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Dell’avventura irachena di Bush e soci non finisce di stupire sopra ogni altra cosa il grado estremo d’improvvisazione e d’impreparazione dimostrato in tutta la vicenda bellica e postbellica dall’unica superpotenza mondiale e dai suoi alleati.

Di fronte ai continui rovesci, l’amministrazione americana ha costantemente reagito proponendo nuove fughe in avanti, dettate da un approccio puramente empirico, a dispetto dei machiavellici piani geopolitici per dominare il mondo che tanto prestigio conferiscono ai loro estensori nei salotti “neocons” di Washington, con somma delizia dell’entourage presidenziale.

Nella migliore delle ipotesi però la realizzazione di tali piani, frutto delle più brillanti teste dell’amministrazione Bush, produce tali e tanti effetti “collaterali”, assolutamente imprevisti, da determinare la necessità di ricorrere massicciamente ad opere di aggiustaggio in corsa, che a loro volta, a cascata, producono altri effetti incontrollabili su scala sempre più vasta.

Un’attenta osservazione delle recenti azioni degli apprendisti stregoni che occupano gli uffici chiave dell’amministrazione Bush dovrebbe fugare ogni sospetto d’onnipotenza e forse perfino di efficienza in relazione alla condotta strategica della principale potenza imperialista, per non parlare delle potenze minori, costrette a navigare a vista in un mare in tempesta reso ancora più insidioso dalle intemperanze dell’ingombrante alleato-padrone.

Il problema sta nel fatto che non siamo di fronte ad un gioco di ruolo, per quanto complesso, ma ad una lotta senza esclusione di colpi di un pachiderma che si è cacciato in un immenso pantano in cui sta sprofondando inesorabilmente, ma si dibatte con tutte le sue forze per uscirne, travolgendo ogni cosa gli stia intorno.

Armi pesanti contro la popolazione civile

Giorno dopo giorno lo scenario si complica per l’imperialismo americano. Nella situazione irachena tutta la potenza militare alleata si dimostra completamente impotente; semplicemente non si può fronteggiare con mezzi puramente repressivi una popolazione sempre più compattamente ostile. Il “nemico” per gli occupanti si identifica sempre più con l’insieme della popolazione. Soldati impreparati a far fronte ad una situazione di continua tensione rispondono in modo sproporzionato e brutale ad ogni possibile minaccia, ma non si tratta di qualche caso isolato: l’aumento della pressione militare, così come il ricorso sistematico alla tortura, è stato deciso dall’alto, dai comandi alleati, e non fa che inasprire l’opposizione degli iracheni.

Non passa giorno senza che le formazioni guerrigliere colpiscano obiettivi collegati alle forze d’occupazione, all’amministrazione, alla neonata polizia e ai settori che collaborano con esse; le operazioni di pattuglia ed i trasferimenti di truppe si trasformano in occasioni per agguati mortali. Il conto dei morti americani si avvicina rapidamente al migliaio. Come per Israele a Gaza e in Cisgiordania, il ricorso da parte americana ad elicotteri e carri armati per azioni “chirurgiche” di rappresaglia (o per le cosiddette “eliminazioni selettive”) è diventato sistematico quanto inutile, se non controproducente.

L’impiego di armi pesanti contro la popolazione è una dimostrazione di debolezza dell’imperialismo. La caccia ai terroristi, alibi universale di ogni nefandezza, non viene più condotta con rastrellamenti e retate, per paura di incontrare una resistenza organizzata, ma a colpi di missile su palazzi e quartieri popolari. Su scala infinitamente più ampia Bush sta applicando in Iraq la tattica fallimentare dell’esercito di occupazione israeliano in Libano, conclusasi nel maggio del 2000 con una rotta disastrosa.

