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La rivoluzione dei garofani

 

Nella primavera del 1975, il Times titolava: “Il capitalismo in Portogallo è morto”. Era stato nazionalizzato approssimativamente il 75 per cento dell’economia e fuori dalle banche occupate dai lavoratori, campeggiava la scritta sugli striscioni “Banca del popolo”.

Il Movimento delle forze armate dichiarava che il proprio obiettivo era il socialismo, e tutti i partiti presenti nel governo facevano eco, compreso quel Partito socialdemocratico che oggi guida le politiche di austerità in Portogallo. Barroso, attuale presidente della Commissione europea, militava in un gruppo maoista a sinistra del Partito comunista.


Portogallo copertiIn molte aziende erano le commissioni dei lavoratori a decidere come si doveva lavorare, le assunzioni e i licenziamenti. Manifestazioni di massa erano all’ordine del giorno e, quando l’esercito veniva mandato a fermarle, nella maggior parte dei casi i soldati solidarizzavano con i manifestanti.


Quel periodo fu denominato Prec – Processo rivoluzionario in corso. Cominciò il 25 aprile 1974 con il rovesciamento del regime dittatoriale più longevo d’Europa, l’Estado novo, identificato per la maggior parte del suo tempo con la figura di António de Oliveira Salazar.


Forse il fatto che l’Italia ha il proprio 25 aprile ha contribuito a una scarsa conoscenza di quello portoghese. In realtà le due date hanno in comune più di quel che si pensi: sono il simbolo di due processi rivoluzionari in cui il capitalismo è stato a un passo dall’essere abbattuto, traditi da dirigenti del movimento operaio che a parole si ponevano l’obiettivo del socialismo, e oggetto di una riscrittura storica – a destra come a sinistra – che ha poi descritto quei periodi come semplici transizioni da dittature a regimi democratici, liberazioni nazionali, nel nome dell’unità nazionale.


Il 25 aprile 1974 si ricorda infatti come “la rivoluzione dei garofani”: i fiori infilati nella canna dei fucili che non sparavano e dei carri armati sarebbero il simbolo della concordia nazionale e della gioia di un processo “non conflittuale”. Quel giorno non ci furono quasi morti, ma questo certo non per volontà del regime o della classe dominante portoghese, che aveva dato più volte ordine di sparare sugli insorti. Fu perché il totale discredito del regime e la diserzione della quasi totalità dei soldati di base e dei bassi gradi degli ufficiali, oltre ad alcuni elementi dei livelli più alti, fecero cadere gli ordini di repressione nel vuoto.

 

Ci furono nei mesi successivi tentativi di azioni violente e colpi di Stato militari per fermare la rivoluzione, ma furono del tutto inconcludenti. Il rapporto di forze era completamente a favore della rivoluzione e della classe lavoratrice, e la reazione impiegò più di un anno a riprendere almeno parzialmente il controllo della situazione.


Questo testo vuole delineare almeno gli elementi fondamentali di quella rivoluzione, perché possano essere di insegnamento a chi, oggi, combatte contro lo stesso sistema di oppressione che i lavoratori, i giovani e tanti soldati portoghesi provarono ad abbattere allora.

 

aprile 2014

 

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