispetto all’esercito iracheno non è in discussione. Possono arrivare alle porte di Baghdad ma espugnare la capitale non sarà facile. Come dimostra l'esperienza passata una cosa è una guerra regolare tra eserciti, tutt'altra cosa è garantire il controllo sulle popolazioni urbane in un territorio così vasto come quello iracheno da parte di un esercito di occupazione.

In un contesto del genere entrano in gioco altri fattori e contro l’invasione potrebbe generarsi una lotta di resistenza, un vero e proprio movimento partigiano. Per quanto il popolo iracheno non ami Saddam, non sarà indifferente di fronte all’aggressione degli Usa e della Gran Bretagna. Anche perché i “liberatori” sono gli stessi che per 12 anni hanno affamato il paese con l’embargo economico.

Rumsfeld e Condoleeza Rice hanno un bel parlare di "guerra precisa e chirurgica" la realtà è che come hanno annotato diversi ufficiali ed ex membri dello stato maggiore gli Usa giungono piuttosto impreparati a questa guerra. Rumsfeld ha imposto al capo delle operazioni in Iraq, il generale Franks, una strategia di guerra che sacrifica a ogni altra considerazione la necessità di chiudere rapidamente il conflitto. Difatto le forze che sarebbero necessarie per controllare l’intero territorio iracheno dovrebbero essere almeno il triplo di quelle che sono attualmente stanziate in Iraq (250mila tra americani e inglesi). C’è chiaramente una sproporzione tra gli obiettivi proposti e i tempi con cui ci si propone di ottenerli.

Un vecchio generale in pensione come Buster Glosson ha accusato Franks che: "per motivi politici mette a rischio i suoi soldati. Non si può avanzare prima che l'aviazione mandi al tappeto la difesa dell'Iraq, costi quel che costi. Un piano di battaglia stilato con troppa fretta, per una guerra senza pazienza chiede a tanti padri e madri di soldati di perdere molti figli e figlie." (Corriere della sera, 20-3-2003).

È pertanto molto alto il rischio che gli Usa possano impantanarsi in questo conflitto e subire gravi perdite. Già oggi a guerra appena iniziata c’è un movimento di massa negli Usa e in tutto il mondo. Immaginiamo cosa potrebbe succedere se un numero consistente di soldati americani dovessero perdere la vita.

 

Gli obiettivi di questa guerra

 

L’obiettivo di questa guerra è chiarissimo: occupare il paese, stabilire una dittatura succube dell’imperialismo per avere un controllo diretto sulle riserve petrolifere del secondo produttore mondiale. Con questa brutale dimostrazione di capacità distruttiva l’imperialismo Usa vuole anche riaffermare la propria superiorità militare sul mondo. Terrorizzare gli oppressi perché non si ribellino all’egemonia americana.

Tutta la propaganda sulla lotta alla tirannia, la difesa della democrazia, la lotta al terrorismo e le armi di distruzione di massa risuonano come una macabra ironia ora che i morti di parte irachena si conteranno a migliaia.

Ma chi ha foraggiato, sostenuto ed armato in un passato non troppo lontano Saddam Hussein e Al Qaeda se non quelli che oggi si fanno "paladini della democrazia", i quali non si peritano di intervenire contro quei regimi amici che calpestano le libertà democratiche e reprimono brutalmente lavoratori e attivisti di sinistra come in Pakistan, Turchia, Arabia Saudita e Israele?

I veri responsabili dell’instabilità, del caos, del terrorismo, della guerra sono un gruppo ristretto di capitalisti che detengono il potere e che attraverso gli Stati impongono condizioni di vita impossibili alla grande maggioranza della popolazione mondiale.

Dall’imperialismo non verrà mai la giustizia sociale, la democrazia e la liberazione dei popoli. Il compito di rovesciare Saddam spetta al popolo iracheno e a nessun’altro. Questa lotta può avere solo un carattere antimperialista e anticapitalista: tutte le soluzioni che l’imperialismo preparerà per il popolo iracheno provocheranno solo più miseria, più sfruttamento, più tirannia.

 

Il fallimento dell’Onu e l'asse franco-tedesco

 

Come era prevedibile si è conclusa nel peggiore dei modi la commedia diplomatica in sede Onu. Una volta che è emerso con chiarezza che Bush e Blair non avevano una maggioranza nel consiglio di sicurezza si è visto che l'Onu rappresenta solo una foglia di fico ed è incapace di risolvere delle controversie quando queste dividono le potenze imperialiste.

Nella misura in cui è emersa una contraddizione con Francia, Germania e Russia che hanno interessi diversi in Medio Oriente, si è visto come l'unica cosa che conta nelle relazioni internazionali è la forza politico-militare che ogni paese è in grado di schierare.

