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A quasi tre anni dal referendum di Pomigliano, Marchionne rielabora la propria strategia rispetto allo stabilimento campano. Dopo l’abbandono di Fabbrica Italia, dei 20 miliardi di investimenti promessi e non realizzati, ora si dice addio alla stessa Fip (Fabbrica Italia Pomigliano), la newco nata per far fronte all’esito referendario.

 

In mezzo ci sono tre anni di battaglie e di tentativi di smascherare sia l’operazione messa in campo da Marchionne, sia i sindacati firmatari. Cisl e Uil fino a pochi mesi fa continuavano a ripetere che entro luglio di quest’anno, come previsto dall’accordo, tutti i lavoratori sarebbero rientrati in Fip, quando era chiaro a tutti l’impossibilità di arrivare a ciò con la sola produzione della Panda.

 

Ma cosa è successo realmente? In primo luogo dopo due anni e mezzo solo una parte è rientrata nella newco, il restante dei lavoratori era rimasto finora in Fga (Fiat group automobiles), concepito come il ramo secco dell’azienda, con la spada di Damocle della scadenza della cassa integrazione per cessazione d’attività a luglio 2013.

In Fip Marchionne ha dovuto richiamare al lavoro 19 operai della Fiom, dopo che la magistratura aveva accertato il comportamento discriminatorio dell’azienda, e altri 126 iscritti alla Fiom sarebbero dovuti rientrare ad aprile.

Già con l’ingresso dei 19, tenuti in fabbrica a fare un corso di formazione, separati dagli altri lavoratori e senza che vedessero mai le linee, Marchionne aveva annunciato la procedura di mobilità, non essendoci spazio in fabbrica per loro, figuriamoci per il resto dei lavoratori.

È in questo contesto che agli inizi di febbraio viene annunciato il riassorbimento in Fga dei lavoratori dipendenti di Fip, con un trasferimento di ramo d’azienda. Trasferimento che, facciamo notare, ora vale ma che non valeva per la Fiat quando la newco è nata, trattandosi per loro di una società ex novo. L’esperimento di Marchionne che tanto dibattito aveva suscitato in questi anni fallisce, ma non finiscono i problemi, né occupazionali né discriminatori.

Il riassetto societario è anche organizzativo: i lavoratori ora vengono suddivisi in tre aree: A, B, C. Nella prima ci sono i 2.161 che facevano parte di Fip, che saranno impegnati nella produzione della Panda; nella seconda ci saranno gli addetti allo stampaggio; nel terzo invece il restante dei lavoratori, addetti al collaudo delle auto e ai servizi generali.

Per far parte delle prima fascia bisogna aver lavorato negli ultimi sei mesi, tradotto: nessuno della Fiom né degli altri sindacati conflittuali rimetterà piede in fabbrica. Questo ragionamento comprende i 19, come gli iscritti Fiom che appartenevano allo stampaggio, che in questi anni in cui si è lavorato sono stati costantemente esclusi dalla chiamata al lavoro. Per questi lavoratori continuerà la cassa integrazione.

Rotazioni saranno possibili, in via temporanea tra i settori C e B, previo un altro corso di formazione, ma serviranno ai sindacati firmatari per poter garantire l’ennesimo specchietto per le allodole con cui continuare a giocare a rimpiattino.

La situazione è ancora peggiore per il sito di Nola; il destino dei 316 lavoratori spostati nel reparto confino che doveva essere destinato alla logistica è separato dal resto della fabbrica e l’accordo nulla dice su questo, come sull’indotto. Non c’è una riga sul riassorbimento a Pomigliano dei restanti lavoratori dell’ex Ergom e meno che mai sul futuro dello stabilimento dell’indotto napoletano. A marzo dovrebbe esserci un incontro per capire quale piano industriale l’azienda prevede per questo stabilimento, ma non c’è una data precisa ed è probabile che si spingerà a chiedere una proroga della cassa.

Se è vero che la riorganizzazione serve in primo luogo a neutralizzare il problema delle assunzioni in Fip, il problema della salvaguardia occupazionale non è per niente risolto. Per ora Marchionne guadagna tempo, e questa procedura gli serve per chiedere una proroga della cassa per l’intero stabilimento Fga, questa volta non più per cessazione di attività ma per ristrutturazione: 13 mesi dal 1° marzo 2013 al 31 marzo 2014.

Il dato positivo è che ciò fornisce un po’ di ossigeno ai lavoratori e soprattutto che la frammentazione creata in questi anni dalla formazione della newco viene allentata, per quanto permanga la divisione tra chi è dentro e chi è fuori la fabbrica.

Ora è possibile, oltre che necessario, riprendere un ragionamento generale sulla mobilitazione e anche su dove vuole andare Marchionne. La Fiom ha annunciato due azioni giudiziarie, una per i 19, l’altra per comportamento antisindacale. Come abbiamo detto più volte questa strada può essere un supporto alla lotta ma non un suo sostituto. L’esperienza di questo mesi dimostra come su questo terreno la battaglia non si vince e dobbiamo farne tesoro per elaborare, nonostante tutte le difficoltà del contesto, una strategia all’altezza, rimettendo la Fiat al centro dello scontro di classe nel nostro paese.

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