Sarebbe un’esagerazione sostenere che i comandi alleati ricorrano a questi mezzi per pura paura. Ogni operazione “chirurgica” si conclude lasciando sul terreno decine di morti fra i civili, i veri obiettivi di questo tipo di attacchi volti ad incutere terrore alla maggioranza della popolazione. Il problema è che il risultato ottenuto è l’opposto di quello sperato e la resistenza di massa non viene minimamente fiaccata da questa tattica sanguinaria che ha il solo effetto di assottigliare le fila degli indecisi e dei neutrali.

Persino i settori collaborazionisti delle gerarchie religiose sciite sono costretti a prendere le distanze dall’amministrazione Bremer per paura di perdere ogni credibilità agli occhi della maggioranza della popolazione che individua negli occupanti la causa della caduta libera delle condizioni generali di vita dopo il crollo del regime di Saddam Hussein.

Oppressione brutale, corruzione e saccheggio

Lo scenario delle ultime settimane è surreale. La propaganda ufficiale trasuda ottimismo ed è sempre più divorziata dalla realtà, ma non riesce a nascondere il fatto che le truppe d’occupazione stiano subendo un veloce logoramento dal punto di vista morale.

Gli scandali per la brutalità delle torture (Abu Ghraib) e la corruzione negli appalti dell’amministrazione coloniale (sprechi, conti gonfiati, truffe ai danni dell’amministrazione coloniale da parte di Bechtel ed Hulliburton), nonché la sempre più chiara percezione del carattere oppressivo e neocoloniale della pretesa “missione pacificatrice”, stanno inducendo un cambiamento d’atteggiamento anche da parte della maggioranza delle popolazioni nelle rispettive patrie di provenienza degli occupanti.

Sotto questo aspetto è facile prevedere che le analogie con la sindrome da Vietnam siano destinate ad aumentare e presto la perplessità si trasformerà in diffusa ostilità verso questa avventura colonialista anche tra settori crescenti della popolazione negli stessi Stati Uniti.

L’occupazione militare costa 6 miliardi di dollari al mese all’amministrazione statunitense, un costo difficilmente sostenibile nel medio periodo e destinato sicuramente ad aumentare, che avrebbe dovuto essere sostenuto nei loro piani dalla vendita del petrolio iracheno, ma l’intensificazione della guerriglia in questo mese di giugno ha comportato l’ennesimo crollo nella capacità produttiva che aveva raggiunto 2,2 milioni di barili ed è precipitata in pochi giorni di nuovo a poco più di 500mila per effetto dei sabotaggi agli oleodotti e agli impianti.

Per sovrapprezzo il sistema degli appalti per la ricostruzione irachena è fonte strutturale di corruzione e truffe ai danni dell’amministrazione pubblica Usa ad esclusivo beneficio di un pugno di multinazionali statunitensi, poste al riparo da qualsiasi controllo da un decreto della presidenza Bush del 23 maggio 2003 che affranca le compagnie petrolifere (come Hulliburton, ad esempio) da “qualsiasi sentenza, giudizio, decreto, procedura o ordinanza di confisca, trattenuta o qualsivoglia altra misura giudiziaria”, ovvero immunità completa.

Il nuovo governo iracheno e la scadenza del 30 giugno

Di fronte al vicolo cieco, Bush e soci hanno tentato di rispolverare la carta dell’Onu, ma a poco più di due settimane dall’approvazione unanime nel consiglio di sicurezza di una risoluzione sulla transizione irachena possiamo affermare che anche questa manovra di alleggerimento è fallita.

A dispetto del grande baccano sollevato dall’ineffabile Berlusconi, subito ripresosi dallo smacco di non essere stato invitato alle celebrazioni del D-day, la grande “svolta” è già abortita. Francia e Russia hanno negato qualsiasi possibilità di un loro coinvolgimento diretto e lo stesso Kofi Annan ha escluso il dispiegamento di caschi blu a Baghdad criticando frontalmente il carattere oppressivo e dittatoriale dell’amministrazione provvisoria nominata dagli occupanti in modo arbitrario e soprattutto incapace di garantire la minima sicurezza per l’insediamento delle eventuali strutture delle Nazioni Unite che dovrebbero garantire la transizione.

