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"Solo i sicofanti possono considerare un crimine nella guerra degli schiavi contro i loro oppressori, la sola guerra giusta della storia"


Unione Sovietica, 1920. Un solitario treno blindato sferraglia, instancabile, sulle linee ferroviarie che collegano i vari fronti in cui combatte l'Armata Rossa. Sul treno una scritta: Predrevoyensoviet, Presidente del Consiglio Militare Rivoluzionario. A bordo, assieme a macchinisti, tecnici, operai, cuochi, propagandisti e soldati vestiti da capo a piedi di cuoio rosso, c'è il Commissario del Popolo per l'Esercito e la Marina: Lev Trotsky. E' qui, tra discorsi ai soldati rossi del fronte e attacchi delle guardie bianche, che il rivoluzionario russo scrive Terrorismo e Comunismo, recentemente ripubblicato per i tipi di Mimesis e corredato da una “presentazione” del filosofo sloveno Slavoj Žižek.


Presentato dall'editore (in maniera forse un po' troppo sensazionalistica) come “il più indigesto scritto di Trotsky”, Terrorismo e Comunismo è sostanzialmente un contro-pamphlet di risposta all'omonimo opuscolo di Karl Kautsky pubblicato nel 1919. Il dirigente socialista austriaco (che a causa dei suoi attacchi all'operato rivoluzionario dei bolscevichi s'era meritato da parte di Lenin l'epiteto di “rinnegato”), si scagliava nel suo testo contro i comunisti russi, colpevoli ai suoi occhi di aver messo in atto, per proteggere il neonato stato sovietico, delle misure terrificanti e violente di repressione e restrizione delle libertà civili.


Trotsky rileva subito come la posizione kautskyana rappresenti un rifiuto totale dei mezzi della rivoluzione e della dittatura del proletariato, rifiuto che risulta inspiegabile se si considera che Kautsky continua a considerarsi marxista. Il punto è che per Kautsky, come per tutti i membri della defunta Seconda Internazionale, la rivoluzione deve aspettare; non oggi, forse domani, dopodomani sicuramente. Le giustificazioni addette dai socialdemocratici rispetto all'immaturità delle rivoluzioni rispetto alle condizioni oggettive del proletariato e le riserve rispetto alla dittatura sono scuse che finiscono per diventare pure un ostacolo all'analisi e all'azione politica, e un rifugio nel parlamentarismo più becero: una normalizzazione della tradizione marxista rivoluzionaria. Scrive Trotsky, “Abbandonando l'idea di una dittatura rivoluzionaria, Kautsky trasforma il problema della presa del potere da parte del proletariato nel problema della conquista della maggioranza dei voti da parte del partito socialdemocratico in una delle prossime campagne elettorali. […] Questo feticismo della maggioranza parlamentare rappresenta un brutale ripudio [...] del marxismo e della rivoluzione.”


Se Kautsky rifiuta il processo rivoluzionario in corso in Russia e la dittatura del proletariato, cos'è che invece egli propone? La panacea del teorico austriaco si risolve nella parola democrazia, vista come opposto di dittatura e guerra civile, e l'esempio portato è quello della Germania di Weimar: Kautsky qui esprime il suo supporto alla partecipazione all'Assemblea Nazionale. Il problema è che questo processo “democratico” produce le condizioni per episodi come quelli della repressione sanguinosa delle manifestazioni rivoluzionarie dei lavoratori tedeschi da parte di un ministro socialdemocratico, Gustav Noske, che si rende addirittura mandante dell'assassinio del comunisti rivoluzionari Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. La linea di divisione che si traccia tra marxismo e dittatura del proletariato da una parte e socialdemocrazia e democrazia parlamentare dall'altro è sempre più evidente. “[...] la rivoluzione violenta è diventata una necessità proprio perché le prossime esigenze della storia non possono trovare sbocco nell'apparato della democrazia parlamentare”, argomenta Trotsky, mentre “il parlamentarismo […] è stato da Kautsky nuovamente santificato come il principio supremo al di sopra delle classi”.

