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Tra pochi giorni ricorrerà il primo anniversario della rivoluzione del 25 gennaio che ha segnato la caduta di Mubarak.


Ironicamente la giunta militare, dopo aver massacrato i giovani rivoluzionari che chiedevano, tra la fine di novembre e i primi di dicembre, la transizione ad un governo civile, ha annunciato che sta preparando una “gigantesca celebrazione”. Sul campo però il Consiglio Supremo delle forze armate ha intanto lasciato 42 morti, centinaia di feriti e migliaia di arrestati. Per giorni sui social networks sono state diffuse le immagini della violenta e brutale repressione attuata dal regime militare che non si è fermato di fronte a nessuno, né donne né giovanissimi. Il regime è stato sordo alle richieste dei manifestanti: transizione immediata del potere dai militari ai civili e una prima risposta ai bisogni di giustizia sociale. Il Consiglio militare che ha sostituito il vecchio dittatore si era posto come garante della rivoluzione, mostrandosi disponibile a guidare il paese verso una transizione democratica. In realtà in questo anno ha fatto di tutto per garantirsi il mantenimento di quella posizione di potere e porsi come garante degli interessi del capitalismo locale e di Washington.

 

L’ONDATA DI PROTESTA TRA NOVEMBRE E DICEMBRE

Il 18 novembre le forze rivoluzionarie hanno indetto una nuova manifestazione per chiedere al il Consiglio militare di farsi da parte e di lasciare il paese ad un governo civile. Alla manifestazione hanno aderito in una prima fase anche i Fratelli musulmani che nella rivoluzione del 25 gennaio giocarono un ruolo assolutamente marginale. Anche in questo caso il dibattito se partecipare o meno a questa manifestazione è stato serrato all’interno delle fila della fratellanza. Uno dei membri ha dichiarato al Financial Times: “La Fratellanza ha deciso molto tardi di partecipare, ma io individualmente penso che bisogna andare, perché credo che abbiamo il dovere di proteggere la rivoluzione e continuare la rivoluzione.” Occorre dire che i Fratelli musulmani, pochi giorni dopo l’inizio della nuova occupazione di Piazza Tahrir, si sono tirati fuori dai giochi quando si era palesato che il regime militare non si sarebbe mosso di una virgola, ma anzi iniziava a reprimere duramente le protesta. Era chiaro che con le elezioni alle porte, era fondamentale per loro presentarsi come credibili agli occhi dei militari, per trasmettere questo messaggio: “tranquilli se vinceremo le elezioni, potrete contare su di noi”.

Dalla partenza di Mubarak, caduto sotto la spinta rivoluzionaria, ben poco era cambiato: infatti erano continuati i processi ai dissidenti politici e le condizioni di vita della popolazione non erano mutate. Le aspettative di cambiamento si sono presto infrante e, ad esempio, molti scioperi sono stati convocati nell’ultimo anno. A settembre migliaia di lavoratori hanno dato vita a scioperi, sit-in e cortei per protestare contro le loro condizioni di lavoro. Le rivendicazioni avanzate erano molto radicali e sfidavano le fondamenta del sistema capitalistico egiziano. Ad esempio, circa 700 lavoratori tessili dell’Indorama Shebin el-Kom Textile Company hanno scioperato e hanno occupato la sede del Governatorato di Munufiya per chiedere la rinazionalizzazione della loro compagnia, il miglioramento delle condizioni di lavoro e l’aumento dei loro salari. In numerosi luoghi di lavoro i lavoratori hanno ottenuto vittorie, ma hanno incontrato grande resistenza da parte delle autorità. Per esempio alla Tanta Flax and Oils Company il 13 novembre i lavoratori hanno dato vita a un’occupazione per sostenere una decisione del tribunale che stabiliva la necessità che la compagnia ritornasse di proprietà pubblica. A Mahalla, sede del complesso industriale tessile più importante del paese, sono stati schierati carri armati di fronte dagli stabilimenti tessili.

Ora è chiaro che la nuova ondata rivoluzionaria non ha ottenuto il suo scopo: l’esercito rimane al suo posto (la sostituzione del primo ministro con al-Ghannouzi equivale ad una farsa: costui era già stato primo ministro sotto il regime di Mubarak). Senza avere il carattere di massa del 25 gennaio, tuttavia quella in piazza è l’avanguardia del movimento, quei giovani che vogliono e lottano per una trasformazione radicale della società egiziana. È una prova importante, di cui faranno tesoro per il prosieguo della lotta. La rivoluzione egiziana non è certo finita il 25 gennaio, si è conclusa solo una prima fase. Si vedranno momenti di lotta aspra e momenti di ripiegamento per una serie di ragioni connaturate al movimento, in primo luogo l’assenza di un partito rivoluzionario radicato che guidi la lotta. Infatti uno dei punti di debolezza emersi in questa fase, a dispetto dei numerosi scioperi di cui si è parlato, è stata proprio l’assenza di una partecipazione organizzata del movimento operaio. A differenza di quanto successo a febbraio scorso, non c’è stato nessuno sciopero generale che potesse infliggere un colpo decisivo al governo, sebbene i rivoluzionari in più occasioni ne sottolineassero la necessità. Emerge ancora una volta la difficoltà del movimento operaio egiziano di organizzarsi (ad esempio il sindacato indipendente non ha ancora un radicamento di massa e su scala nazionale).

