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Nonostante il black out dell’informazione, c’è stata una vera e propria esplosione di lotte operaie in questo Iraq presuntamente nuovo e meraviglioso. I bassi salari, le condizioni di lavoro terribili, l’alto tasso di disoccupazione, le ruberie generalizzate, la mancanza di acqua e di elettricità, la soppressione di diritti fondamentali, tutto questo è alla base dell’ascesa della lotta di classe in Iraq.

Le condizioni orripilanti sofferte dalle masse non sono solo la conseguenza della distruzione delle infrastrutture causata dai bombardamenti degli imperialisti. Esse sono esacerbate dalle privatizzazioni, dai tagli fiscali per i ricchi e dalle politiche economiche che puntano a mantenere i salari a livelli di fame per permettere ai padroni giganteschi profitti.

Nel settembre 2003, Bremer stabilì un’ordinanza che permetteva agli stranieri di detenere anche il 100% di un’impresa, con l’eccezione dell’industria petrolifera che è tutt’ora nazionalizzata. La stessa legge permetteva alle compagnie estere di esportare anche il 100% dei propri profitti. Allo stesso tempo, Bremer stabiliva con un’altra legge il taglio delle tasse per i redditi più alti, portandole dal 45 al 15 per cento.

Mentre i lavoratori ricevono salari da schiavi, le compagnie straniere - la maggior parte delle quali sono di proprietà di Bush e dei suoi amici - fanno altissimi profitti non solo attraverso il supersfruttamento dei lavoratori iracheni, ma anche attraverso il metodo noto ai più come “furto garantito”.

Secondo Ariana Aunjung Cha (giornalista del Washington Post), “la Halliburton e altre compagnie Usa hanno ricevuto pagamenti per non meno di un miliardo e 900 milioni di dollari di fondi iracheni in base a un accordo stabilito dall’Autorità di occupazione controllata dagli Usa (…). La maggior parte dei fondi è legata a due accordi controversi che in origine erano stati finanziati con fondi approvati dal Congresso Usa, ma che in seguito vennero girati su fondi iracheni, che vengono gestiti con minori restrizioni e controlli meno rigorosi.” Emerge più volte in queste indagini e rapporti il nome della Kbr (Kellogg Brown & Root Inc.), una sussidiaria della Halliburton. (…)

La lotta per i diritti sindacali

David Bacon, (Foreign Policy in Focus; AlterNet.org, 29 luglio 2004), che ha incontrato recentemente diversi attivisti del movimento operaio in Iraq, ha scritto un resoconto che possiamo riassumere sulle seguenti linee.

Una volta cominciata l’occupazione americana dell’Iraq, un anno fa, i lavoratori iracheni hanno immediatamente cominciato a riorganizzarsi. L’attività sindacale, che è partita da Baghdad, si è anche diffusa nel nord curdo, ma ha trovato il suo centro di gravità nel sud, negli impianti petroliferi ed elettrici attorno a Bassora e nel porto di Um Qasr.

I lavoratori hanno ben presto scoperto che le autorità occupanti avevano un’opinione diversa di cosa implichino i diritti democratici, in particolare i diritti sindacali. non appena l’Autorità provvisoria della coalizione (Apc) si è insediata a Baghdad, ha cominciato con l’applicazione di una vecchia legge del 1987 (varata sotto il regime di Saddam Hussein) che proibiva i sindacati nelle imprese pubbliche, dove erano impiegati la maggior parte degli iracheni. Oltre a ciò, il capo della Apc Paul Bremer ha aggiunto il suo Public Order numero 1 che proibiva qualsiasi dichiarazione che “inciti al disordine civile, alle sommosse o al danneggiamento delle proprietà.” L’espressione “disordine civile” può essere facilmente applicata per esempio all’organizzazione di scioperi. Grazie a queste leggi, i dirigenti della Federazione sindacale irachena così come dell’Unione irachena dei disoccupati, sono stati più volte arrestati.

I bassi salari hanno spinto la ripresa delle lotte sindacali in Iraq, compresi tre scioperi generali nella sola Bassora. Dopo l’occupazione Usa i lavoratori del settore pubblico iracheno ricevevano un salario di emergenza fissato dall’Apc, grosso modo fra 60 e 120 dollari al mese. Successivamente l’ordinanza numero 30 dell’Apc sulla “Riforma dei salari e delle condizioni di impiego dei dipendenti statali” lo scorso settembre, ha abbassato il minimo salariale a 40 dollari e ha eliminato i sussidi per i generi alimentari e la casa.