Ma per una marxista rivoluzionario, qual è la differenza tra dittatura del proletariato e democrazia? Insomma, per cosa si batte un rivoluzionario bolscevico? Trotsky qui è estremamente chiaro: per quanto possa definire se stesso in modo formale come una democrazia, anche il “nostro” sistema parlamentare democratico è una dittatura, una dittatura della borghesia, che plasma la vita politica secondo i suoi soli interessi. Coerentemente con le posizioni di Lenin, si delinea una definizione che vede ogni potere statale come la dittatura di una classe: a questo punto il raggiungimento di una democrazia vera e non solo formale, passa per la dittatura dell'unica classe che può abolire il classismo e lo sfruttamento, l'unica classe rivoluzionaria: il proletariato, la classe operaia.

Ed ecco che si delinea la strategia dei bolscevichi: “spiegammo alle masse che i Soviet (i consigli dei delegati degli operai, dei contadini e dei soldati, nda), le organizzazioni rivoluzionarie delle stesse masse operaie, potevano e dovevano divenire i veri padroni”. E queste organizzazioni sono intrinsecamente legate ai lavoratori, creano dinamicamente una maggioranza lavorando al loro fianco, al contrario della democrazia parlamentare che riflette solamente una maggioranza: la critica Trotsky rispetto al parlamentarismo è che esso “rende troppo passive le masse, lasciando l'iniziativa all'apparato del potere statale”.


Ed è proprio la lotta per portare alla ribalta le masse lavoratrici a generare le condizioni per la messa in atto del “terrorismo”: quella politica del “terrore” (nel senso che già al tempo dei giacobini si dava al termine) usata contro gli avversari della rivoluzione e diventata immediatamente il bersaglio principale del pamphlet del vecchio teorico della Seconda Internazionale.

Innanzitutto, come rileva Trotsky, Kautsky semplicemente sembra ignorare – o fa finta di non vedere – il fatto che l'Unione Sovietica si trovi in quei giorni in stato di guerra, e che sia sotto l'attacco non solo delle guardie bianche, ma si trovi anche a fronteggiare una dozzina di contingenti stranieri (circa 160 mila soldati, compresi almeno duemila italiani) inviati dalle potenze occidentali a stroncare la Rivoluzione e contemporaneamente “dare una lezione” alle proprie classi operaie.

In questa situazione (come in tutte le rivoluzioni e guerre – anche quelle portate avanti dalle democrazie borghesi, come la guerra civile americana) è semplicemente impensabile lasciare al nemico la possibilità di rappresentare una minaccia. Risulta una sorpresa il fatto che le libertà di stampa e di parola vengano ristrette, quando oggi ci riferiamo a quel periodo come ad una guerra civile? Conseguentemente, “si può e si deve spiegare che noi distruggeremo le guardie bianche affinché loro non distruggessero gli operai”: così come i rivoluzionari comunardi non potevano lasciare libertà di movimento e stampa agli agenti realisti che complottavano contro di essa, i bolscevichi di cinquant'anni dopo si trovano nella situazione di dover reprimere i nemici della rivoluzione. Mentre Kautsky pontifica sul pacifismo metafisico e sulla sete di sangue dei comunisti russi che li porta a misure draconiane, sorvola completamente sull'esistenza di una guerra civile. E le sue considerazioni sulla santità della vita umana risultano particolarmente ridicole di fronte agli junker zaristi, alle truppe di Kolchak e Denikin, di fronte ai cosacchi di Semyonov. "Siamo stati rivoluzionari all'opposizione, e siamo rimasti rivoluzionari al potere. Per rendere sacro l'individuo dobbiamo distruggere l'ordine sociale che lo crocifigge. E questo problema può essere risolto solamente col ferro e col sangue", argomenta Trotsky. Violenza rivoluzionaria, guerra alla guerra, contro lo sfruttamento ed il capitalismo. Senza l'uso del “terrore”, nell'accezione sopra delineata, non ci sarebbe stato governo dei Soviet. “Abbiamo visto che la borghesia è incapace di organizzare la divisione del bottino tra le sue file senza guerre e distruzioni. E' possibile che essa abbandoni interamente il proprio bottino senza lottare?” Ovviamente no. Ma Kautsky si rifiuta di capirlo, rifiutando così pure gli insegnamenti della Comune di Parigi, ed anzi considerandone i difetti pregi, sempre in funzione antibolscevica. Egli tesse le lodi della “sorpresa” con cui i comunardi presero il potere e condanna come cospirazione la preparazione della rivoluzione russa da parte dei bolscevichi; senonché, Parigi cadde, mentre Pietrogrado resistette. Lo stesso Marx riteneva prioritario da parte degli insorti che si organizzassero, ancor prima di prendere il potere.


