Esplode l’Intifada irachena - Falcemartello

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aL’Iraq è in rivolta. Da nord a sud il paese è percorso da una sollevazione popolare contro l’occupazione militare delle potenze imperialiste. Dall’inizio di aprile si riscontra un salto di qualità nella lotta di resistenza del popolo iracheno: dagli attentati isolati contro singoli obiettivi ad una vera e propria insurrezione, con migliaia di miliziani armati, che costringono le truppe occupanti a combattere con operazioni di guerra su vasta scala.

La scintilla della rivolta ha preso piede in risposta agli attacchi brutali che l’esercito americano ha portato avanti nelle ultime settimane. Le forze occupanti hanno deciso un giro di vite intensificando le operazioni militari contro le milizie dei ribelli, in particolare nei confronti dei seguaci di Moqtada al Sadr.

Il 6 aprile intorno a Falluja gli americani hanno stretto un cerchio di fuoco. Mille e duecento uomini appoggiati da elicotteri da combattimento hanno chiuso la città, dove la settimana prima quattro vigilantes privati americani erano stati linciati da una folla inferocita.

La rappresaglia degli americani è stata violentissima, arrivando perfino a bombardare la moschea di Abdul-Aziz-al-Samarrai. In tutto l’Iraq la furia degli eserciti occupanti ha causato centinaia di vittime fra la popolazione irachena. Si combatte in tutto il paese contro gli eserciti stranieri senza distinzione di religione. Infatti ci sono scontri sia nelle zone dove abita la popolazione irachena sunnita, sia dove risiedono invece gli iracheni sciiti. Le televisioni e i media stanno cercando di ingigantire le differenze che esistono fra queste due etnie per cercare di giustificare l’intervento armato in Iraq. Il messaggio che vogliono fare passare è il seguente: se ritiriamo le truppe scoppierà una guerra civile fra sciiti e sunniti. La verità è un’altra! Nonostante le divisioni che ci possono essere fra queste due parti della popolazione, esiste in questo momento un forte sentimento di odio contro l’occupazione americana che sta rafforzando un’identità nazionale irachena. Addirittura negli ultimi giorni assistiamo ad un alleanza militare fra queste due grosse etnie allo scopo comune di combattere gli americani ed i loro alleati.

Quello a cui stiamo assistendo è una guerra di liberazione nazionale.

Un nuovo Vietnam?

Ad un anno dallo scoppio della guerra gli Stati Uniti si trovano impantanati in Iraq. Gli scopi che si erano prefissati prima dell’inizio del conflitto oggi sono molto lontani. La colossale potenza militare americana, che sul territorio iracheno ha dispiegato ben 130mila uomini, non riesce a contenere la rivolta che è in corso e che si basa sulla rabbia di un popolo precipitato nella miseria e nel caos assoluto dopo che gli Usa hanno deciso di condurre questa guerra.

Era bastato all’incirca un mese per avere ragione dell’esercito in disgregazione di Saddam Hussein. Dopo la presa di Baghdad, la classe dominante americana era euforica e già si sognava un espansione delle truppe americane in Medioriente sul modello della Roma imperiale. Quanto lontano sembra oggi quel famoso discorso in cui, dopo l’abbattimento della statua di Saddam, il presidente degli Stati Uniti indicava la Siria e l’Iran come prossimi agnelli da sacrificare all’altare della “dottrina Bush”. Ora lo stesso Bush è costretto a chiedere un aiuto all’Iran e alla Siria, al fine di mediare con le organizzazioni che guidano l’insurrezione.

Mentre la cricca reazionaria di Washington esultava, mentre gli alleati fedeli come Blair e Berlusconi scodinzolavano per avere qualche osso dal piatto dei predatori americani, noi scrivevamo all’incirca un anno fa: “Il popolo iracheno dovrà purtroppo subire sulla propria pelle le meraviglie della pace imperialista, dopo aver subito l’embargo, i bombardamenti e la fame. Ma è inevitabile che da questa oppressione nasca in futuro un nuovo e più forte movimento di liberazione nazionale.” (10 aprile 2003).

