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fm 264smallL'editoriale del nuovo numero di FalceMartello

Con il collocamento delle azioni di Fincantieri e la cessione del 49% di Alitalia a Etihad, inizia la grande svendita di ciò che resta delle aziende statali. In seguito si passerà a Poste ed Enav (Ente nazionale di controllo del volo).

 

Il governo spiega che tali privatizzazioni sono necessarie per ripianare il bilancio dello Stato e per “creare occupazione”. Si tratta di due menzogne belle e buone. Nel settore aereo, dal 2008 (anno di creazione della Cai, la famosa “cordata italiana” di Berlusconi) ad oggi si sono persi quasi 12mila posti di lavoro tra prepensionamenti, cassa integrazioni e licenziamenti. Etihad vuole altri 2.250 esuberi per concludere “l’affare”. In Fincantieri 2.800 posti di lavoro sono a rischio. Non dubitiamo che anche la privatizzazione delle Poste sarà accompagnata da un “ridimensionamento occupazionale”.

Ma almeno, si ripiana il bilancio dello Stato? Alitalia sarà venduta a un prezzo sei volte inferiore di quello proposto da Airfrance nel 2008, mentre dalla vendita di azioni di Fincantieri si prevede un entrata di poco più di 600 milioni. Dalle Poste, la cui procedura non è stata ancora avviata, lo Stato pensa di incassare 4 miliardi di euro circa. Una goccia nel mare del debito, un grande affare per i padroni italiani e stranieri.

Secondo l’ex ministro dell’Economia, Saccomanni, il processo di privatizzazioni “ha interessato circa trenta aziende pubbliche, determinando per lo Stato introiti complessivi di circa 100 miliardi di euro”. Altri 27 miliardi di euro sarebbero entrati dal 2005 al 2013 (Audizione alla Commissione lavori pubblici del Senato, dicembre 2013). Tale furia privatizzatrice “che non ha eguali nel panorama europeo” non è però servita a far scendere l’indebitamento del paese. Il debito pubblico è passato infatti dagli 850 miliardi di euro del ’92 ai 2.089 miliardi nel marzo di quest’anno. Una cifra quasi triplicata.

Le privatizzazioni sono infatti un parte essenziale delle “riforme strutturali” richieste dall’Europa e del tutto condivise da Renzi e dal Ministro dell’economia Padoan. Solo in seguito a tali “riforme” la Troika, forse, allargherà la morsa del pareggio di bilancio.

Un’altra riforma di struttura ha riguardato il mercato del lavoro, con il Jobs act. Ora si passa all’attacco del pubblico impiego. Secondo il decreto del ministro Madia sulla Pubblica amministrazione, partiranno una serie di accorpamenti e di privatizzazioni dei servizi. Saranno tagliate del 50 per cento le deleghe sindacali e viene imposta la mobilità obbligatoria di tutti i dipendenti pubblici. Il parere dei lavoratori non sarà ascoltato.

Dalle promesse alla realtà anche per quanto riguarda la scuola. Con un tour che aveva coperto una serie di plessi scolastici da Nord a Sud del paese, Renzi aveva promesso ben 3,5 miliardi di euro per l’edilizia scolastica. Dettaglio: non erano nuovi fondi ma finanziamenti già previsti negli ultimi anni e mai attivati; secondo dettaglio: di quei soldi non c’è sinora traccia, ad oggi sembrano esserci 122 milioni all’anno per due anni. Intanto però si continua a richiamare l’obiettivo del taglio di un anno delle scuole superiori (da 5 a 4 anni), che comporterebbe una riduzione di 40mila posti di lavoro oltre a un peggioramento sostanziale della qualità della scuola. E già nel patto di stabilità ci sarebbe l’aumento dell’orario di lavoro a scuola dei professori da 18 a 24 ore settimanale, su cui Monti non era riuscito a passare, ma la Giannini, del suo stesso partito, forse sì. Si comincia su base volontaria, come sempre, e poi si vedrà. Nelle 6 ore aggiuntive i professori sarebbero “a disposizione” delle scuole, fuori dall’orario scolastico. Ma ancora una volta, con i fondi scolastici ridotti quasi a zero, queste ore di apertura aggiuntiva potrebbero essere pagate solo con una spesa diretta delle famiglie (leggi: contributi scolastici).