Sintomatico della nuova crisi di egemonia che stanno attraversando gli Stati Uniti nelle relazioni internazionali è il rifiuto del consiglio di sicurezza di approvare la bozza di risoluzione che avrebbe accordato la sostanziale immunità del personale d’occupazione americano di fronte ad eventuali giudizi della Corte Penale Internazionale dell’Onu.

La promessa di passare, il 30 giugno, l’Iraq “liberato” ad una amministrazione irachena provvisoria in grado di stabilizzare il paese e traghettarlo alle elezioni è ormai del tutto impraticabile nella sostanza.

Il “passaggio delle consegne” è stato anticipato di due giorni in uno scenario surreale. “Come ladri nella notte”, hanno annotato diversi commentatori locali e stranieri, Bremer si è consultato con il neopremier Allawi e ha fatto il tutto. La grande cerimonia prevista, che serviva a legittimare l’occupazione imperialista, è stata evitata per paura di attentati.

I possibili alleati di Bush nella società irachena si fanno ogni giorno che passa più inconsistenti ed inaffidabili e gli apparati del nuovo stato iracheno sono fragilissimi, come dimostra il caso della polizia irachena faticosamente costruita in un anno e dissoltasi in poche ore di fronte all’insurrezione sciita di aprile.

La ricostruzione di un esercito sulla base dello scioglimento delle milizie delle varie formazioni politiche irachene decisa alcune settimane fa all’atto di nascita del nuovo governo, non depone a favore della solidità di questo strumento, attraversato com’è già da divisioni e conflitti dovuti alla difficile opera di fusione delle milizie (varie formazioni di Peshmerga kurdi, milizie sciite dello Sciri ed altro) e la reciproca diffidenza ad accettare un comando unificato. Le milizie di Moqtada al-Sadr in ogni caso hanno rifiutato di sciogliersi per confluire in questo calderone.

Allawi non è altro che un burattino nelle mani degli americani, disposto a porre la “lotta al terrorismo”, ovvero alla resistenza, come priorità assoluta della sua azione di governo. In questa direzione si colloca l’annuncio della proclamazione della legge marziale a partire dal 1° luglio, da parte del ministro degli interni del nuovo governo.

Nelle condizioni irachene però perfino Allawi può entrare in conflitto con gli occupanti quando propone di ricostituire le forze di sicurezza irachene sulla base delle strutture e del personale ereditato dal regime di Saddam, sottolineando la capacità di controllo sociale che garantirebbe un eventuale sostegno di una parte dell’ex apparato statale del vecchio regime. Anche questa posizione, in parte attuata nella “normalizzazione” di Falluja affidata in prima battuta ad un ex generale baathista vicino a Saddam Hussein, risulta però completamente impraticabile su scala più vasta perché rischierebbe di precipitare la composita coalizione di governo nel caos più totale, con l’immediata defezione delle formazioni kurde e profonde divisioni tra i leader sciiti di fronte a questa prospettiva.

Per questo motivo è facile prevedere che a dispetto della parola d’ordine “disimpegno”, la presenza militare statunitense sia destinata ad aumentare ulteriormente nei prossimi mesi, trascinata in una dinamica sempre più veloce dagli eventi stessi a gettare sempre più risorse e uomini nel pantano iracheno, anche in considerazione dei possibili sviluppi in un paese chiave dell’area, l’Arabia Saudita, sempre più nell’occhio del ciclone.

La crisi devastante della monarchia saudita

Nonostante la posizione di principale produttore di petrolio al mondo, il crollo del tenore di vita della maggioranza della popolazione negli ultimi dieci anni e la crescente ondata di odio antimperialista che sta incendiando le masse arabe sono alla base della crisi della monarchia saudita, che storicamente ha rappresentato uno degli alleati più solidi degli Stati Uniti nella regione.

