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Pubblichiamo una nuova edizione di Salario, Prezzo e Profitto di Karl Marx! Per richiedere il libro: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Rendiamo disponibile ai nostri lettori ampi stralci dell'introduzione, da noi prodotta, al testo di Marx.

Salario, prezzo e profitto fu pubblicato per la prima volta nel 1898, ad opera della figlia di Marx, Eleanor, che ne aveva rinvenuto il manoscritto in inglese. Nello stesso anno Bernstein si occupò di tradurlo in tedesco e di pubblicarlo in Die Neue Zeit.

L’opera riprendeva il discorso pronunciato da Marx il 20 giugno 1865, in risposta alle tesi di John Weston.

Weston sosteneva che un aumento dei salari sarebbe stato annullato da un aumento dei prezzi. Tesi naturalmente pericolose, perché negavano ogni utilità pratica della lotta sindacale per migliorare le condizioni di vita del proletariato.

Marx interveniva al consiglio generale della Prima Internazionale (che si era costituita l’anno precedente), liquidando le concezioni di Weston, precisando le basi scientifiche della lotta economica e proponendo il consapevole svolgimento della lotta di classe per il salario fino a superare, nella lotta politica, i suoi limiti obiettivi.

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Ciò che rende particolarmente significativo Salario, prezzo e profitto è che in poco più di cinquanta pagine riesce a delineare l’impalcatura della società capitalistica e a dare un indirizzo politico al conflitto di classe, in quanto contrapposizione ai rapporti di produzione capitalistici.

Per Marx sostenere, come faceva Weston, che gli aumenti di salario provocavano aumenti nei prezzi, equivaleva ad affermare che i secondi erano determinati dai primi. Ma con ciò non si fa che proporre la seguente tautologia: il valore del lavoro (il salario) determina il valore delle merci. Posta così la cosa, “non facciamo altro che spostare la difficoltà, perché determiniamo un valore per mezzo di un altro valore, che, a sua volta, ha bisogno di essere determinato”.

Il valore della merce

Come viene allora determinato il valore di una merce? Né dal salario, né dalla legge della domanda e dell’offerta, che tutt’al più può spiegare la fluttuazione dei prezzi attorno a un asse determinato.

Per Marx il valore può essere determinato solo dal tempo di lavoro sociale o socialmente necessario a produrla, il quale a sua volta dipende dallo sviluppo delle forze produttive.

Per Marx, salario e tempo di lavoro erano fattori tra loro diversi e indipendenti, e dunque anche i prezzi delle merci erano indipendenti dal salario.

D’altra parte, ricondurre il valore di una merce alla sua effettiva sostanza (il tempo di lavoro mediamente necessario a produrla) è l’unico procedimento che consente di comprendere perché le merci sono scambiabili tra di loro, qualsiasi sia la loro utilità (il loro valore d’uso). Ed è proprio il tempo di lavoro che determina il valore (di scambio) di una merce.

Dunque da cosa è determinato il salario? E ancora, qual è il nesso tra salario e profitto?

Acquistata la forza-lavoro dell’operaio, il capitalista acquista il diritto di usarla e consumarla per tutto il tempo che ritiene necessario. A parte i limiti fisiologici dell’operaio, l’unico limite che il capitalista incontra
è costituito dalla lotta di resistenza degli operai al prolungamento della giornata di lavoro.

Il pluslavoro è quella parte della giornata lavorativa in cui l’operaio produce un valore superiore a quello
anticipato dal capitalista, in salari. Il pluslavoro produce plusvalore e cioè profitto.

In altri termini un aumento dei salari non incide sul valore (che dipende dal tempo di lavoro necessario a produrre una merce), ma sul profitto del capitalista. Un aumento generale dei salari provocherebbe una caduta del saggio di profitto. Questa in estrema sintesi la rivoluzionaria “scoperta” su cui si basa l’intera concezione economica di Marx.

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La produzione di merci non è una caratteristica esclusiva del capitalismo, lo scambio esisteva anche prima, in varie forme. E anche lo scambio mediato dal commercio. Anche i sistemi schiavistici in determinate fasi hanno prodotto prevalentemente per un mercato, per vendere. E anche nel sistema feudale esisteva una eccedenza di produzione che veniva scambiata.

