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Prefazione
di Claudio Bellotti

La scelta di ripubblicare questa selezione di scritti sul nazismo non nasce solo dal loro valore intrinseco, evidente a chiunque ne legga anche solo poche pagine.

 

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Riteniamo infatti importante contribuire una riflessione approfondita sulla crisi sociale e politica che segna la nostra epoca di fronte a quella che quasi unanimemente è stata definita la più profonda crisi capitalista dal 1929. Svolgere questa analisi significa però rifuggire dalle facili semplificazioni e cercare invece di acquisire i necessari elementi teorici, sviluppando un ragionamento che vada alla radice dei problemi.

Che l’Europa sia attraversata da fenomeni di moderna reazione politica e sociale, è difficile negarlo. La nascita e la crescita di partiti xenofobi, razzisti, la crisi profonda della democrazia parlamentare in molti paesi, testimoniata dal crescente astensionismo elettorale e dal diffuso disprezzo verso “i politici”, la rinascita e il riciclaggio di tradizioni e culture politiche che si ricollegano più o meno apertamente al passato fascista, nazista, colonialista del nostro continente, tutto questo testimonia in ultima analisi una crisi profonda non solo dell’economia capitalista, ma anche delle forme politiche della dominazione borghese, e innanzitutto del mito “democratico”.

Molti, soprattutto a sinistra, hanno ritenuto di poter tracciare il seguente parallelismo: così come la crisi del 1929 portò all’affermazione del nazismo in Germania e poi in Austria, in Europa centro-orientale e in Spagna e infine alla guerra mondiale, oggi la crisi porta con sé lo “sbocco a destra” delle contraddizioni del sistema.

Riteniamo questa analogia superficiale e sbagliata, sia per quanto riguarda gli anni ’30 che l’epoca odierna. Il fascismo e il nazismo, la reazione europea degli anni ’30, non furono una conseguenza automatica e inevitabile di determinate condizioni economiche. Furono invece il risultato di fattori economici, sociali e politici, la cui combinazione non necessariamente doveva portare a quell’esito e in cui il ruolo soggettivo di partiti, sindacati, gruppi dirigenti del movimento operaio ebbe un ruolo decisivo e tragico. Il nazismo, come prima di esso il fascismo, non vinse solo perché “scelto” dalla classe dominante come strumento per riaffermare il proprio dominio; vinse anche e soprattutto perché il pericolo non venne capito nella sua reale natura, e di conseguenza non venne contrastato con i mezzi necessari e adeguati.

La raffigurazione borghese della democrazia si fonda su un’equazione che si può riassumere come segue: libero mercato equivale a libertà di possedere da parte dei cittadini, sulla quale proprietà si edificano i diritti politici, ossia la libertà politica e la democrazia.

Non a caso nel secolo XIX il diritto di voto coincideva col censo, la democrazia ideale era ritenuta quella che potesse basarsi su una vasta popolazione di piccoli proprietari, contadini o piccola borghesia urbana. Proprietà e libertà venivano a coincidere.

L’evoluzione storica reale non corrisponde però a questa rappresentazione, lo sviluppo del capitalismo portava con se la polarizazzione sociale, il consolidarsi della grande borghesia e dell’aristocrazia finanziaria da un lato, la crescita del proletariato in termini di numeri e di peso sociale, la perdita progressiva di indipendenza economica dei ceti medi. Questi processi, e le loro conseguenze politiche sono richiamati anche nei testi di Trotskij (si veda La sola via, al paragrafo “Bonapartismo, piccola borghesia, proletariato”): “Attraverso le varie fasi, la borghesia consolidava la sua potenza sotto forma di democrazia parlamentare. Ancora una volta non agiva pacificamente, né di propria volontà. La borghesia aveva una paura mortale del suffragio universale. Ma alla fine, alternando repressioni e concessioni, privazioni e riforme, riusciva a subordinare a sé, nel quadro della democrazia parlamentare, non solo la vecchia piccola borghesia, ma anche, in misura rilevante, il proletariato, tramite la nuova piccola borghesia, la burocrazia operaia”.