Un settore crescente della classe dominante saudita tollera sempre meno le continue ingerenze dell’alleato nordamericano. Di fatto Al-Qaeda ha origine e trova la sua base d’appoggio più vasta proprio in questo settore della classe dominante saudita da cui proviene lo stesso Bin-Laden. Un eventuale colpo di Stato per mano di questo settore precipiterebbe il paese in una guerra civile e scoperchierebbe tutte le contraddizioni di una dittatura autarchica tra le più oppressive in un paese in cui la maggioranza della popolazione sfruttata non può riconoscersi in nessuno dei settori della classe dominante.

Una tale prospettiva terrorizza gli strateghi più seri del capitalismo mondiale. La permanenza delle truppe statunitensi in Iraq non fa che gettare altra benzina sul fuoco. Non a caso abbiamo assistito nelle ultime settimane ad una escalation degli atti terroristici contro ogni presenza straniera nel paese.

La soluzione prospettata in ambienti influenti vicini all’amministrazione Bush è quella di dividere l’Arabia Saudita sottraendo al regno della dinastia saudita la regione orientale di «al Hasa», con tutti i giacimenti petroliferi, per crearvi un’enclave sciita-americana indipendente in nome dell’autodeterminazione delle minoranze non sunnite della penisola arabica.

Questo non è altro che il vecchio sogno di Nixon durante la crisi petrolifera dei primi anni ‘70 riproposto in chiave moderna da Richard Perle, ex capo del «Defence Policy Board» vicino al vice ministro Paul Wolfowitz, e David Frum, già scrittore dei discorsi di George Bush.

Ovviamente il diritto all’autodeterminazione della maggioranza sciita di quella regione c’entra poco e non è che la scusa per un nuovo intervento diretto dell’imperialismo, ma le probabili manovre dell’elefante americano nella cristalleria saudita potrebbero rappresentare paradossalmente il colpo di grazia del regime saudita ed accelerare la sua implosione, precipitando tutta la zona nel caos.

Divisioni nella classe dominante americana

La prospettiva imminente delle elezioni presidenziali ha reso evidenti a tutto il mondo le tensioni e le divisioni che affiorano nella classe dominante americana su come cavarsi d’impaccio dalla polveriera mediorientale senza perdere completamente la faccia. Un settore crescente ha tratto la conclusione che una svolta sia impossibile fino a quando Bush jr. resterà sullo scranno presidenziale.

Le stesse rivelazioni sul sistematico ricorso alla tortura ad Abu Ghraib e nelle carceri dell’amministrazione provvisoria irachena sono state in parte il frutto di un regolamento di conti all’interno di settori dell’apparato governativo che si rimpallano le responsabilità del disastro.

Le recenti dimissioni del capo della Cia Tenet sono un pallido riflesso dei conflitti in atto, che toccano i massimi vertici governativi, mentre si possono intravvedere le prime avvisaglie di una fuga di topi dalla barca che rischia di affondare (l’amministrazione Bush), come nel caso delle bordate sferrate contro il presidente sul network Cbs dall’ex consigliere presidenziale per l’antiterrorismo all’epoca degli attentati dell’11 settembre, Richard Clarke, principale accusatore pubblico delle frodi e delle menzogne sostenute da Bush per giustificare la guerra contro l’Iraq. Bisogna essere chiari su un punto: l’eventuale vittoria di Kerry alle elezioni presidenziali darebbe qualche margine di manovra in più per una gestione multilaterale della crisi irachena di concerto con le principali potenze imperialiste, ma in nessun caso Kerry potrà portare ad un eventuale ritiro americano in queste condizioni senza che si trasformi in una sconfitta cocente per l’imperialismo.

Una sconfitta di queste proporzioni darebbe un formidabile impulso ai processi rivoluzionari in tutto il medio oriente e nel resto del mondo coloniale ed ex coloniale.

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