D'altra parte se così non fosse non si capisce perché le risoluzioni Onu contro Israele per le violazioni nei territori occupati palestinesi non siano mai state applicate senza provocare per questo alcun intervento militare da parte della cosiddetta comunità internazionale.

E' dunque patetica l'argomentazione del centrosinistra che si schiera contro la guerra solo perché non ha il sostegno Onu.

Su queste basi ha gioco facile la destra nel ricordare che anche la guerra in Kosovo condotta dal governo D'Alema, non godeva del sostegno delle Nazioni unite e l'argomento dei dirigenti Ds che sostengono che quella a differenza di questa era una guerra umanitaria fa ridere anche i bambini di 6 anni.

Il fatto che Francia e Germania abbiano messo a disposizione le loro basi per questa guerra che formalmente hanno contrastato fino all'ultimo minuto dimostra una volta di più che dietro lo scontro diplomatico non c'era "il vecchio cuore dell'Europa pacifista" come qualcuno ha detto ma più semplicemente non c'era un accordo sulla divisione delle commesse a guerra conclusa.

Per Francia e Germania concedere le basi oggi è un modo per poter ritornare in gioco nella spartizione della torta una volta che si comincierà a discutere della ricostruzione dell'Iraq, e non è un caso che adesso la discussione nell'Onu e nell'Ue si è spostata proprio su questo terreno.

Gli Usa vorrebbero affidare il tutto alle compagnie private del proprio paese, a cominciare dalla Halliburton, il gigante finanziario e petrolifero di cui era a capo l'attuale vicepresidente Usa, Dick Cheney, mentre alle Ong dell'Onu sarebbe affidata solo una piccola parte della ricostruzione (50 milioni di dollari su un miliardo e mezzo che andrà nelle tasche delle compagnie private).

E' di questo che si lamenta il patetico Kofi Annan, un fantoccio utile a far credere ai popoli oppressi che in sede Onu non contano solo le potenze ma anche le piccole nazioni.

Chi a sinistra ha generato illusioni nell'asse franco-tedesco ha commesso un gravissimo errore.

Basterebbe ricordare il ruolo barbaro che l'imperialismo francese ha giocato negli ultimi anni in Africa (Ruanda, Costa d'Avorio) o quanto ha fatto l'imperialismo tedesco nei Balcani, dove per interessi economici e strategici, non hanno esitato a provocare guerre sanguinose con effetti devastanti sulle popolazioni civili.

Rispetto ai Balcani non bisogna dimenticare anche il ruolo brutale che ha giocato la gerarchia cattolica quando nelle chiese e nei monasteri della Croazia si organizzavano i pogrom contro le popolazioni serbe.

A fare da supervisore c'era il Papa che oggi degli incauti dirigenti di sinistra mettono alla testa del movimento mondiale contro la guerra. Quanto è corta la memoria di certa gente, non ce ne stupiremo mai abbastanza.

 

Il pacifismo alla prova dei fatti

 

Le gigantesche mobilitazioni pacifiste e le generose occupazioni di binari, stazioni e porti non sono bastate a fermare la macchina bellica. Questo sta generando una certa frustrazione tra gli attivisti più onesti impegnati nel movimento. Ma di fronte a questo come diceva il filosofo Spinoza: "non serve ridere, né piangere, ma è necessario capire".

Questa guerra ha chiaramente un carattere imperialista ed è tesa ad affermare gli interessi economici delle multinazionali del petrolio e quelli più generali della potenza Usa. Chi come Negri sosteneva l'idea dell'impero e il superamento della concezione di Lenin dell'imperialismo è stato ancora una volta smentito dai fatti. D'altra parte come definire lo scontro in sede Onu se non partendo dalla categoria di conflitto interimperialistico?

Ma lasciando da parte questa polemica chiaramente superata dai fatti quello che è importante capire è che in un contesto di profonda crisi economica la guerra per l'appropriazione delle materie prime e per i mercati diventa la normalità nel capitalismo.

Più è profonda la crisi economica più diventa aggressiva la principale potenza del pianeta che è chiaramente in crisi di egemonia.

L'amministrazione statunitense comprende perfettamente che la posta in gioco in questa guerra è molto alta. Nel conflitto attuale e in altri che potrebbero sorgere in futuro (si pensi alla Corea del Nord) si decidono le sorti del capitalismo mondiale per tutta una fase storica e dunque non possono bastare delle manifestazioni (per quanto numerose) a fermare i banditi imperialisti.

Solo la rivoluzione socialista con l'abbattimento del capitalismo può mettere la parola fine alla guerra.