Questa sintesi è della massima importanza: di fatto a partire dal ‘900, la democrazia parlamentare, nei paesi capitalisticamente maturi, ha significato garantire, in

misura più o meno ampia, l’esistenza del movimento operaio organizzato sul piano politico e sindacale. Le “libertà borghesi” devono, ad un certo punto, tollerare l’esistenza di “libertà proletarie” più o meno estese a seconda delle concrete condizioni storiche. Ma esiste anche l’altro lato della medaglia: se la democrazia borghese implica la

legittimità dell’organizzazione operaia, in modo opposto e speculare essa contiene anche al suo interno i germi della reazione. Il mito della “democrazia progressiva” ha avuto oltre mezzo secolo di tempo per mostrare la sua

inconsistenza. Mai è esistita e mai esisterà una democrazia ideale basata sull’armonia sociale, tantomeno una democrazia che possa gradualmente trascendere nel socialismo; forme di reazione si sono affermate anche nel quadro della democrazia parlamentare: si pensi al maccartismo negli Usa, al gollismo (un regime bonapartista che tuttavia

non poté spingersi fino alla completa cancellazione delle libertà proletarie), al centrismo democristiano in Italia negli anni ’50, ecc.

Il carattere specifico del fascismo, che lo differenzia da altre forme di reazione borghese, viene identificato da Trotskij in due elementi chiave.

1) Il fascismo nel momento della sua ascesa come movimento di massa si basa su una propria organizzazione armata (le Camicie nere, le Sa e le Ss), costituita al di fuori delle strutture repressive dello Stato, come braccio armato di un movimento che inquadra masse rilevanti, reclutate in primo luogo fra la piccola borghesia, i disoccupati, settori di proletariato disgregati e demoralizzati, ecc. Nonostante il fascismo non possa contrapporsi all’apparato statale borghese e anzi cresca con la sua connivenza, rimane comunque un movimento la cui origine è esterna e per molti aspetti ostile ai partiti borghesi tradizionali, i cui gruppi dirigenti non sono in genere reclutati all’interno della classe dominante, ma hanno spesso origini plebee e godono di un ampio margine di indipendenza rispetto alla stessa grande borghesia.

2) Una volta giunto al potere il movimento fascista si integra con il vecchio apparato statale, si burocratizza e si istituzionalizza. Tuttavia esso si distingue da altre forme di reazione per la sua capacità di atomizzare il movimento operaio, di azzerare le sue organizzazioni e di inquadrare vaste masse nell’organizzazione repressiva.

“L’ora del regime fascista arriva nel momento in cui i mezzi militari-polizieschi “normali” della dittatura borghese, con la loro copertura parlamentare, diventano insufficienti per mantenere in equilibrio la società. Per mezzo del fascismo, la borghesia mette in movimento le masse della piccola borghesia infuriata, le bande dei declassati, i sottoproletari demoralizzati, tutti questi innnumerevoli esseri umani che lo stesso capitale finanziario spinge alla disperazione e alla collera. (…) La vittoria del fascismo porta all’accaparramento diretto e immediato da parte del capitale finanziario di tutti gli organismi e tutte le istituzioni di dominio, di direzione e di educazione: l’apparato statale e l’esercito, le amministrazioni comunali, le scuole, la stampa, i sindacati, le cooperative. Fascistizzare lo Stato non significa solo mussolinizzare forme e metodi di direzione – su questo piano i mutamenti sono alla fin fine secondari – ma anzitutto e soprattutto distruggere le organizzazioni operaie, ridurre il proletariato allo stato amorfo, creare un sistema di organismi che penetrino profondamente nelle masse e siano destinati a impedire la cristallizzazione indipendente del proletariato. Appunto in ciò consiste l’essenza del regime fascista.”1

Questa specificità del fascismo era completamente sfuggita al partito comunista d’Italia, che negli anni 1921-23 sottovalutava grandemente il pericolo e assimilava nella sostanza lo squadrismo fascista alla “reazione borghese”, teorizzando che esso avrebbe distrutto innanzitutto le “illusioni democratiche” e le organizzazioni riformiste, creando così condizioni favorevoli a una successiva offensiva rivoluzionaria.