La valorizzazione del capitale

Qual è dunque la differenza fondamentale che determina la specificità del capitalismo rispetto ad altri sistemi? In sistemi precedenti lo scambio mercantile era determinato fondamentalmente dalla necessità di scambiare una merce con un’altra merce, ovvero allargare e soddisfare una serie di bisogni attraverso lo scambio. Marx parlava di un ciclo Merce-Denaro-Merce (M-D-M), ovvero produco una merce per venderla e comprarne un’altra che non produco e di cui posso avere bisogno. Il capitalismo invece inverte questo ciclo, cioè il capitalismo parte dal denaro e produce una merce con l’obiettivo di ottenere più denaro (D-M-D’). Questo significa che da quando questo sistema economico si è affermato, tutta la scienza economica ha discusso lungamente da dove proveniva quel denaro aggiuntivo alla fine del ciclo. La scienza economica se l’è domandato fino ai primi anni del novecento e poi ha smesso di domandarselo perché ha ritenuto che vi fossero domande meno pericolose da farsi. Cioè la domanda è da dove viene la valorizzazione del capitale o, se vogliamo dirlo con altre parole, il plusvalore o il profitto.

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La teoria del valore-lavoro

La teoria del valore-lavoro che dice, appunto, che il valore di una merce è determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario a produrla, è dunque la chiave nella spiegazione del rapporto tra salario, prezzo e profitto. Marx parla di lavoro sociale. Cioè non stiamo parlando delle caratteristiche individuali di un operaio, di un artigiano, di un’azienda. Stiamo parlando di come viene suddiviso e scambiato l’insieme del lavoro che la società mette a disposizione per la produzione di merci e dunque si parla di un lavoro indifferenziato, indistinto, non si parla del lavoro dell’operaio metalmeccanico o dell’infermiere o del cuoco.

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Nella misura in cui esistono lavori diversamente qualificati, perché naturalmente continuano ad esistere lavori che si imparano in mezza giornata e lavori che si imparano in 4-5 anni, questa equivalenza tra diversi tipi di lavoro viene mantenuta applicando un semplice coefficiente per cui ad esempio due ore di un lavoratore nonqualificato corrisponderanno a un’ora, un’ora e mezza di lavoro qualificato.

Per cui dal punto di vista del marxismo, lo scambio di merci avviene al giusto prezzo e al giusto valore. Non ci occupiamo delle eccezioni alla regola. Facciamo una discussione per individuare la norma. E la norma è che ogni prodotto viene scambiato al giusto valore e quindi un’ora di lavoro viene scambiata per un’ora di lavoro. Diversamente entreremmo in un campo arbitrario in cui sarebbe impossibile trarre una qualsiasi generalizzazione.

Tutto questo si è affermato non in maniera spontanea e pacifica, il capitalismo è arrivato ad ottenere questa condizione attraverso vari secoli di violenze economiche ed extra-economiche tese ad ottenere la creazione del proletariato e cioè la distruzione di quelle condizioni di lavoro e di esistenza che erano quelle dell’artigiano, del contadino, ecc., in cui il lavoratore e i suoi mezzi di produzione erano in qualche modo collegati. Erano sicuramente condizioni arretrate, ma relativamente libere, trasformate successivamente in condizioni di subordinazione, in condizioni
di lavoro salariato.

La forza-lavoro, un tipo particolare di merce

Arriviamo così ad un altro punto assolutamente centrale rispetto all’analisi marxista e cioè quello del concetto del valore della forza-lavoro. Marx dice più volte che espressioni come “valore del lavoro”, oggi diremmo “costo del lavoro”, sono accettabili come espressioni colloquiali, ma non hanno un contenuto scientifico.

Perché? Perché l’idea del valore del lavoro è “vado a lavorare e produco questo e il padrone mi ha pagato per quello che ho prodotto”. In realtà non è così. Quello che viene acquistato non è il prodotto del lavoro, ma la capacità di lavorare, l’abilità di lavorare. E nel momento in cui il lavoratore vende la sua forza-lavoro per una giornata, per un mese, per un anno, non ne dispone più, quello che è stato pagato attraverso il salario sono le sue 8 ore, la sua settimana di 40 ore, ecc. che ora sono nella disponibilità del capitalista.

Perché è centrale questo punto? Perché la forza-lavoro non si distingue dalle altre merci, si vende al suo giusto prezzo. Qual è il giusto prezzo della forza-lavoro? È il tempo necessario a produrla, a far vivere il lavoratore, a mandarlo a scuola, a permettergli di crescere un paio di figli che prendano il suo posto quando lui andrà in pensione, a vestirlo, dargli da mangiare e soddisfare le esigenze e i bisogni prevalenti di una data epoca. È chiaro che il valore della forza-lavoro ha un elemento storico, sociale e culturale.

Questo significa che il rapporto del lavoro salariato, cioè la compravendita della forza-lavoro, innanzitutto non è diverso dalla compravendita di qualsiasi altra merce e in secondo luogo, sempre ai fini di una nostra analisi, può essere considerato un rapporto “equo” dal punto di vista capitalista. Cioè lo sfruttamento non si basa su una frode, il capitalista paga il lavoratore “il giusto”, cioè il necessario a riprodurre la sua esistenza come lavoratore.

