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Il 9 aprile scorso centinaia di migliaia di iracheni sono scesi in piazza su appello del movimento di Muqtada al Sadr, al quale si sono unite diverse altre organizzazioni. La rivendicazione centrale della manifestazione era la fine dell’occupazione militare. I manifestanti (300mila secondo fonti occidentali) hanno voluto, non a caso, riunirsi nella stessa piazza in cui due anni fa i marines avevano inscenato il rovesciamento della statua di Saddam Hussein. La manifestazione del 9 aprile è certamente una delle più massicce da quando il paese è stato occupato.

Dopo le elezioni del 30 gennaio gli americani hanno cantato vittoria sottolineando come gli attacchi della guerriglia sarebbero calati da 80-90 al giorno a “soli” 30 al giorno. Un’indicazione, secondo la propaganda, di come le elezioni avrebbero tagliato l’erba sotto i piedi al movimento di resistenza. Dietro lo schermo della propaganda le cose stanno assai diversamente.

La strategia americana ruota attorno all’idea di “irachizzare” il conflitto, ossia di esporre il meno possibile le proprie truppe agli attacchi della guerriglia, usando polizia ed esercito iracheno come carne da cannone. Tuttavia fra le parole e i fatti la distanza rimane abissale.

Da un punto di vista militare, il problema fondamentale è la scarsa affidabilità e tenuta delle truppe irachene, poco motivate nello scontro con la guerriglia e facilmente vulnerabili, come dimostra la cronaca quotidiana degli attacchi che subiscono e le continue diserzioni. Ma c’è soprattutto un gigantesco problema politico: a quasi tre mesi dalle elezioni di gennaio le diverse forze parlamentari non sono state in grado di mettere assieme uno straccio di governo. Lo stallo ruota, almeno apparentemente, attorno alla questione dei posti da attribuire ai sunniti, assenti alle elezioni ma presenti alle trattative, dei quali diverse forze (il Consiglio per il dialogo nazionale -coalizione di dieci gruppi sunniti compresi alcuni ex baathisti-, lo sconfitto ex premier Allawi e l’ex protetto del Pentagono Ahmed Chalabi) si contendono la “rappresentanza”.

Alla fine è probabile che gli americani facciano la voce grossa costringendo i contendenti a un qualche tipo di compromesso, prima che scada (il 7 maggio prossimo) l’incarico al premier Ibrahim Al Jafaari. La vicenda riassume chiaramente la situazione: per quanti sforzi facciano gli americani per “chiamarsi fuori”, dal pantano iracheno, il loro è l’unico effettivo potere sul campo, sia militarmente che politicamente.

Sullo sfondo rimane la disastrosa situazione economica e sociale del paese. Il collasso delle infrastrutture significa continui tagli alle forniture di corrente elettrica e acqua potabile; la rete idrica e fognaria è al collasso e in molte zone la popolazione è costretta a bere acqua di fiume o di pozzo contaminata dagli scarichi, con la conseguente diffusione di malattie quali l’epatite C. Dei miliardi promessi per la “ricostruzione” si è visto ben poco e una parte dei soldi effettivamente spesi sono stati dirottati sulle spese per la “sicurezza”.

