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Nonostante il black out dell’informazione, c’è stata una vera e propria esplosione di lotte operaie in questo Iraq presuntamente nuovo e meraviglioso. I bassi salari, le condizioni di lavoro terribili, l’alto tasso di disoccupazione, le ruberie generalizzate, la mancanza di acqua e di elettricità, la soppressione di diritti fondamentali, tutto questo è alla base dell’ascesa della lotta di classe in Iraq.

Le condizioni orripilanti sofferte dalle masse non sono solo la conseguenza della distruzione delle infrastrutture causata dai bombardamenti degli imperialisti. Esse sono esacerbate dalle privatizzazioni, dai tagli fiscali per i ricchi e dalle politiche economiche che puntano a mantenere i salari a livelli di fame per permettere ai padroni giganteschi profitti.

Dell’avventura irachena di Bush e soci non finisce di stupire sopra ogni altra cosa il grado estremo d’improvvisazione e d’impreparazione dimostrato in tutta la vicenda bellica e postbellica dall’unica superpotenza mondiale e dai suoi alleati.

Di fronte ai continui rovesci, l’amministrazione americana ha costantemente reagito proponendo nuove fughe in avanti, dettate da un approccio puramente empirico, a dispetto dei machiavellici piani geopolitici per dominare il mondo che tanto prestigio conferiscono ai loro estensori nei salotti “neocons” di Washington, con somma delizia dell’entourage presidenziale.

Torture, assedi e bombardamenti

“Conquisteremo i cuori e le intelligenze del popolo iracheno”

(George W. Bush prima dell’attacco all’Iraq del 20 marzo 2003)

Abu Ghraib. Avrebbero fatto guerra all’Iraq anche per cancellare l’orrore di queste prigioni, in cui Saddam Hussein torturava decine di migliaia di uomini e donne stipati in celle di meno di quattro metri per quattro. Questo dicevano gli imperialisti.

aL’Iraq è in rivolta. Da nord a sud il paese è percorso da una sollevazione popolare contro l’occupazione militare delle potenze imperialiste. Dall’inizio di aprile si riscontra un salto di qualità nella lotta di resistenza del popolo iracheno: dagli attentati isolati contro singoli obiettivi ad una vera e propria insurrezione, con migliaia di miliziani armati, che costringono le truppe occupanti a combattere con operazioni di guerra su vasta scala.

Il Vietnam di George Bush

La rivolta irachena dilaga e manda a monte tutti i piani dell’imperialismo. La decisione del governo spagnolo di anticipare il ritiro delle truppe rappresenta un nuovo colpo per Bush, e altri paesi potrebbero seguire l’esempio di Zapatero, a partire da quelli del Sud America.

La lista delle perdite angloamericane in Iraq si allunga di continuo. Dopo il 1° maggio sono stati 160 i soldati uccisi (dato del 27 agosto). Agli attacchi contro le truppe occupanti si aggiungono ora attentati come quello contro la rappresentanza giordana e contro la sede dell’Onu.

Secondo Tommy Franks, ex comandante in capo Usa nel Golfo, gli occupanti fronteggiano da 10 a 25 attacchi al giorno. Il morale delle truppe americane è in caduta libera, soprattutto da quando è emerso chiaramente che la loro missione non prevede una fine a breve termine.

Napoleone, che di guerre ne sapeva qualcosa, ebbe a dire una volta che con una baionetta si possono fare molte cose, ma non si può usarla per sedercisi sopra. Gli Usa, vincitori del conflitto iracheno, saranno costretti ad apprendere questa lezione dall’esperienza sul campo.

In Iraq, in tutto il Medio oriente e in realtà nel mondo intero, le conseguenze di questa guerra porteranno un’ulteriore e profonda destabilizzazione.

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