Trotsky passa poi a liquidare le altre accuse di Kautsky al proletariato russo e alle sue organizzazioni: “se il partito e i sindacati erano organizzazioni per la preparazione della rivoluzione, i Soviet sono divenuti lo strumento della rivoluzione stessa. Dopo la vittoria, i Soviet sono diventati gli organi del potere. Il ruolo del partito e dei sindacati, senza venir sminuito, è però essenzialmente mutato”. Il partito, in funzione della sua natura di avanguardia della classe rivoluzionaria, concentra il controllo generale, mentre i sindacati diventano gli organizzatori diretti della produzione sociale. A questo punto si delineano le scelte dolorose ma necessarie del “comunismo di guerra”: la militarizzazione del lavoro, la redistribuzione forzosa del cibo e gli altri provvedimenti si rendono necessari, prima ancora per la costruzione del socialismo, per la ricostruzione di un minimo funzionamento della società: Trotsky scrive, “bisognava innanzitutto difendere la possibilità di una ricostruzione socialista dell'economia”. Senza poi dimenticare la profonda continuità di misure come l'organizzazione pianificata del lavoro al sistema della dittatura proletaria: ricostruire la società, ovviamente, significa ripensare le forme di organizzazione del lavoro. Il governo dei Soviet pianificherà l'organizzazione del lavoro agendo in una prospettiva internazionalista che tenga conto della rivoluzione in altri paesi per definire un piano economico unico. Bisogna anche ricordare come Lenin avesse criticato gli “eccessi di zelo” delle posizioni di Trotsky, specie riguardo la militarizzazione dei sindacati, riuscendo a rendere prevalente nel dibattito la propria linea.


Qual è il valore di questo testo nel 2011? La prima tentazione di fronte a un libro del genere, chiaramente, è una tentazione liquidazionista. In questo senso si muove la postfazione di Antonio Caronia, che oscilla tra l'inutile ed il dannoso, affermando che Terrorismo e Comunismo possieda solamente un valore archeologico-interpretativo e ribadendo l'inservibilità dei suoi contenuti alla situazione attuale; posizioni queste motivate salmodiando la litania dogmatica del postfordismo e della trasformazione del capitalismo industriale in capitalismo cognitivo.

E nonostante la forma di questa ristampa, nemmeno l'introduzione di Žižek centra davvero il bersaglio. Il filosofo sloveno difende Trotsky, Lenin e la vecchia guardia bolscevica, argomentando a favore di una loro differenza sostanziale rispetto alla degenerazione stalinista. Ma se alcuni contenuti del suo ragionamento possono risultare interessanti, bisogna rilevare che Žižek si limita a “problematizzare” la differenza tra Lenin, Trotsky e Stalin, senza dare a questa differenza alcuna prospettiva che non sia il punto interrogativo della storia alternativa. Come se non bastasse, la sua liquidazione del trotskysmo come fallimentare per sua stessa natura sembra affermare l'impossibilità di una realizzazione del marxismo che si muova a sinistra della tragica, ma a quanto sembra inevitabile, degenerazione stalinista: il “marxismo” che esce da questa introduzione si configura purtroppo come un rebus inestricabile e senza prospettive che riduce le figure dei rivoluzionari del passato a dei meri simboli, la cui eredità resta o diventa inapplicabile.