Solo in aprile l’esercito Usa ha contato oltre 100 morti e 560 feriti tra i militari di stanza in Iraq. Dall’inizio della guerra, nel marzo 2003, i morti americani sono stati quasi 700.

Certo questa cifra è ancora distante dai quasi 50mila soldati americani morti in Vietnam in 10 anni di guerra. Tuttavia le ripercussioni del conflitto in Iraq si fanno già sentire all’interno degli Stati Uniti, dove col passare del tempo l’opinione pubblica sempre meno comprende la necessità di questa guerra. L’amministrazione Bush sta portando avanti una politica di tagli alle spese sociali, e contemporaneamente sta spendendo decine di miliardi di dollari per condurre questo conflitto bellico. La borghesia americana comincia a rodersi le mani per la maldestra scelta di essersi imbarcati in questa guerra che attualmente sta comportando solo problemi. Tuttavia è evidente che per il peso e il prestigio che l’imperialismo americano ha messo in campo per questo conflitto, saranno costretti a restare in Iraq ancora per diverso tempo, addirittura potenziando la loro forza militare con nuovi soldati e nuovi mezzi militari.

Alla lunga questo creerà delle grosse contraddizioni proprio negli Stati Uniti, dove potrà svilupparsi un movimento di protesta contro la presenza dei soldati americani in Iraq. È perciò in questi termini che parliamo del ritorno dello spettro del Vietnam. Infatti anche per quanto riguarda il morale delle truppe americane presenti in Iraq, dobbiamo aspettarci un aumento dell’insofferenza e delle frustrazioni fra questi soldati che sempre meno comprendono le reali motivazioni dell’occupazione militare di questo paese. Con l’intensificarsi delle operazioni militari nelle ultime settimane, è cessato anche il normale ricambio con forze fresche che arrivavano periodicamente in Iraq per sostituire soldati provati dall’“inferno iracheno”. I soldati quindi vedono allontanarsi la possibilità di un rapido ritorno a casa.

Le truppe occupanti si trovano a dover fronteggiare delle milizie irachene motivate e con un obiettivo chiaro: respingere gli stranieri dal loro paese. Questi giovani soldati, che spesso entrano nell’esercito per trovare un lavoro sicuro e per ricevere un buono stipendio, ora si trovano in un paese che non conoscono, dove la maggioranza della popolazione gli è ostile, dove ogni giorno si rischia di morire.

Per sedare la rivolta, gli Stati Uniti metteranno in campo tutta la loro forza militare e può darsi che temporaneamente riescano a contenere questa prima ondata insurrezionale. Oggi vediamo solo delle prime crepe all’interno dell’esercito, tuttavia nel lungo periodo potremo vedere i primi ammutinamenti dentro le forze armate Usa.

“Democrazia in cambio di petrolio” G.W.Bush

Uno degli obiettivi che i falchi di Washington si prefiggevano dall’occupazione dell’Iraq era lo sfruttamento dei pozzi petroliferi presenti in Iraq. Un anno fa assistevamo allo spettacolo vergognoso di un paese che, dopo la caduta di Baghdad, veniva saccheggiato da cima a fondo. I musei venivano depredati da banditi e da disperati che mettevano a ferro e fuoco le case della gente e i negozi, mentre le forze armate americane si preoccupavano esclusivamente di presidiare, armate fino ai denti, i giacimenti e le raffinerie di petrolio.

Ma il sogno americano di arricchirsi con il petrolio dell’Iraq sta entrando in contrasto con l’andamento del conflitto in Iraq. L’instabilità che è presente all’interno del paese mina fortemente la possibilità di un pieno sfruttamento delle risorse energetiche irachene.