Non è un caso se la Prima guerra mondiale si è conclusa con la Rivoluzione d'Ottobre e checché se ne dica sul fondamentale ruolo di liberazione giocato dagli Usa, le sorti della seconda guerra mondiale si sono decise a Stalingrado oltre che nel decisivo processo rivoluzionario che a partire dal '43 si è andato sviluppando nelle fabbriche e coi movimenti partigiani in Italia, Francia, Grecia, Belgio, Jugoslavia.

In un processo del genere è decisivo il ruolo della classe operaia, l'unica classe che ha dimostrato in passato di avere la forza di fermare il mostro imperialista.

Fare affidamento sul Papa, l'Onu, l'Unione europea serve solo a deviare il movimento dai suoi veri obiettivi e affidarsi solo alla disobbedienza civile una volta che la guerra è cominciata è troppo poco e rischia anche di essere fuorviante.

Il massacro è cominciato, se non vogliamo lavarci la coscienza distribuendo margherite e bandiere iridate consolandoci col fatto che questa guerra non si fa in nostro nome allora dobbiamo legare la lotta contro la guerra a un progetto di trasformazione socialista della società.

 

Una situazione di lotta straordinaria

 

Abbiamo visto le gigantesche manifestazioni che hanno attraversato i cinque continenti non appena sono iniziati i bombardamenti. Si tratta di una situazione realmente straordinaria.

In passato all'inizio di una guerra la società veniva fortemente influenzata dalla propaganda militarista e prevalevano i sentimenti patriottici. Lo abbiamo visto nel 1914, nel '39 e anche all'inizio della guerra in Vietnam. In queste situazioni chiedere lo sciopero generale all'inizio di una guerra era una richiesta obiettivamente estremista.

Ma oggi la situazione è completamente differente. L'ambiante tra la schiacciante maggioranza della popolazione è contro la guerra. Ci sono stati anche degli scioperi generali (anche se solo di due ore) in Italia e in Grecia il giorno in cui hanno avuto inizio i bombardamenti.

In un contesto del genere è necessario presentare ordini del giorno e rivendicare nei sindacati e nelle fabbriche lo sciopero generale internazionale di 24 ore.

E' da qui che bisogna partire per generare uno stato di insubordinazione generale. Ogni azione di boicottaggio, di sabotaggio, di disobbedienza può essere utile solo se è vincolata al movimento più generale della classe operaia e non è il frutto di azioni isolate ed estremiste che contribuiscono solo a far arretrare la coscienza.

È per questa ragione che facciamo appello ai sindacati (a partire dalla Cgil) per la formazione di comitati contro la guerra imperialista. Indipendentemente da quello che farà la burocrazia in quanto lavoratori dovremo impegnarci in prima linea nella formazione di questi comitati che devono essere aperti sul territorio agli studenti, ai disoccupati e a chiunque voglia farne parte.

Dobbiamo rivendicare le dimissioni del governo Berlusconi, che con la sua politica ipocrita si mette al fianco dell'imperialismo Usa e fornisce il sostegno logistico al massacro.

Ci schieriamo incondizionatamente dalla parte del popolo iracheno. Siamo consapevoli che la crescita del movimento contro la guerra in Occidente è fondamentale per lo sviluppo della rivoluzione in Medio Oriente e di una possibile resistenza armata del popolo iracheno contro l'imperialismo e contro Saddam Hussein.

Che non vengano ad insegnarci che questo signore è un dittatore sanguinario coloro che l'hanno aiutato in passato a consolidare la sua dittatura. Se li lasciamo fare, gli americani devasteranno l'Iraq ne faranno un deserto e lo chiameranno pace. La pace dei cimiteri, l'unica che può darci l'imperialismo.

L'unico modo per ottenere la vera pace è lottare contro il capitalismo e a questo obiettivo deve essere finalizzata ogni azione futura.

Questa guerra può essere fermata solo con metodi rivoluzionari e anche se per disgrazia non riuscissimo a fermarla non sarà passata invano se tra i milioni di giovani e lavoratori che stanno scendendo nelle piazze ce ne sarà almeno una parte che nei prossimi mesi deciderà di abbracciare le idee del marxismo impegnandosi in una lotta organizzata contro il capitalismo.

È questo l'appello che rivolgiamo ai militanti più combattivi del movimento contro la guerra.

Unisciti a noi, a chi lotta per il comunismo, per una società non governata dai profitti ma dai bisogni della popolazione. L'unica società che possa abolire definitivamente l'oppressione e lo sfruttamento.

Solo così un giorno potremo cancellare dal dizionario la parola guerra.

 

21-3-2003 

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