“Il Partito comunista d’Italia è nato quasi contemporaneamente al fascismo. Ma le stesse condizioni di riflusso rivoluzionario che determinavano l’ascesa al potere del fascismo, frenavano lo sviluppo del Partito comunista. Il Partito comunista non si rendeva conto della portata del pericolo fascista, si pasceva di illusioni rivoluzionarie, era irrimediabilmente ostile alla politica di fronte unico, in una parola era in preda a tutte le malattie infantili. Non c’è niente di sorprendente: aveva solo due anni. (…) Secondo le informazioni degli amici italiani, eccettuato Gramsci, il Partito comunista non ammetteva neppure la possibilità della presa del potere da parte dei fascisti. (…) Non bisogna dimenticare però che il fascismo italiano non era allora che un fenomeno nuovo, in via di formazione: sarebbe stato difficile anche per un partito sperimentato definirne i tratti specifici.”2

L’errore del Pcdi veniva ora ripetuto, in condizioni infinitamente più gravi e per motivi differenti, dalla

direzione del Partito comunista tedesco e dell’Internazionale comunista ormai pienamente sottoposta alla direzione di Stalin.

Gran parte di questo libro sviluppa una polemica contro la sistematica sottovalutazione del pericolo nazista da parte dell’Internazionale comunista, contro il radicalismo verbale, contro il rifiuto di porsi il compito di suscitare una lotta di massa e di sfruttare la contraddizione di fondo tra il fascismo e le organizzazioni riformiste minacciate a loro volta dall’offensiva nera.

Ma da dove nasceva tale errore? Nel 1928 il VI congresso dell’Internazionale comunista aveva sancito la teoria del cosiddetto “Terzo periodo”, alla quale più volte fa riferimento Trotskij in queste pagine. Secondo tale teoria elaborata da Stalin e da Bukharin, allora suo principale alleato e teorico, dopo la temporanea stabilizzazione del capitalismo, si apriva una nuova fase, il “Terzo periodo”, caratterizzata da una costante radicalizzazione delle masse, dal definitivo “smascheramento” della socialdemocrazia e da una “crisi finale” del capitalismo. Da questa analisi completamente unilaterale venivano fatte derivare parole d’ordine e tattiche completamente estremiste e settarie: i partiti riformisti venivano definiti “socialfascisti” e assimilati ai partiti fascisti tout court, nei sindacati i comunisti si fecero promotori di scissioni disastrose, perdendo gran parte della loro influenza nella classe operaia organizzata, particolarmente in Francia e in Germania. Le rivendicazioni democratiche andavano messe da parte, poiché il “terzo e ultimo” periodo del capitalismo avrebbe visto lo scontro finale tra i comunisti da un lato e il fascismo dall’altro, quest’ultimo fiancheggiato da tutte le altre forze politiche inclusi i socialisti.

