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Baghdad è ormai in mano ai soldati americani, l'esercito iracheno nel corso delle ultime 48 ore ha di fatto cessato di esistere come forza organizzata.

La caduta della capitale segna una svolta nel conflitto, della quale dobbiamo esaminare le conseguenze.

Che l'esercito più potente del paese più potente del mondo abbia avuto la meglio su un paese affamato, impoverito e assediato era ipotizzabile fin dall'inizio del conflitto; inaspettata, invece, è stata la rapidità con la quale la capitale irachena ha ceduto di fronte all'offensiva. Tanto più dopo la resistenza ostinata che gli angloamericani avevano incontrato in molte località minori.

Gli Usa dichiarano che la Guardia repubblicana è stata semplicemente annientata dai bombardamenti degli scorsi giorni. Ma né il numero delle vittime militari irachene, né il numero dei prigionieri, né i materiali rinvenuti o distrutti confermano in modo inequivocabile queste dichiarazioni.

Molti commentatori, in particolare nelle Tv arabe, suggeriscono che vi sia stato un qualche tipo di accordo fra gli Usa e parte dei comandanti militari e degli alti quadri del regime iracheno. Queste ipotesi appaiono confermate dalle dichiarazioni dell'ambasciatore iracheno all'Onu, che parla di "guerra finita" (quando ancora pochi giorni fa chiedeva la messa sotto accusa degli Usa) e di costruire la pace.

Il bilancio di questa guerra apparirebbe allora più chiaro. Contrariamente alle previsioni, a opporre la resistenza più ostinata non sarebbero state le unità della Guardia repubblicana, o quelli che i generali Usa chiamano i "fanatici del regime", bensì unità dell'esercito regolare, soldati di leva, volontari e un settore di civili. In altre parole, non ha combattuto fondamentalmente chi aveva qualcosa da perdere in quanto facente parte dei settori privilegiati dal regime, ma ha combattuto soprattutto chi rappresenta più da vicino i sentimenti del popolo iracheno.

 

In tutta la storia abbiamo visto ripetersi lo stesso fenomeno. In un paese occupato, gli strati privilegiati della classe dominante o dell'apparato statale cercano sempre il compromesso con l'invasore, soprattutto quando questo appare imbattibile; è invece sulle masse e sulle classi oppresse che ricade il peso dell'occupazione, ed è da queste che nasce la più forte resistenza. L'Iraq non è e non sarà un'eccezione a questa regola.

Al riparo dagli occhi indiscreti delle telecamere, i militari Usa faranno ora il lavoro più sporco: rastrellamenti a tappeto, liste nere di personaggi da far sparire, arresti e torture al di fuori di qualsiasi pretesa di diritto e legalità, sulla falsariga di quanto già fatto in Afghanistan. Quando poi crederanno di aver raggiunto il loro obiettivo, metteranno in piedi una graziosa messa in scena che, come tutti gli spettacoli teatrali richiederà numerose comparse: iracheni "democratici" al soldo degli Usa (come il signor Ahmed Chalabi, il cosiddetto capo dell'opposizione, che persino il Corriere della Sera descriveva pochi mesi fa come un agente della Cia), organizzazioni non governative intente a distribuire latte in polvere, biscotti e orsacchiotti di pezza. E chissà che, ultima fra le comparse, non torni in scena anche l'Onu.

Se qualcuno crede all'instaurazione della democrazia in Iraq, ci permettiano di ricordargli alcuni precedenti. Nel 1991 il Kuwait è stato "liberato" dagli Usa. Dodici anni dopo rimane uno stato fantoccio governato da una monarchia quasi assoluta. In Bosnia, a otto anni dalla fine del conflitto, le meraviglie della "ricostruzione" si riassumono così: calo del 40% del tenore di vita (i quattrini se li sono intascati le varie mafie "umanitarie" e l'apparato di amministrazione dell'Onu), un paese più diviso che mai, nel quale tutte le decisioni che contano sono prese da un Alto commissario straniero imposto dall'Onu. Aspettiamo ancora la democrazia in Afghanistan, in Arabia Saudita, in Palestina…

 

Il popolo iracheno dovrà purtroppo subire sulla propria pelle le meraviglie della pace imperialista, dopo aver subito l'embargo, i bombardamenti e la fame. Ma è inevitabile che da questa oppressione nasca in futuro un nuovo e più forte movimento di liberazione nazionale.

La guerra è stata una nuova e amara esperienza non solo per il popolo iracheno, ma per tutto il popolo arabo. Una volta di più il Medio oriente viene violentato dalle potenze imperialiste, una volta di più il popolo arabo paga la debolezza che viene dalla sua divisione, una volta di più i regimi della zona, uno più marcio dell'altro, si dimostrano completamente incapaci di garantire persino uno straccio, una parvenza di indipendenza nazionale.

Ma le conseguenze saranno profonde, e la reazione delle masse inevitabilmente arriverà. Tanto grande è l'arroganza dei presunti vincitori di oggi, tanto forte sarà la risposta che si genererà. Non solo in Iraq, ma anche in Siria, in Giordania, in Egitto, nel Golfo, le masse saranno costrette a imboccare la strada della rivolta. E inevitabilmente una volta che il movimento prenda piede, la parola d'ordine della cacciata dell'imperialismo si legherà indissolubilmente alla ricerca dell'unità del popolo arabo, condizione indispensabile per la sua libertà, indipendenza e sviluppo.