È in atto una grande svendita, non solo delle aziende pubbliche, ma anche dei diritti dei lavoratori. Se c’è chi pensa che i lavoratori della scuola e del pubblico impiego accetteranno tutto questo senza aprire bocca, vive sulle nuvole, completamente distaccato dalla vita reale.

Il compito a cui si prepara il governo nel semestre di presidenza dell’Unione europea è dunque quello di ariete, a livello continentale, della nuova stagione di privatizzazioni e attacco ai diritti dei lavoratori tanto agognata dalla borghesia internazionale.

Il risultato elettorale di Renzi alle europee rifletteva senza dubbio le speranze di settori di classe lavoratrice che il nuovo governo porti qualche cambiamento. Il prestigiatore Renzi con i suoi giochi di prestigio potrà guadagnare tempo, ma queste illusioni potranno avere solo un effetto temporaneo su milioni di lavoratori, che dovranno scontrarsi presto con la dura realtà.

La tragedia del movimento operaio di questo paese è che tali giochi di prestigio sembrano invece avere un effetto duraturo sulla stragrande maggioranza dei dirigenti sindacali e della sinistra.

Il gruppo dirigente della Cgil dopo il 25 maggio ha l’aspetto di un puglile suonato, incapace di reagire e ragionare, irretito da un Renzi novella maga Circe. Sulla riforma della pubblica amministrazione, che lancia un attacco chiaro alle organizzazioni sindacali col taglio di circa 500 “distacchi”, la segreteria Cgil afferma che è “un progetto poco coraggioso”. Sulla scuola verifichiamo solo mal di pancia. Su Alitalia, Cgil e Usb sono attestati sul “No ai licenziamenti”, senza porre realmente in discussione la vendita in sé. Infine su Fincantieri la Fiom si limita a criticare il collocamento delle azioni in borsa.

Un dato è comune: il silenzio assordante su una prospettiva di lotta o mobilitazione davanti a un attacco ai diritti senza precedenti. I vertici della Cgil si legano mani e piedi da soli davanti a padroni e governo, ma, quel che è peggio, vorrebbero legare anche i lavoratori a questo loro triste destino.

A livello politico anche ciò che resta della sinistra sembra altrettanto inebetito. Il Partito democratico non ha avuto bisogno di lanciare un’Opa su Sel, è bastato il risultato elettorale delle europee del Pd, dieci volte superiore a quello della Lista Tsipras, per convincere un numero rilevante dei suoi deputati rispetto alle future collocazioni in parlamento. Tuttavia, non si può relegare la scissione in Sel solo a una questione di poltrone. È un altro – l’ennesimo – capitolo della fallimentare strategia di condizionamento del Pd, dell’“apertura delle contraddizioni” nel campo della borghesia “progressista”, che riguarda tutti i gruppi dirigenti della sinistra. Ricordiamo infatti, en passant, che nella maggioranza che sosteneva a Venezia Orsoni, finito in manette per l’inchiesta Mose, c’erano tutti, compreso il Prc.

È solo sulla base dell’indipendenza di classe e dello sviluppo di un’alternativa rivoluzionaria alle secche del riformismo che si può uscire da questa impasse. La débâcle della sinistra politica e sindacale di questi ultime settimane dimostra che un’alternativa non si improvvisa ma deve essere costruita con pazienza e determinazione nelle lotte attuali e soprattutto in quelle che verranno. Sinistra, Classe, Rivoluzione ha l’ambizione di mettersi alla prova su questo terreno e invita tutti i giovani e i lavoratori, tutti gli attivisti di sinistra a farlo assieme con noi.

27 giugno 2014

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