Per i portuali iracheni dipendenti dall’Autorità portuale di Um Qasr il taglio salariale è stato ancora maggiore quando è stato abrogato il precedente accordo di divisione dei profitti in base al quale i portuali ricevevano il due per cento delle tariffe di scarico.

In ottobre le autorità hanno deciso di pagare gli operai in dinari anziché in dollari, il che implicava una ulteriore e significativa perdita salariale. I portuali hanno deciso allora di organizzare un sindacato.

Il giorno in cui i portuali dovevano eleggere i loro nuovi rappresentanti sindacali, il direttore del porto Abdel Razzaq ha comunicato che le elezioni erano abolite, basandosi sulla legge antisindacale del 1987. In novembre il direttore ha fatto licenziare tre operai per aver tentato di organizzare il sindacato nonostante la proibizione.

Nonostante i tentativi di censurare qualsiasi notizia sullo sviluppo del movimento operaio in Iraq, le notizie di quanto avveniva a Um Qasr sono arrivate fino ai portuali americani. Venendo a conoscenza del licenziamento dei tre portuali, la sezione del sindacato dei portuali di San Francisco (International Longshore and Warehouse, Local 10) ha immediatamente condannato l’azione. “Non siete soli”, ha dichiarato il presidente Henry Graham. “Se i portuali in tutto il mondo vengono a sapere della vostra situazione, potete contare sul loro appoggio”. Il sindacato dei portuali della costa occidentale ha organizzato uno sciopero di un giorno il 20 marzo in solidarietà con i portuali iracheni, in coincidenza con le manifestazioni che in tutto il mondo si tenevano nell’anniversario dell’invasione dell’Iraq.

I lavoratori e i sindacati iracheni hanno spiegato che gli Usa stanno schiacciando i salari per attrarre gli investimenti stranieri, dato che Washington si prepara a privatizzare l’economia irachena. L’amministrazione Bush vede l’Iraq come una leva per imporre i cosidetti criteri del libero mercato in tutto il Medio oriente e l’Asia meridionale. Un anno fa Bush ha piazzato Tom Foley, uno dei responsabili della raccolta fondi della sua campagna elettorale, a capo del settore dell’Apc che si occupa dello sviluppo del settore privato. Il suo compito era chiaro: il 19 settembre 2003 l’Apc pubblicava l’ordinanza numero 39, che permette agli stranieri di possedere fino al 100 per cento delle imprese, con l’eccezione dell’industria petrolifera, e permette l’esportazione completa dei profitti. Foley ha poi proseguito elencando le imprese di Stato destinate alla svendita. Fra queste ci sono cementifici, impianti di fertilizzanti, miniere di zolfo, aziende farmaceutiche e le linee aeree nazionali.

Le previste privatizzazioni e la consegna delle risorse irachene alle compagnie Usa hanno provocato ulteriori lotte operaie. I lavoratori giustamente temono che i nuovi proprietari tenteranno di tagliare i costi attraverso licenziamenti. Le compagnie che hanno vinto lucrosi contratti di ricostruzione stanno già tentando di prendersi il lavoro svolto in precedenza da iracheni. Poiché in Iraq non c’è né sussidio di disoccupazione, né Stato sociale, la perdita di un impiego stabile in un’impresa pubblica condanna una famiglia alla fame e alla miseria.

La lotta contro i contractors

Il conflitto strisciante sui lavori di ricostruzione è arrivato al punto decisivo lo scorso ottobre con uno sciopero selvaggio di due giorni nella raffineria di Bergseeya, vicino a Bassora. La Kbr - ancora loro! - aveva ottenuto un appalto per i lavori di riparazione degli impianti petroliferi, senza neppure una gara per l’assegnazione: niente “libero mercato” quando si tratta di compagnie Usa! La Kbr ha poi fatto subentrare un’azienda kuwaitiana in subappalto, la Al Khoorafi, che impiegava lavoratori indiani e pakistani con salari più bassi. Gli operai iracheni per difendere il proprio posto di lavoro li hanno espulsi dal cantiere e hanno manifestato davanti agli uffici della compagnia. Poi, in dicembre, gli operai della compagnia petrolifera Southern Oil Company (Soc) hanno cominciato a rivendicare salari più alti, proponendo un minimo di 85 dollari al mese. I lavoratori hanno minacciato di entrare in sciopero e di bloccare la produzione petrolifera, aggiungendo che se fossero stati repressi dalle truppe di occupazione si sarebbero uniti alla resistenza armata. La situazione era così tesa che il ministro del petrolio ha preso un volo per Bassora e ha accettato di tornare ai livelli salariali di prima del settembre 2003.

