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Recentemente è stata approvata in via definitiva la riforma Moratti. Si tratta dell’ultimo atto in ordine cronologico di un processo di attacco all’istruzione pubblica che dura da anni. Lo stesso, identico e parallelo processo è stato portato avanti per l’università. La riforma Zecchino approvata nel 2001 dal centro-sinistra  è stata l’apice di 10 anni di attacchi selvaggi al diritto allo studio universitario.

Le basi delle lotte future

 

Questo, tuttavia, non chiude la partita. I tempi della discussione parlamentare non sempre coincidono con i tempi delle lotte reali. Per la maggioranza degli studenti, la riforma Moratti rimane un semplice pezzo di carta. Entrerà completamente a regime nel 2006. Da qua ad allora i suoi primi effetti incontreranno inevitabilmente le prime resistenze. Nonostante una schiera di “realisti e responsabili” leaderini sindacali e studenteschi ci stiano cucinando per l’autunno la loro posizione “realista e responsabile” (“ormai è passata la riforma, cosa ci volete fare? Dobbiamo cercare di influenzarla dall’interno”), la lotta è tutt’altro che chiusa.

Stessa cosa si può dire per l’università dove la riforma Zecchino è in atto da due anni e dove affonda sempre più decisa i propri colpi. Finora negli atenei abbiamo assistito a casi di lotte isolate contro i suoi effetti, ma si tratta solo di scosse telluriche parziali che annunciano il futuro terremoto.

Dietro tali riforme, si sta attuando un’espulsione di massa dei figli dei lavoratori dall’istruzione. Il figlio dei ceti meno benestanti si ritrova catapultato con la riforma Moratti nel doppio binario degli anni ’50. A 14 anni sceglie definitivamente il proprio futuro, senza possibilità, di fatto, di tornare indietro. La sua formazione professionale diventa un’alternarsi tra ore di lezione ed ore di apprendistato gratuito in azienda. Il figlio di lavoratori, invece, all’università scopre che la propria laurea, speranza iniziale di un lavoro differente e dignitoso, vale soltanto se si possono pagare le migliaia di euro necessarie per accedere alla Laurea Specialistica.

La coscienza corre sempre dietro gli avvenimenti e tale scenario non affiorerà che gradualmente nella testa dei lavoratori e degli studenti. Ma quando realizzeranno che è stata scippata definitivamente anche la parvenza di scuola pubblica che esisteva prima, non esiteranno un attimo a tornare a mobilitarsi. Gli studenti medi non tollereranno il pugno duro del preside-manager e dei supervisori dell’apprendistato nelle aziende. Gli universitari non tollereranno il muro eretto dalle tasse e dagli obblighi di frequenza delle Lauree Specialistiche. Il proletariato non ha permesso e non permetterà che i propri figli vengano tenuti nell’ignoranza. Ha avuto ed ha un’aspirazione naturale a vedere il proprio sudore trasformarsi in un futuro migliore per i propri figli. Ancora una volta si alzerà il grido “Anche l’operaio vuole il figlio dottore!”.

Un bilancio delle lotte passate

 

Tuttavia, il fatto che dopo dieci anni di tentativi Confindustria l’abbia spuntata nel tradurre in legge i propri desideri più reconditi in materia di istruzione pubblica, deve farci riflettere. Ci impone un bilancio. Sulle nostre lotte evidentemente pesano ancora limiti che non ci permettono un salto di qualità. Nel campo studentesco manca sicuramente un’unità su base nazionale. Sia le scuole, sia gli atenei spesso si mobilitano singolarmente senza nessuna forma di coordinamento a livello nazionale. La mobilitazione di una singola facoltà, scuola o addirittura città non può sviluppare la massa critica necessaria per modificare la politica nazionale di un qualsiasi Governo. Sulle mobilitazioni si è sempre poi imposta la logica della visibilità: le strutture studentesche egemoni spesso hanno convocato lotte a ripetizione, cercando di dare come sbocco di intere mobilitazioni l’obiettivo della telecamera, più che l’obiettivo di una vittoria e di un miglioramento delle condizioni di studenti e lavoratori della scuola. Nel campo sindacale i limiti sono sicuramente di carattere diverso e per alcuni aspetti ancora più cristallizzati: il moderatismo e le ambiguità della linea dei vertici della Cgil scuola buttano a mare l’enorme disponibilità alla lotta che si è registrata tra il personale scolastico negli ultimi tre anni. Anche in questo caso un salto di qualità delle lotte studentesche è necessario per portare la lotta su un piano avanzato ed aiutare la base della Cgil a mettere in contraddizione e a combattere il moderatismo dei vertici della propria organizzazione.

 

La Conferenza Nazionale del Csp e la formazione del Csu

 

Per questo non si tratta di sederci sulla riva del fiume ad aspettare demoralizzati il cadavere del già martoriato diritto allo studio, ma nemmeno di sederci ad aspettare il cadavere della riforma Moratti. Niente ci verrà regalato. Le lotte ci saranno, ma vanno preparate perché non facciano la fine dello scorso ciclo di lotte. Con questo fine è convocata il 31 maggio ed il 1 giugno a Milano la 2^ Conferenza Nazionale del Csp (Comitato in difesa della Scuola Pubblica) che discuterà il nuovo documento programmatico. Insieme alla riunione nazionale del Csp si terrà l’assemblea nazionale dei collettivi universitari che hanno risposto all’invito del Collettivo Pantera di Milano. Qualche mese fa il Collettivo Universitario Pantera di Milano aveva lanciato un appello alla creazione di una struttura di coordinamento nazionale di collettivi universitari sulla base di un volantone programmatico. Tale volantone ha trovato una certa eco e conclude oggi il suo percorso con la proposta di creazione del Coordinamento Studentesco Universitario (Csu).

La proposta è che entrambe queste strutture si riuniscano sotto il simbolo del pugno chiuso che stringe una matita ed una chiave inglese, il simbolo internazionale dell’unità tra studenti e lavoratori. Sotto il quale ancora una volta i nostri compagni spagnoli del Sindicato de Estudiantes si sono mobilitati in massa contro la guerra come si può vedere nell’articolo a pagina 19. E’ questo il pugno che vogliamo si alzi in ogni scuola ed in ogni facoltà.

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