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Plusvalore assoluto e plusvalore relativo

Da questo punto di vista Marx distingue tra il plusvalore assoluto e il plusvalore relativo. Che significa? Nella lotta per incrementare il profitto (plusvalore) il capitale va sostanzialmente in due direzioni. Una direzione è l’aumento del plusvalore assoluto, ovvero l’estensione della giornata lavorativa o dell’anno lavorativo (con l’abolizione delle festività, gli straordinari, ecc.). Prevalente è invece l’aumento del plusvalore relativo, ovvero all’interno della stessa giornata lavorativa attraverso l’intensificazione dei ritmi, l’introduzione della tecnologia, la svalorizzazione del salario, si tende non ad aumentare la giornata lavorativa in quanto tale, ma a renderla più intensa e a ridurre quella parte del lavoro che il lavoratore impiega per produrre il proprio salario e ad estendere quella in cui lavora per il profitto.

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La crisi di sovrapproduzione

Il sistema è caratterizzato da un costante, potenziale squilibrio tra ciò che viene prodotto e ciò che viene venduto. Intanto perché il salario non reintegra l’intero prodotto. In secondo luogo perché la concorrenza spinge all’allargamento della produzione (il mercato dell’auto riduce la produzione, ma resterà in piedi chi sarà in grado di allargarla).

La discussione sulla crisi dal 1800 fino ai giorni nostri è sempre stata in questi termini. Ogni volta che si presenta un boom economico, per gli economisti la crisi è stata superata e non tornerà mai più.

Le due forze che portano alla crisi le abbiamo citate: la tendenza alla sovrapproduzione e la tendenza al calo del saggio di profitto. Ora, il punto è la risposta che i capitalisti danno alla crisi e la lettura che invece ne diamo noi. Perché in ogni crisi, come quella che stiamo vivendo, ci sono solamente tre risposte che portano il sistema fuori dalla crisi:

1) l’allargamento del sistema e quindi l’apertura di nuovi mercati. Questa è un’opzione difficile perché il mondo è ormai completamente dominato da questo sistema. Certamente rimane ancora la conquista di alcuni settori che non sono nella produzione di merci, da qui la privatizzazione dell’istruzione, dell’assistenza, dell’acqua, ecc.;

2) la distruzione del capitale in eccesso. La merce non venduta è capitale sotto forma di merce. Non potendo completare il processo di valorizzazione, questa merce o viene svenduta o viene distrutta. E anche se viene svenduta sotto costo, si sta distruggendo di fatto una parte del capitale. E la distruzione del capitale è inevitabile nella crisi. Stiamo parlando di distruzione su vasta scala, perché
l’ultima grande crisi, quella del ’29 è stata superata con la distruzione completa della Germania e di gran parte
dell’Europa e dell’economia giapponese oltre che con il massacro di cinquanta milioni di persone;

3) la ricostituzione del saggio di profitto almeno in alcuni settori, perché se non c’è l’aspettativa di fare profitti l’investimento non c’è.

Il capitalismo si è più e più volte ristrutturato. Questo significa che il ciclo economico è sempre uguale a se stesso? No, possiamo chiaramente identificare che in questa traiettoria le tendenze basilari oggi vengono portate all’estremo e portate a contraddizioni potenzialmente prive di una soluzione. Le basi su cui è stato costruito questo sistema (il lavoro salariato, la separazione del lavoratore dai mezzi di produzione, ecc.) vengono spinte all’estremo e ogni ristrutturazione del sistema tende ad esasperarle e a portarle al punto massimo, a partire dalla completa separazione tra proprietà e produzione.

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Le crisi, soprattutto quelle profonde e generalizzate, servono per portare al fallimento un’enorme quantità di capitale e di forze produttive in modo da innalzare il saggio di profitto, distruggere il capitale in eccesso e permettere ai capitali sopravvissuti di riprendere l’accumulazione.

Fino ad oggi l’intervento degli Stati teso a salvare le banche e le finanziarie ha rinviato il problema e solo una piccola parte di capitale è andata distrutta. Al tempo stesso le misure di austerità e gli attacchi generalizzati ai salari e ai diritti dei lavoratori rendono più attuali che mai le conclusioni di questo testo sul rapporto tra lotta sindacale e lotta politica: “Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità di intraprendere un movimento più grande.

Nello stesso tempo la classe operaia (…) non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti. (…) Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice:
‘Un equo salario per un’equa giornata di lavoro’ gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: ‘Soppressione del sistema del lavoro salariato’.”

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