Al settarismo dilagante si accompagnava la crescente stretta nel regime interno ai partiti comunisti. In Russia l’opposizione di sinistra guidata da Trotskij era già stata espulsa nel 1927 e i suoi quadri si avviavano al confino e alla deportazione; le espulsioni e le epurazioni

dilagavano anche sul piano internazionale, nel Pcdi la “svolta” estremista sancita nel 1930 portava all’espulsione di tre membri su sette dell’Ufficio politico del partito: Leonetti, Tresso e Ravazzoli. Lo stesso Gramsci, contrario alla “svolta”, era emarginato dai suoi compagni durante la prigionia.3

Contro questo schematismo Trotskij polemizza, e non è necessario qui insistere sull’esattezza e la chiaroveggenza con le quali a partire dal 1930 lancia l’allarme indicando con chiarezza, la vicinanza e la natura del pericolo fascista in Germania, seguendo e anticipando passo passo gli avvenimenti, con previsioni che spesso colpiscono per la loro lucidità, soprattutto se si tiene presente che l’insieme di questi scritti venne elaborato da grande distanza, durante l’esilio a Prinkipo in Turchia, in condizioni di forte isolamento. Trotskij avverte del ritmo accelerato degli avvenimenti, segnala con precisione l’esatta portata del pericolo: “L’arrivo al potere dei ‘nazionalsocialisti’ avrebbe come conseguenza, innanzitutto, lo sterminio della élite del proletariato tedesco, la distruzione delle sue organizzazioni; gli toglierebbe la fiducia in se stesso e nel suo avvenire. Se si tiene conto della maggiore maturità, della ben maggiore gravità degli antagonismi esistenti in Germania, l’opera infernale del fascismo italiano sembrerebbe probabilmente insignificante, sarebbe un’esperienza quasi umanitaria in confronto a quello che potrebbe fare il nazionalsocialismo tedesco.” Indica la inevitabile prospettiva a media scadenza del riarmo e della guerra fra un regime nazista e l’Unione Sovietica, avverte come la semplice partecipazione dei nazisti a un governo di coalizione implicherebbe il rapido assorbimento nel movimento nazista di tutte le altre forze (e infatti il primo governo capeggiato da Hitler vedeva solo tre ministri nazisti su undici, ma questo non impedì il rapido instaurarsi del regime totalitario).

Il cuore della polemica riguarda la questione del fronte unico, ossia la necessità che i comunisti si facciano promotori di una battaglia comune a tutte le organizzazioni operaie contro il fascismo ascendente, rompendo con l’assurdità del “socialfascismo” che permetteva ai dirigenti della socialdemocrazia di sottrarsi alla loro responsabilità, affidando tutte le loro speranze alle superstizioni legalitarie e costituzionali incarnate dal presidente Hindenburg, così come un decennio prima i riformisti italiani avevano riposto tutte le loro speranze nel Re e nella difesa dello Statuto, paralizzando la resistenza delle masse e consegnandole quasi senza combattere in mano ai loro carnefici.

La storia dell’ascesa del nazismo fu invece tragicamente segnata dal sistematico rifiuto del partito comunista di farsi promotore di tale politica. Due passaggi decisivi nello scavare un solco incolmabile fra gli operai comunisti e la base socialdemocratica furono da un lato il referendum con cui nell’estate del 1931 i fascisti tentavano di rovesciare il governo socialdemocratico della Prussia, lo stato più popoloso e determinante dell’intera Germania. Inopinatamente i dirigenti comunisti decidevano di sostenere il referendum, sommando così le loro forze a quelle dei nazisti. Ancora poche settimane prima dell’insediamento di Hitler al potere i nazisti e i comunisti si trovavano a promuovere congiuntamente lo sciopero dei trasporti di Berlino.

L’accecamento del gruppo dirigente era tale che ancora un mese dopo l’insediamento di Hitler al potere, quando la presa di possesso da parte dei nazisti dell’intera macchina dello Stato era ormai dilagante, nell’aprile del 1933 il Presidium del Comitato Esecutivo dell’Internazionale comunista votava una risoluzione nella quale si dichiarava come “l’instaurarsi di una aperta dittatura fascista accelera il ritmo dello sviluppo di una

rivoluzione proletaria in Germania distruggendo tutte le illusioni democratiche delle masse e liberandole dall’influenza della socialdemocrazia”. Commentò amaramente Trotskij nell’articolo Fascismo e parole d’ordine democratiche: “Il fascismo, sembra, è inaspettatamente diventato la locomotiva della storia (…) la burocrazia stalinista assegna al fascismo l’assoluzione di quei compiti

basilari che essa stessa si è dimostrata del tutto in grado di assolvere.”