Se, quindi, i testi di supporto all'originale di Trotsky presenti in questa ristampa non fanno luce sul “valore d'uso” di questo libro, spetterà trovarlo ai militanti. Qual è, allora, la lezione da imparare da Terrorismo e Comunismo, posto che essa esista? Per quanto anacronistico possa sembrare ad alcuni lettori, il suo valore – effettivo, come vedremo – risiede proprio nel discorso sul potere e sulla dittatura del proletariato. La difesa e la costruzione del socialismo passano attraverso la presa e l'esercizio del potere, anche in modo inflessibile, da parte del proletariato, quella classe cui “benessere e guai, vita e morte, l'esistenza intera dipende dalla domanda di lavoro” (la citazione – attualissima – è di Engels). I movimenti rivoluzionari non possono permettersi di ignorare, evitare, aggirare il potere: devono prenderlo e trasformarlo. Una democrazia dei lavoratori per i lavoratori, insomma, contro lo sfruttamento capitalista ed anche in contrapposizione alle concezioni staliniste del potere, che hanno già portato alla degenerazione burocratica dell'Unione Sovietica.

Per alcuni sarà un'eresia sostenere queste posizioni nel 2011; il punto è che i movimenti che agitano le piazze di tutto il mondo in questi stessi mesi non sembrano fare altro che confermare questa analisi. L'esempio delle rivoluzioni nordafricane è forse il più lampante: le notizie recenti  che leggiamo a riguardo della situazione di Paesi come l'Egitto, purtroppo, sembrano indicare che l'entusiasmo dei giovani che hanno ribaltato i loro governi non troverà lo sbocco in un cambiamento vero. Dalla reazione fondamentalista che rialza la testa al permanere dei vecchi meccanismi del potere, lo scenario non è dei più rosei. Le cose potrebbero andare diversamente,  se in Egitto – al posto del governo militare “di transizione” che è stato instaurato – i giovani e i lavoratori rivoluzionari trovassero la forza per prendere direttamente il potere e per trasformarne i meccanismi di funzionamento, al fine di usarne le leve per trasformare completamente la società. Anche la mobilitazione spagnola di questi giorni merita di essere analizzata da questo punto di vista; le piattaforme di rivendicazioni compilate dal movimento 15-M sono spesso estremamente avanzate ed esprimono una volontà di cambiamento genuina. Ma in che modo sarà possibile realizzare queste rivendicazioni, realizzare una “democrazia reale”? La sensibilizzazione dell'opinione pubblica, il generico “avanzare richieste” forse non basteranno; ed il “ritiro” dal sistema in isole autogestite non minerà l'arroganza e la forza di chi gestisce il potere. In effetti, la coscienza del movimento dell'impossibilità del cambiamento entro le coordinate dell'attuale sistema neoliberista si è riflessa puntualmente negli appelli al non voto per i grandi partiti, compromessi con l'ordine esistente. Manca ancora un passo, fondamentale; starà quindi ai militanti più avanzati spiegare come la democrazia reale passi attraverso la democrazia operaia (nel linguaggio della tradizione rivoluzionaria d’inizio Novecento: la dittatura del proletariato): il governo, cioé, dei lavoratori, degli sfruttati, di chi non ha diritti né futuro.

Terrorismo e Comunismo, in ultima analisi, è un'incitazione, un monito, un incoraggiamento: lavoratori di tutti i paesi, unitevi e prendete il potere, strappatelo a chi lo usa per tenervi in catene e fatelo vostro.



Terrorismo e comunismo
Mimesis Edizioni – Ripensare il '68
Euro 18,00

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