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Un primo bilancio

Sono trascorsi ormai quasi 3 anni dall’entrata in vigore del decreto Zecchino: un periodo sufficiente per valutare e prendere atto degli effetti devastanti che tale riforma sta producendo sul mondo universitario.

Gli elementi strutturali di tale riforma sono molteplici e presentano degli aspetti piuttosto complessi, di cui è tuttavia possibile isolare i più rilevanti.

Basti pensare all’introduzione del sistema dei crediti formativi, consistente nell’assegnazione ad ogni insegnamento, stage o altra attività didattica svolta nell’ateneo di un certo numero di crediti, fino a totalizzare il numero necessario (stabilito dal regolamento di facoltà) al completamento dei corsi e al superamento dell’anno accademico. Tale sistema ha di fatto trasformato il diritto di frequenza in un vero e proprio obbligo, cui non è possibile in alcun modo sottrarsi: gli studenti sono oggi costretti a muoversi attraverso le varie attività didattiche al fine di ottenere il numero di crediti prescritto; il tutto senza poter in alcun modo incidere sui ritmi di studio e sulla programmazione didattica definita dalla facoltà.

Il sistema dei crediti sta contribuendo in modo decisivo all’esclusione dalla realtà universitaria degli studenti lavoratori, che non hanno la possibilità, a causa dei loro impegni lavorativi, di frequentare tutti quei corsi che consentirebbero loro di “collezionare” i crediti necessari.

L’università italiana non è mai stata un’università di massa; l’accesso ai suoi canali formativi è sempre stato difficoltoso per i proletari, a causa degli alti costi da sostenere e delle quasi inesistenti politiche di sostentamento per le classi disagiate. Ma il decreto Zecchino sta accentuando ulteriormente questo dato, precludendo fin dall’inizio la possibilità ai proletari di costruirsi un futuro migliore.

Altro aspetto inquietante ricollegabile alla riforma Zecchino è l’ingerenza sempre più invadente dei privati all’interno della struttura universitaria.

I tagli dei finanziamenti pubblici all’università e la corrispondente concessione a questa di una vasta autonomia didattica, finanziaria e statutaria, stanno producendo, oltre ad un aumento rilevante delle tasse universitarie in quasi tutto il territorio nazionale e allo smantellamento dei servizi collettivi, delle preoccupanti forme di collaborazione con aziende private, che concedono alle università cospicui finanziamenti, ottenendo in cambio l’adeguamento dei programmi didattici e delle strutture organizzative alle proprie esigenze funzionali di produzione.

Emblematico, a tal proposito, è il rapporto collaborativo instauratosi a Catania tra la facoltà di Ingegneria e l’ST Microelectronics: un rapporto che coinvolge direttamente gli studenti universitari della facoltà. Alcuni di essi hanno infatti dichiarato di non aver potuto realizzare la tesi di laurea sugli argomenti prescelti, in quanto “caldamente invitati” (eufemismo che nasconde la costrizione che hanno dovuto subire) dai propri docenti a trattare problematiche su cui l’ST vantava un certo interesse. Gli studenti in questione hanno quindi svolto le loro ricerche proprio nella sede dell’ST, di cui sono stati per un certo periodo “dipendenti” (chiaramente non retribuiti) in un settore importante qual’è quello della ricerca scientifica e tecnologica.

Queste forme di collaborazione - peraltro esplicitamente “suggerite” dallo stesso decreto Zecchino - sono destinate in futuro ad aumentare, in quanto conseguenza della logica imprenditorialistica e concorrenziale di cui è permeata l’intera riforma universitaria.

In questi ultimi anni il mondo universitario ha subito passivamente le sperimentazioni dei nostri governanti, assimilando i processi socio-economici e i modelli culturali elaborati dal padronato ed adeguando la propria struttura organizzativa alle esigenze del capitale.

Tutto questo deve essere fermato: non è più possibile assistere inerti alla creazione e al progressivo potenziamento di un’università elitaria, in cui soltanto i figli della borghesia possano ottenere un’adeguata formazione professionale ed intellettuale. Il sapere non può essere un privilegio di pochi.

Contro un simile progetto che mira ad escludere i proletari dalle università e a trasformare queste in veri e propri strumenti di selezione di classe (progetto che va di pari passo al tentativo di adeguare il sistema socio-economico italiano ai dictat neo-liberisti) è necessario mobilitare un numero sempre maggiore di studenti, è necessario lottare in modo deciso contro le politiche inique dei padroni, nel perseguimento di un obiettivo comune: la creazione di un’università di massa, partecipata, dove le esigenze dei proletari possano trovare accoglienza e le loro potenzialità esprimersi per il meglio.

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