Una federazione del Medio oriente: questa sarà la risposta alla divisione della regione che da un secolo permette alle potenze imperialiste di farvi il bello e il cattivo tempo.

Ma chi può guidare le masse arabe verso questo obiettivo, quale forza politica, quale classe sociale? I partiti storici del nazionalismo progressista borghese e piccolo borghese, dall'Fln algerino allo stesso Baath siriano o iracheno sono ormai dei gusci vuoti, incapaci di opporsi seriamente all'imperialismo. Tantomeno lo possono fare le monarchie cadenti che governano la Giordania, l'Arabia Saudita, il Marocco. La lotta per liberarsi dall'oppressione imperialista esigerà un prezzo altissimo, come dimostra anche l'esito di questo conflitto. Le masse, i lavoratori, i contadini, la condurranno solo se vedranno in essa un mezzo per raggiungere la loro emancipazione non solo nazionale, ma anche sociale. In altre parole, la lotta per la cacciata degli invasori implicherà un programma rivoluzionario. Lottare per cacciare le truppe Usa, significa al tempo stesso lottare perché la terra, l'acqua, il petrolio, le risorse naturali e le ricchezze passino nelle mani dei lavoratori e delle altre classi oppresse. La federazione del Medio oriente potrà nascere solo come federazione socialista, cioè come risultato di una lotta che sarà insieme di liberazione nazionale e di rivoluzione sociale. Solo questo programma può generare le risorse di tenacia, di abnegazione e di mobilitazione necessarie alla vittoria.

Un simile programma, infine, è in opposizione frontale a tutto quanto rappresenta l'integralismo islamico. Quanto più la lotta di liberazione dei popoli arabi e mediorientali assumerà un carattere di massa e di classe, tanto più il fondamentalismo si dimostrerà incapace di egemonizzarla.

 

Ora che il coro dei vincitori è più rumoroso e arrogante che mai, non mancheranno i pacifisti che cercheranno di intonarsi alla nuova melodia. Il Vaticano già rilascia dichiarazioni di sollievo per la pronta cessazione delle ostilità. Non dubitiamo che tante Ong diranno che ora bisogna concentrarsi a mandare aiuti al popolo iracheno, strumentalizzando così l'orrore di milioni di persone per il massacro della guerra e trasformandolo in un business assai lucrativo. Altri ancora ci diranno che oggi lottare per la pace significa sostenere Blair e l'Onu per frenare Bush.

E tanti altri, certo più in buona fede, ripiegheranno le bandiere, almeno temporaneamente.

Da comunisti, abbiamo partecipato fin dall'inizio e con convinzione a tutte le mobilitazioni contro la guerra; ma siamo stati anche convinti fin dall'inizio, che per fermare la guerra né le manifestazioni, né le bandiere sarebbero state sufficienti. Scrivevamo pochi giorni fa, a conflitto in corso: "La guerra non è stata fermata dall'enorme e generoso movimento che si è creato, per un motivo ben preciso. La guerra può essere fermata se le mobilitazioni assumeranno un carattere più avanzato, che minacci il rovesciamento dell'imperialismo e del capitalismo; può essere fermata dalla sconfitta militare sul campo; può, infine, essere fermata da una combinazione di questi due fattori". L'imperialismo oggi ha confermato nella maniera più brutale la verità della nostra posizione. È forse un buon motivo per ritrarsi dalla lotta?

Certo non potranno farlo gli iracheni, i palestinesi, e tutti i popoli che subiscono il tallone dell'oppressione imperialista. E non potremo farlo neppure noi: Bush, Blair, Berlusconi e la classe dominante tutta non mancheranno di celebrare la "vittoria" con nuovi attacchi ai nostri diritti e alle nostre condizioni di vita.

Continuare la lotta contro la guerra oggi non significa solo andare in piazza a ripetizione, ma significa soprattutto giungere a una chiara comprensione degli avvenimenti, fare piazza pulita delle falsificazioni della propaganda, e soprattutto elaborare quel programma e quei metodi di lotta e di organizzazione che, va detto, sono mancati nelle mobilitazioni di massa degli scorsi mesi. La lotta contro la guerra, la lotta per "un altro mondo" ha attratto decine di milioni di persone in tutto il mondo. Oggi siamo chiamati a comprendere come questa lotta va molto più in la di una o cento manifestazioni, per quanto grandiose; che va molto al di là della testimonianza della nostra opposizione; che i nostri avversari sono pronti a tutto per imporre la loro politica di saccheggio, di oppressione e di barbarie; e che la lotta contro la guerra significa oggi più che mai una lotta contro questo sistema economico, contro il capitalismo.

Siamo pienamente fiduciosi che nei prossimi mesi e anni, con lo stesso entusiasmo con il quale hanno partecipato alle mobilitazioni contro la guerra, milioni di persone abbracceranno questa battaglia.

Unisciti a noi nella lotta per un mondo comunista!

10 aprile 2003 

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