La sconfitta del 1933 avrebbe avuto conseguenze storiche sul piano mondiale e i suoi effetti si protrassero a lungo. Decisivo infatti non era stato solo il fatto della sconfitta in quanto tale, ma anche il modo come si era prodotta, nella divisione e nella paralisi del movimento operaio più forte e organizzato d’Europa, che per due generazioni era stato il punto di riferimento

internazionale del marxismo e che si abbandonava nelle mani di un nemico mortale senza neppure riuscire a combattere una battaglia difensiva, di retroguardia. Tale sconfitta andava inoltre letta in prospettiva storica, come la chiusura di un intero ciclo aperto con la rivoluzione del novembre 1918 che aveva rovesciato il kaiser; un ciclo lungo quindici anni, nel quale tutte le organizzazioni, i loro gruppi dirigenti, le diverse correnti erano state più e più volte messe alla prova dimostrandosi alla fine incapaci di dare uno sbocco rivoluzionario alla crisi del capitalismo tedesco4

Quando ci si domanda perché in Germania non vi fu un vasto movimento di resistenza, fra i fattori di primo piano (non l’unico) va annoverato precisamente questo fatto, l’enorme discredito, il tracollo non solo organizzativo, ma della autorità politica, morale, storica delle organizzazioni del movimento operaio di fronte alla classe operaia stessa.

L’onda d’urto degli avvenimenti tedeschi si diffuse in tutta Europa, gli anni 1933-34 videro i fascisti all’offensiva in Austria e in Francia, mentre in Spagna la reazione prendeva temporaneamente il sopravvento nel bienio negro e la Comune asturiana (ottobre 1934) veniva soffocata col sangue di centinaia di minatori e trentamila arresti. La posizione del “socialfascismo” diventava indifendibile e, soprattutto, la nuova situazione metteva in serio pericolo l’Unione Sovietica, priva di quello che dal 1921 in avanti era stato il paese ad essa più vicino sul piano diplomatico e militare.

La svolta era nell’aria e col VII congresso dell’Internazionale comunista (1935) le vecchie teorie del “Terzo periodo” venivano senza tante cerimonie gettate alle ortiche; era il momento dei Fronti popolari.

Tuttavia la controsvolta, seppure andava indubbiamente incontro a un sentimento diffuso fra le masse e fra i quadri comunisti che volevano che si lottasse efficacemente contro il nazifascismo in espansione, avrebbe ben presto rivelato i suoi risvolti devastanti. Se infatti le follie del “socialfascismo” venivano abbandonate (peraltro senza alcuna seria analisi autocritica, ma nel più perfetto stile staliniano, per illuminazione dal vertice), ad esse non si sostituiva la classica posizione del fronte unico come difesa da Lenin nel III e IV congresso dell’Internazionale Comunista, o da Trotskij nei primi anni ’30. L’unità antifascista veniva infatti prontamente estesa ai non solo ai partiti democratici piccolo-borghesi come ad esempio poteva essere Giustizia e Libertà in Italia, ma anche ai partiti della grande borghesia liberale, ai monarchici, ecc. La prospettiva non era più quella dell’unità del movimento operaio nella battaglia antifascista, ma la coalizione di classe con la borghesia liberale. Sul piano internazionale (che poi era quello decisivo per Stalin) i Fronti popolari aprivano la strada al riavvicinamento diplomatico con le “democrazie occidentali”, Francia e Gran Bretagna. Ben presto Stalin si sarebbe anche dichiarato favorevole al riarmo francese.