I continui sabotaggi degli stabilimenti e degli oleodotti presenti nel paese non favoriscono la normale produzione del petrolio iracheno. Fra gli obiettivi della resistenza Iraqena vi sono proprio gli uomini guardia che presidiano gli stabilimenti. Un vero proprio esercito composto da 15mila mercenari è assoldato da circa 400 società estere per difendere gli stabilimenti delle multinazionali che nell’ultimo anno stanno cercando di approfittare dell’occupazione militare per depredare il paese delle sue risorse. Nelle ultime settimane sono stati rapiti e uccisi decine e decine di questi soldati privati, fra questi anche i quattro uomini di nazionalità italiana. Nei mesi scorsi è stata ripetutamente danneggiata dalla guerriglia la pipeline Kirkuk-Ceyhan che trasporta il greggio al terminale in Turchia.

La KBR, filiale della Halliburton (la multinazionale per la quale ha lavorato Dick Cheney), ha dichiarato che il 30% del suo personale è stato ucciso. Nonostante la produzione oggi sia tornata ad un livello superiore all’era Saddam, con 2,5 milioni di barili al giorno (il sole 24ore, 14 aprile), le raffinerie lavorano in condizioni di estrema difficoltà. Mike Stinson, ex dirigente della Chevron diventato lo zar americano dell’oro nero iracheno, ha dichiarato: “Manca la sicurezza, il primo requisito per la ricostruzione e per gli investimenti.”

Se i profitti della borghesia americana, quindi non coincidono con le aspettative che c’erano prima della guerra, quello che è certo è che i soldi per la ricostruzione dell’Iraq, che venivano fatti dipendere dagli introiti petroliferi, non ci sono e quella miseria destinata per costruire infrastrutture, scuole ed ospedali è assolutamente insufficiente. Questo contribuisce all’esasperazione delle masse irachene che sono precipitate nella miseria e nella completa insicurezza. Oggi in Iraq più del 60% della popolazione attiva è disoccupata in un paese dove il 70% degli abitanti ha meno di 20 anni.

Ogni mese gli Usa spendono 6 miliardi di dollari per mantenere l’occupazione militare in Iraq. Quanti soldi verranno destinati alla ricostruzione dell’Iraq e da chi verranno gestiti? In 5 anni verranno stanziati 18,4 miliardi di dollari che saranno amministrati dall’ambasciata statunitense a Baghdad.

30 giugno: passaggio di consegne?

È ridicolo pensare che cambierà sostanzialmente qualcosa dopo il 30 giugno, data in cui gli americani dicono di voler lasciare il potere agli iracheni. Come già detto i soldi per la ricostruzione verranno controllati direttamente dagli americani. Nei settori chiave come quello idrico, elettrico e delle comunicazioni, i futuri governi iracheni non avranno voce in capitolo. La propaganda degli occupanti parla di passaggio di poteri, ma contemporaneamente gli Stati Uniti hanno da poco avviato la costruzione di 14 basi militari capaci di ospitare 110mila soldati. Questi fatti valgono più di mille parole.

È vero che l’amministrazione Bush ha tentato di mettere in piedi un governo fantoccio (l’Autorità Provvisoria della Coalizione), per presentare alle masse irachene e mondiali il loro intento “democratico”. Tuttavia le masse irachene non hanno una briciola di fiducia in questo governo, dal momento che capiscono fin troppo bene che questi signori altro non sono che dei pupazzi in mano agli Usa.

Senza la forza militare americana questi uomini non potrebbero nemmeno uscire di casa. Quello che abbiamo visto in Afghanistan, dove Karzai sembra essere di fatto più il sindaco di Kabul che il presidente dell’Afghanistan, oggi in Iraq è ancora più evidente: gli Usa non hanno un punto d’appoggio fra la popolazione.

È proprio in questa situazione di difficoltà che l’amministrazione Bush è tornata a chiedere una mano all’Onu. Il 14 aprile Bush lo ha detto chiaramente: “vorrei un’altra risoluzione dell’Onu. Questo potrebbe invogliare altri alleati a impegnarsi nella stabilizzazione del paese.”