A gennaio è esplosa una protesta analoga nelle centrali elettriche di Najibeeya, Haartha e Az Zubeir, dove gli operai hanno organizzato degli scioperi selvaggi, hanno occupato gli edifici dell’amministrazione, hanno dichiarato non valida la nuova tabella salariale e hanno minacciato di sospendere la fornitura elettrica se i salari non venivano alzati. Ancora una volta il ministero è stato costretto a fare marcia indietro e ad accettare di tornare ai vecchi salari.

Alla fine i sindacalisti della Soc sono riusciti ad ottenere dall’Apc un aumento di salario, oltre a un’indennità ulteriore per chi lavora in località isolate o pericolose. Questo è particolarmente importante considerato che l’infrastruttura petrolifera è spesso bersaglio dell’opposizione armata. In febbraio, dopo un altro sciopero all’oleodotto di Bassora, la tabella salariale della Soc è stata infine adottata in quasi tutti gli impianti del settore petrolifero. Successivamente la lotta si è estesa al settore dell’energia elettrica, con la minaccia di fermare le centrali. I lavoratori di questo settore sono potenzialmente i più forti, poiché la loro azione può paralizzare l’intera economia irachena.

Nuovi sindacati

Sotto il brutale regime di Saddam Hussein i lavoratori erano organizzati in un sindacato di Stato, la Federazione generale dei sindacati iracheni (Gftu). Questa era stata formata da Saddam Hussein nel 1987 come strumento per prevenire qualsiasi tipo di attività sindacale di classe indipendente. Ora questa stessa federazione è direttamente controllata dalle forze occupanti Usa. Ancora una volte vediamo come l’imperialismo Usa faccia buon uso di pezzi del vecchio regime.

Dopo il crollo del vecchio regime sono sorti molti nuovi sindacati. I lavoratori sentono istintivamente il bisogno di organizzazioni che possano controllare direttamente, nonostante i tentativi delle forze occupanti britanniche e americane di soffocare ogni forma di attività sindacale indipendente.

Come risultato di questo processo esistono oggi diversi sindacati in Iraq. Il più grande è la Federazione irachena dei sindacati dei lavoratori (Iftu) costituita il 16 maggio scorso da attivisti del Movimento sindacale democratico operaio, una organizzazione clandestina formata dal Partito comunista sotto il regime di Saddam. L’Iftu è stato creato da 400 militanti sindacali attivi in 12 diversi settori industriali. Tuttavia la direzione della Iftu ha legami con il governo ad interim attuale, il che senza dubbio riflette l’influenza del Partito comunista iracheno [che fin dall’inizio ha collaborato col governo fantoccio insediato dagli Usa - NdT].

L’altra organizzazione è la Federazione di consigli operai e sindacali iracheni (Fwcui), formata l’8 dicembre 2003 da delegati operai di tutto il paese, sotto la direzione del Partito comunista operaio. La terza organizzazione è l’Unione dei disoccupati iracheni (Uui), nata in maggio e affiliata alla Fwcui. La Uui conduce una campagna sulla rivendicazione di “un posto di lavoro per tutti, o un salario ai disoccupati di 100 dollari al mese”.

Questi due sindacati, la Fwcui e l’Uui, raggruppano i militanti più combattivi, il che spiega perché si trovano nel mirino delle forze occupanti. Pochi esempi sono sufficienti. Il 29 luglio i soldati Usa hanno arrestato 21 attivisti dell’Uui per il crimine di aver fatto un presidio con una tenda di fronte al comando Usa per rivendicare posti di lavoro. In novembre il segretario generale dell’Uui, Qasim Hadi, è stato arrestato assieme a un altro dirigente per aver guidato una manifestazione di disoccupati. In dicembre c’è stata un’irruzione di veicoli militari nella sede dell’Iftu che ha portato all’arresto di otto membri della direzione. Il 10 gennaio le truppe britanniche hanno ucciso sei disoccupati e ne hanno feriti otto durante una manifestazione a Imara e il 12 gennaio hanno disperso un’altra protesta nella stessa città. Il 12 gennaio le forze ucraine hano usato i lacrimogeni e sparato colpi di avvertimento per disperdere i disoccupati che manifestavano a Kut, attaccando fisicamente almeno un manifestante. Il 13 gennaio ancora le forze ucraine sparavano ferendo due manifestanti.

Queste organizzazioni sindacali giocheranno un ruolo chiave negli avvenimenti futuri in Iraq. La loro esistenza è la dimostrazione che anche nelle condizioni più difficili e barbariche il movimento operaio può levarsi in piedi e mostrare all’intera nazione una via d’uscita. Purtroppo anche se questi due sindacati raggruppano alcuni fra i migliori attivisti, hanno un gruppo dirigente settario che rifiuta di partecipare al movimento di resistenza armata e di massa contro le forze di occupazione. Questo significa permettere che la direzione della resistenza cada in mano a elementi reazionari come certi settori del clero islamico.