LA “TRANSIZIONE DEMOCRATICA” E LE ELEZIONI

Mentre si combatteva a Piazza Tahrir si svolgevano in tutto l’Egitto le elezioni parlamentari, conclusesi il 5 gennaio. I diversi distretti del paese erano divisi su più turni elettorali. In tutti i distretti hanno prevalso i Fratelli musulmani, con il partito Libertà e Giustizia, come era prevedibile, e i salafiti, con il partito al-Nour (la Luce) ottengono un 25%, risultato questo meno prevedibile. Se si guarda al sistema elettorale elaborato dal consiglio militare, come già mettevano in evidenza le forze rivoluzionarie ai tempi del referendum costituzionale, questo chiaramente favorisce le forze con un radicamento storico nel territorio e una buona organizzazione. In Egitto solo i Fratelli musulmani, negli anni, si sono costruiti un consenso tra la popolazione attraverso una rete capillare di assistenza e di servizi: libri per gli studenti, cibo, aiuti economici ai bisognosi. Più il regime tagliava lo stato sociale, più i Fratelli musulmani si sostituivano ad esso. Nell’ultimo anno poi hanno cercato di mostrarsi credibili agli occhi del mondo occidentale dando vita a un’alleanza elettorale con alcuni partiti liberali e laici e con settori legati all’esercito. La politica ambigua della Fratellanza, che ha sempre oscillato tra accondiscendenza verso il regime e opposizione, è continuata nell’ultimo periodo.

La proposta politica che portano avanti però rischia di scontrarsi con la realtà. In campo economico, ad esempio, sostengo in maniera chiara una politica di tipo liberista, secondo cui l’Egitto dovrebbe marcatamente entrare sul mercato internazionale e difendono la proprietà privata. Fanno un vago richiamo alla giustizia sociale, così come prescritto dall’Islam. Diventa problematico capire come in un sistema liberista si possa garantire una giustizia sociale, tanto più in un periodo di profonda crisi economica su scala mondiale e in un paese martoriato dal debito, dalle pressioni del Fmi e da un’inflazione galoppante. I Salafiti invece, ancora più radicali nella loro visione di trasformazione della società in senso islamista, hanno ricevuto grandi finanziamenti dall’Arabia Saudita subito dopo la rivoluzione.

Questo gli ha permesso di sostenere una imponente campagna elettorale. Chiaro che, in una situazione di debolezza delle forze della sinistra e in una situazione di grave crisi economica, forze populiste che si rifanno a un universo culturale conosciuto e in qualche modo rassicurante possono fare presa. Un caso interessante è il voto dei lavoratori della Mahalla el Kubra che, come racconta un reportage Nenanews, avrebbero votato in buona parte per al-Kutla (alleanza tra forze socialiste e liberali) rimarcando che le forze islamiste non avrebbero garantito nessun cambiamento della società. Dove la lotta è stata particolarmente dura e radicale e le forze di sinistra hanno un radicamento, i lavoratori le sostengono.

Il lavoro per l’avanguardia rivoluzionaria è ancora lungo, ma la lotta per un cambiamento radicale della società egiziana non è finita e, ne siamo certi, non sarà così facile metterla a tacere.

L’intera dinamica di un processo rivoluzionario è dominata da tale contraddizione: l’improvvisa esplosione dell’azione di massa scuote il vecchio sistema, senza che da questo emerga automaticamente la capacità di sostituirlo. Perché tale capacità potenziale diventi atto è necessario che emerga una compiuta coscienza rivoluzionaria, la quale a sua volta necessita di un’organizzazione come la trasmissione dei pensieri del sistema nervoso.

L’euforia tra le masse egiziane, seguita alla caduta di Mubarak, si è dissolta: la rivoluzione è andata avanti ma c’è stata una crescente differenziazione nella società, su linee di classe. Ora le masse egiziane sono di nuovo in rivolta, con l’epicentro della rivoluzione che si sposta simbolicamente dalle proteste in piazza Tahrir agli scioperi in settori chiave dell’economia. L’esplosione della lotta di classe preoccupa l’apparato dello stato, che fomenta la divisione del proletariato su basi etniche, come dimostra la recente e durissima repressione subita dai copti scesi in manifestazione.

Secondo molti commentatori il 19 marzo, giorno del referendum per l’approvazione delle modifiche alla Costituzione proposte dal Consiglio supremo delle forze armate (alla guida del paese dalla caduta di Mubarak l’11 febbraio scorso) è stato un giorno fondamentale per l’Egitto, vista l’affluenza ai seggi. Un primo passo per la democrazia.

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