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L’asse Berlino-Parigi o il movimento operaio?

La colossale arroganza con cui l’imperialismo Usa prepara l’invasione dell’Iraq si sta scontrando con un’opposizione enorme tra giovani e lavoratori. Si è però diffusa, nella sinistra, l’idea che la resistenza di Francia e Germania alla guerra abbia qualcosa di progressista e possa essere decisiva, se sommata alle mobilitazioni, per fermare i piani di Bush. Niente è più lontano dalla verità. E’ compito dei comunisti fare chiarezza: la politica dell’asse franco-tedesco è tanto imperialista quanto quella americana. Solamente in Medio Oriente Parigi e Berlino hanno interessi differenti da quelli Usa. Francia e Germania si rendono conto che il terreno di una guerra su larga scala sarebbe a loro sfavorevole a causa della superiorità di mezzi degli Usa. Proprio per questo si mostrano più propensi a mediazioni col regime di Saddam e giocano la parte dei “buoni” interlocutori del mondo arabo. Chirac e Schroeder mascherano la politica di potenza delle loro borghesie con una fraseologia pacifista, sperando, en passant, di sfruttare il risentimento di massa contro la guerra.

Per questa sporca guerra

Poco più di un anno fa, quando i marines entrarono a Kabul scrivevamo: “Gli Usa vedono ora sollevarsi forze gigantesche contro di loro”. E davvero gigantesca è stata la forza scesa nelle piazze di tutto il mondo sabato 15 febbraio. Quello che è certo è che si è trattato della prima vera manifestazione globale nella storia dell’umanità, per estensione, numeri e coscienza dei partecipanti di essere legati da un unico obiettivo: fermare l’aggressione all’Iraq.

La guerra in Iraq

Le manovre diplomatiche di Bush e la lotta per avere una risoluzione dell’Onu più o meno dura e vincolante verso l’Iraq non sono che una triste messa in scena che vuole coprire quello che ormai pare chiaro a molti: la guerra si è già decisa e si farà indipendentemente dalle decisioni che prenderanno le Nazioni Unite. Riprendendo il filo degli ultimi articoli sulla guerra, pubblicati su FalceMartello, cercheremo di analizzare non solo le vere cause del conflitto ma anche quali possibilità hanno gli Stati Uniti di vedere realizzati gli obiettivi che si pongono prima dello scoppio del conflitto.

Cortina fumogena per i preparativi di guerra

La risoluzione n° 1441 votata dal consiglio di sicurezza dell’Onu costituisce un nuovo passo, forse decisivo, verso la guerra.

La propaganda dei media tenta di accreditare l’interpretazione secondo la quale si tratterebbe di una risoluzione generosa, che lascia a Saddam Hussein la possibilità di evitare la guerra “comportandosi bene”; inoltre, si dice, Francia, Russia e Cina, cioè i paesi che avevano manifestato maggiori perplessità sulla prospettiva di guerra, avrebbero “frenato” gli Usa imponendo che, in caso di violazione, l’attacco militare non sia immediato e la discussione torni invece nel consiglio di sicurezza.

La notte del 5 settembre circa un centinaio di aerei statunitensi e britannici hanno colpito postazioni della difesa antiaerea dell’esercito iracheno all’esterno della "no-fly zone", qualche centinaio di chilometri ad ovest di Baghdad.

La scusa é stata una rappresaglia per un presunto attacco ad una pattuglia alleata in volo (azione del tutto inspiegabile per un paese su cui pende da mesi la minaccia di un’offensiva americana). Si tratta, solo nel corso di quest’anno, della trentacinquesima "missione" delle forze aeree della coalizione angloamericana in territorio iracheno; senza ombra di dubbio l’ennesima gratuita aggressione, una provocazione calcolata per alzare il livello di scontro con il regime di Saddam Hussein.

Il terrorismo Usa in Medio Oriente

L’attacco missilistico degli Usa e della Gran Bretagna contro l’Iraq ha mostrato più chiaramente che mai l’ipocrisia e l’arroganza dell’imperialismo. Ma, nonostante la barbarie e il massacro gratuito, mostra anche le difficoltà dell’imperialismo nella regione. Il pretesto dell’azione sarebbe il presunto boicottaggio da parte dell’Iraq delle ispezioni Onu. La realtà è che dal 15 novembre al 14 dicembre gli ispettori Unscom hanno visitato 427 posti. Su questi hanno dichiarato di avere incontrato un blocco in cinque casi, e in tre di questi alla fine hanno potuto entrare ugualmente mentre in due l’ingresso è stato negato perché gli impianti erano chiusi per il fine settimana. A fronte di questo, è bene ricordare che uno degli ispettori americani ha dovuto dimettersi perché sorpreso a passare informazioni ai servizi segreti israeliani.

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