Questo è uno sviluppo negativo e tutti i lavoratori e i giovani in Iraq dovrebbero guardare al vicino Iran per vedere di cosa sono capaci questi religiosi una volta al potere. Anche in Iran il movimento di massa venne deviato dal clero portando all’instaurazione di un regime mostruoso. I lavoratori in Iran cominciano ora a organizzarsi contro quel regime, ma hanno sofferto terribilmente per 25 anni a causa degli errori dei comunisti iraniani alla fine degli anni ’70.

La lotta per costruire dei sindacati indipendenti in Iraq è di grande importanza e tutti i lavoratori dovrebbero gettarsi in questa lotta. Tuttavia lottare solo per questioni economiche significa lasciare il controllo del paese agli imperialisti e al loro governo fantoccio. È necessaria una direzione rivoluzionaria che si basi sul movimento di lotta della classe operaia.

La classe operaia si deve porre alla testa della nazione

La classe operaia, se vuole vincere, deve lottare non solo per i diritti sindacali ma anche nella guerra contro l’occupazione imperialista. Al momento la direzione del movimento di resistenza è prevalentemente controllata dal clero reazionario islamico, e questo significa che il movimento non ha la stessa influenza sulle truppe Usa e sul movimento Usa che poteva avere la lotta di liberazione del Vietnam.

Il movimento di resistenza in Iraq necessita della direzione della classe operaia. Sotto una direzione operaia e internazionalista il processo sarebbe molto più rapido e più chiaro. I marxisti in Iraq devono partecipare a tutte le forme di lotta per costruire un partito operaio rivoluzionario che possa conquistare una posizione dirigente fra le masse. Purtroppo entrambi i partiti operai si sono sottratti da qualsiasi forma di resistenza armata; il Partito comunista iracheno perché partecipa al governo fantoccio, il Partito comunista operaio perché non vede la contraddizione fra il movimento di resistenza e la sua direzione reazionaria.

I marxisti si oppongono agli atti di terrore individuale e devono considerare la guerriglia in Iraq come una tattica che va subordinata alla lotta rivoluzionaria della classe operaia. Il popolo iracheno ha tutto il diritto e anzi il dovere di lottare per espellere gli eserciti imperialisti dal proprio paese, ed è un compito elementare dei marxisti sostenere il popolo iracheno nella sua lotta contro l’imperialismo. Quello che diciamo è che non basta dichiarare un sostegno generico, dobbiamo indicare una via d’uscita. Pur sostenendo la resistenza, non appoggiamo i dirigenti reazionari che tentano di deviare il movimento allontanandolo da una politica di classe. La tattica della guerriglia è oggi necessaria in Iraq, ma non può sostituire la lotta della classe lavoratrice nelle fabbriche, nei sindacati, con scioperi, manifestazioni, fino alla lotta per il potere politico. È necessario combinare la lotta per le riforme e le azioni militari con un programma di transizione che indichi lo sbocco dell’insurrezione di massa e della conquista del potere da parte della classe operaia.

Alla lotta per le rivendicazioni salariali si devono unire rivendicazioni quali il controllo operaio delle industrie di Stato, l’esproprio delle compagnie straniere, la formazione di una milizia operaia basata su comitati d’azione nelle fabbriche e legati in una struttura nazionale democratica che si ponga alla direzione del movimento.

Guidata da un partito rivoluzionario e internazionalista, la classe operaia irachena sarebbe allora nelle condizioni di rivolgersi anche ai soldati delle truppe occupanti, la maggior parte dei quali sono giovani di famiglie povere, che detestano i mentitori che li hanno inviati in Iraq. Ad essi si deve dire che non sono loro il nemico, ma che il vero nemico sono gli imperialisti che li hanno inviati a uccidere e a morire in Iraq per i loro interessi egoistici. Una direzione rivoluzionaria farebbe anche appello ai lavoratori e ai contadini dell’intera regione affinché si uniscano alla lotta contro l’imperialismo e contro tutti i regimi arabi dispotici che non sono altro che agenti locali dei loro padroni imperialisti. Farebbe appello a rovesciare questi regimi e a costruire una federazione socialista nell’intero Medio Oriente.

Un partito rivoluzionario, infine, farebbe appello ai lavoratori di tutto il mondo, in particolare americani e britannici: “La nostra lotta è la vostra lotta. Unitevi a noi cacciando dal potere tutti gli imperialisti, che siano repubblicani o democratici, e sostituiteli con il governo della nostra classe!”.

22 agosto 2004

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