Nei piani dell’imperialismo Usa c’è la volontà di sottrarsi in qualche modo dalle zone più calde del paese, per fare entrare nelle città una forza multinazionale come l’Onu che svolga il compito di controllo dell’ordine e dello status quo.

Come al solito l’Onu viene utilizzata dalle potenze capitaliste come foglia di fico per coprire la barbarie della guerra imperialista. Tuttavia non è detto che in questo caso gli Usa riusciranno ad ottenere l’appoggio sperato. Infatti sempre di meno le potenze alleate di Bush saranno in grado di sacrificare allegramente soldati e soldi per una guerra sempre più impopolare e costosa. La fine ingloriosa di Aznar avrà fatto riflettere a lungo i governanti borghesi, che fino a qualche tempo fa erano disposti a seguire il grande capo Bush in qualsiasi impresa della guerra santa al terrorismo.

Ma anche nell’ipotesi più favorevole che gli Stati Uniti ricevano un aiuto per il loro sporco lavoro in Iraq, dobbiamo essere coscienti che per le masse irachene non cambierà assolutamente niente. In primo luogo perché saranno gli americani stessi a voler continuare a tener ben strette le redini dell’Iraq. In secondo luogo perché l’Onu non ha mai risolto nessun tipo di problema delle masse arabe e sfruttate. Basta ricordare che il criminale embargo che la popolazione irachena ha subìto dopo la guerra del golfo del ’91 e che ha provocato oltre un milione di morti, era gestito proprio dalla “umanitaria” Organizzazione delle Nazioni Unite.

Lotta di classe e di liberazione in Iraq

Gli Stati Uniti hanno gettato benzina sul fuoco quando hanno dato l’ordine di arrestare Muqtada Sadr e di vietare la pubblicazione del suo giornale, che accusava l’amministratore americano Bremer di essere un terrorista.

L’autorità di Muqtada deriva dal fatto di essere il figlio di Mohammed Sadiq al-Sadr, un famoso ayatollah sciita ucciso da Saddam nel ’99. Muqtada ha conquistato una certa fama per essersi rifiutato ai tempi della caduta di Saddam di collaborare col governo fantoccio iracheno che gli americani stanno ancora oggi cercando di mettere faticosamente in piedi.

Il suo oltranzismo e il suo odio verso l’occupazione del paese, col passare del tempo lo hanno reso un punto di riferimento per la popolazione che soffre direttamente le conseguenze della guerra.

Quando gli americani hanno cercato di mettere il bavaglio a questa voce di opposizione è scoppiata la rivolta, e le milizie armate di Sadr che potevano disporre all’inizio di circa 3000 uomini, si sono enormemente accresciute in termini di uomini e soprattutto di popolarità. In tutto il paese ci sono state manifestazioni di solidarietà contro l’attacco che gli occupanti hanno sferrato a Sadr. Ci sono stati cortei in favore delle sue milizie anche nelle città kurde di Mosul e Rashad e nella città sunnita di Ramadi. Questo significa che esiste la possibilità di unificare la lotta di resistenza su scala nazionale, evitando quindi il pericolo di dividere il paese su linee etniche, che può sempre rappresentare una via di uscita per l’imperialismo in una situazione di grosse difficoltà.

La forza del movimento insurrezionale a cui abbiamo assistito all’inizio di aprile si basa anche su un collante sociale che unisce tutta la popolazione irachena. I vari reportage dei giornali che testimoniano l’umore delle masse di questo paese ci raccontano di una situazione invivibile, dove le difficoltà economiche non permettono di arrivare ad avere in molti casi nemmeno un pasto al giorno. “Prima si stava male ma ora si sta peggio” è il ritornello che si può leggere più spesso nelle interviste fatte alla gente comune che oggi vive, o meglio sopravvive, nell’inferno iracheno.