Non a caso la svolta del VII congresso, che a prima vista poteva apparire come una salutare correzione di rotta dopo i disastri provocati dalla sbornia settaria, andava frontalmente contro uno dei punti sollevati da Trotskij nei testi qui presentati, ossia la necessità di restaurare una piena democrazia di partito all’interno dell’Internazionale comunista e delle sue sezioni,

come elemento indispensabile per correggere gli errori che avevano portato alla sconfitta tedesca. Al contrario, proprio il VII congresso segnava l’avvio delle forsennate campagne “antitrotskiste” che di lì a poco avrebbero portato alle epurazioni di massa, ai processi-farsa di Mosca, allo sterminio dei migliori quadri comunisti dentro e fuori l’Unione Sovietica, fino all’assassinio dello stesso Trotskij nel 1940.

Non è questa la sede per tracciare la storia dei Fronti popolari, particolarmente in Francia e Spagna, ossia i paesi nei quali essi andarono al governo (1936)5. Basti qui ricordare come in Francia l’esperienza si concluse nel giro di due anni con una dura sconfitta del Pcf e un rapido ritorno sulla scena della reazione che si affermò poi anche prima che la sconfitta militare della primavera del 1940 aprisse la strada al regime di Pétain. In Spagna l’esito fu ancora più tragico, con il Partito comunista schierato in prima fila nell’impedire qualsiasi sviluppo rivoluzionario nel campo repubblicano, fino alle giornate di Barcellona del maggio 1937, preludio non solo alla sconfitta della rivoluzione spagnola, ma anche alla stessa caduta della Repubblica di fronte alle armate franchiste.

Non proporremo qui analogie più o meno peregrine fra la situazione di allora e quella odierna. La validità e l’attualità dei testi qui presentati non risiede in ciò, bensì nelle generalizzazioni teoriche che se ne possono trarre. L’analisi dei rapporti reciproci tra le classi, tra le classi e le loro direzioni politiche, il rapporto tra riformismo e democrazia borghese, tra reazione statale e mobilitazione reazionaria di massa, il ruolo decisivo della direzione politica, ossia del fattore soggettivo, all’interno del movimento operaio, tra dinamica internazionale e dinamica interna: questi sono i temi sui quali le elaborazioni di Trotskij acquisiscono una validità che va al di là della contingenza storica che le ha dettate, e che può e deve diventare parte integrante della formazione di quei quadri e militanti politici senza la quale nessuna “ricostruzione della sinistra” è pensabile nel nostro paese.

12 maggio 2010

L'indice dell'opera

Prefazione

Cronologia

La svolta dell’Internazionale comunista e la situazione in Germania (26 settembre1930)

Contro il nazional-comunismo (Le lezioni del plebiscito rosso) (25 agosto 1931)

La chiave della situazione è in Germania (26 novembre 1931)

La vittoria di Hitler significherebbe la guerra (25 aprile 1932)

La sola via (settembre 1932)

La tragedia del proletariato tedesco (14 marzo 1933)

Che cos’è il nazionalsocialismo? (10 giugno 1933)

 

 


 

Note

1 E ora? (7 gennaio 1932), in Trotskij, Scritti 1929-1936, Mondadori 1970, pag. 339.

2 ibidem, pagg. 379-380.

3 Cfr. Paolo Spriano, Gramsci in carcere e il partito, Editori Riuniti, 1977.

4 Sugli avvenimenti rivoluzionari del primo dopoguerra il testo più valido rimane P. Broué, Rivoluzione in Germania 1918-23, Einaudi, 1977.

 5 Sul Fronte popolare e la guerra civile spagnola vedi F. Morrow, Rivoluzione e controrivoluzione in Spagna; un testo utile sulle vicende francesi è Caredda, Il fronte popolare in Francia. Una parte degli scritti di Trotskij sui fronti popolari è contenuta nei volumi Scritti 1929-1936 cit. e I problemi della rivoluzione cinese e altri scritti su questioni internazionali 1924-40, Einaudi 1970

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