Secondo il Pentagono gli Usa hanno perso fino ad oggi 1573 soldati in Iraq (cifra che sale a 1750 contando le forze alleate). Nonostante tutti i proclami di disimpegno continuano a mantenere 142mila soldati nel paese, con il problema aggiuntivo che diversi dei loro alleati potrebbero abbandonarli nel prossimo periodo. La Polonia pianifica di ritirarsi entro l’anno in corso e persino i fedelissimi britannici, secondo alcune fonti, starebbero ipotizzando il ritiro di 5.000 degli 8.500 soldati attualmente sul campo. In un quadro di questo genere una seria riduzione del numero e del ruolo delle truppe Usa in Iraq non può che significare l’inizio di una vera e propria ritirata: un’ipotesi che l’amministrazione non può ovviamente contemplare. Gli Usa, quindi, saranno costretti a mantenere e possibilmente persino ad aumentare il proprio impegno in Iraq, anche alla luce della crescente instabilità che attraversa il Medio oriente. Più volte in questi due anni hanno tentato di cantare vittoria per poter avviare un parziale ritiro. Lo fece Bush nell’ormai lontano maggio del 2003; lo hanno fatto dopo aver raso al suolo Falluja e Ramadi; lo hanno gridato ai quattro venti dopo le elezioni farsa del 30 gennaio. Ma ogni volta, passata l’euforia artificiale montata dai media compiacenti, torna ad imporsi la dura realtà. Riassumono la situazione queste parole di un generale in pensione, John Keane, di ritorno da una missione di inchiesta in Iraq: “La forza dell’insorgenza è la sua capacità di rigenerarsi. Ne abbiamo uccisi migliaia e incarcerati anche di più, ma riescono ancora a rigenerarsi e continuano ad attaccarci”. Le difficoltà in cui si dibattono gli americani vengono confermate da pratiche barbariche come quella, resa pubblica da Al Jazira, di arrestare donne parenti di sospetti guerriglieri usandole di fatto come ostaggi per costringerli a consegnarsi.

Siamo pertanto di fronte a uno stallo: gli Usa non possono né ritirarsi, né avanzare. Continueranno alternando le fasi di repressione aperta e indiscriminata ai tentativi di “pacificazione” come sono state le elezioni.

Si calcola che siano circa una quarantina le diverse forze nel fronte che combattono gli Usa. Checché ne dica la propaganda, le forze legate ad Al-Qaida rappresentano una minoranza assai ridotta di questo fronte, che non a caso ha più volte condannato azioni quali il rapimento delle due Simone o le decapitazioni di ostaggi inermi, invitando a concentrare gli attacchi sulle truppe occupanti e sui loro collaborazionisti. Il Bollettino della Resistenza irachena riporta una statistica del Centro di studi strategici internazionali (di Washington) secondo il quale il 75% degli attacchi avviene contro gli occupanti, il 4,1% contro civili e il resto contro le forze irachene governative.

D’altra parte, se la rivolta armata ha mostrato la sua capacità di tenere il campo e di avere sufficienti simpatie nella popolazione da non soccombere anche di fronte agli attacchi più violenti, essa ha ancora di fronte il problema decisivo: per vincere necessita non solo di gruppi di militanti in grado di colpire gli occupanti e i loro collaborazionisti, ma necessita anche di un programma in grado di generare una mobilitazione di massa, di creare le condizioni per uno sbocco insurrezionale. L’importanza della manifestazione di massa del 9 aprile va vista anche in questo quadro. Quelle (poche) speranze che le elezioni di gennaio potevano aver suscitato in qualche settore della popolazione si sono rapidamente esaurite. Rimane l’incubo quotidiano dell’occupazione e della rovina economica, sociale e nazionale di un intero paese. Una mobilitazione di massa, attraverso manifestazioni, scioperi generali, mobilitazioni che possano mettere in campo la forza organizzata di milioni di lavoratori e di disoccupati può aprire la strada a una nuova fase nel movimento di resistenza, nella quale la strategia militare delle forze guerrigliere si integri con il movimento di massa in una prospettiva insurrezionale, che partendo dalla basilare rivendicazione democratica della cacciata degli occupanti, proponga come sbocco del movimento la costruzione di un Iraq socialista, nel quale le risorse del paese vengano controllate e utilizzate nell’interesse dei lavoratori e nel quale vengano rispettati i diritti di tutte le nazionalità e religioni. La liberazione dell’Iraq dall’occupazione per via rivoluzionaria costituirebbe una sconfitta mortale per l’imperialismo e aprirebbe la strada alla trasformazione dell’intero Medio oriente. Al tempo stesso è l’unica prospettiva che può seriamente contrapporsi alla demagogia delle forze fondamentaliste.

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