Così quando Sadr ha fatto appello sia agli iracheni poveri affinché si battano per liberare l’Iraq, sia alla popolazione americana affinché si batta per fermare il proprio presidente Bush, Bremer e la sua amministrazione hanno avuto particolarmente fretta di mettere a tacere questa voce sovversiva. Sadr non è un certamente un socialista e forse non ha nemmeno una chiara idea di cosa farebbe se arrivasse al potere. Quello che conta però è che si sono viste le potenzialità di fondere la lotta di liberazione nazionale con la questione sociale. Il popolo iracheno lotta per cacciare gli occupanti, ma anche per conquistarsi un futuro degno, per prendere pieno possesso delle risorse del paese. La crescita del movimento di massa mette al centro della lotta le classi sfruttate, i lavoratori, i contadini, i disoccupati, e tanto più si svilupperà, tanto maggiori saranno le possibilità di far crescere all’interno della lotta di liberazione nazionale, posizioni di classe e internazionaliste, che superino le divisioni etniche e religiose. Di fronte a un movimento di questa natura, gli americani e i loro alleati sarebbero costretti ad andarsene. La storia lo dimostra: una cosa è conquistare un paese, un’altra è mantenersi in sella ad un popolo che non vuole essere dominato da potenze stranieri ed ostili. La cacciata degli occupanti potrebbe diventare la scintilla della rivoluzione nell’intero mondo arabo.

Italiani brava gente?

Il nostro compito in Italia è quello in primo luogo di creare le condizioni affinché vengano ritirate immediatamente le nostre truppe. Questo direttamente indebolirebbe la forza imperialista in Iraq. Per farlo dobbiamo avere un obiettivo chiaro: la caduta del governo Berlusconi.

La favola che ci hanno raccontato sul carattere di missione di pace che le nostre truppe starebbero svolgendo oggi in Iraq, si scontra con la realtà dei fatti più recenti di Nassiriya. Il 6 aprile le truppe italiane hanno attaccato dei dimostranti scesi in piazza a sostegno del leader sciita al Sadr che avevano occupato tre ponti della città. Gli italiani hanno ingaggiato una vera e propria battaglia, che è durata per mezza giornata con l’impiego dei blindati per cannoneggiare le posizioni degli insorti. Sono stati esplosi 30mila colpi di armi leggere. I resoconti ufficiali parlano di 15 morti fra gli iracheni, ma altre fonti dicono che è stato un vero e proprio masscro, con oltre cento vittime. E non a caso i filmati dello scontro sono stati posti sotto segreto di Stato.

Il portavoce per le forze armate italiane in Iraq ha dichiarato: “Abbiamo lanciato un’ operazione su larga scala per ristabilire l’ordine pubblico nella città dopo due giorni di rivolta civile”. La provincia di Nassiriya è una delle più grandi del paese ed è collocata in uno dei punti strategici per via dei giacimenti di petrolio di Rumayla ai quali è particolarmente interessata l’Eni. Il contingente italiano è composto da 1800 soldati dell’esercito, da 350 carabinieri e da 700 militari tra Marina e Aeronautica. Siamo fra le nazioni più impegnate in questo conflitto, e fin dall’inizio la nostra presenza è stata fondamentalmente militare. Dal novembre scorso ad oggi il governo ha speso poco più di un milione di dollari in progetti umanitari, mentre per finanziare il prolungamento fino a giugno della missione italiana in Iraq il governo ha approvato lo stanziamento di 220 milioni di Euro (L’Unità, 14 aprile).

L’Italia quindi sta partecipando a questa sporca guerra in tutto e per tutto e persegue gli stessi fini dell’amministrazione Bush: occupare l’Iraq e schiacciare la rivolta del popolo iracheno.

Ai giovani, agli studenti e al movimento operaio italiano spetta il compito di fermare questo governo e di creare una solidarietà internazionalista a favore della resistenza irachena.