Breadcrumbs

Tre anni fa, il 18 marzo 2003, una pioggia di fuoco e di metallo si è abbatteva sull’Iraq. Poche settimane dopo, il primo maggio, crollato il regime di Saddam Hussein, un trionfante George W. Bush dichiarava al mondo la sua vittoria e la fine della guerra. Questa dichiarazione passerà probabilmente alla storia tra le memorabili fanfaronate di chi, accecato dalla sua stessa propaganda, ha scambiato i propri desideri per la realtà.

Il gioco pericoloso degli strateghi Usa di fomentare le rivalità e le divisioni di carattere etnico e religioso, indebolire le istituzioni statali centrali a favore dell’autonomia di tre macrozone (a maggioranza curda, sunnita e sciita) per scongiurare la saldatura di un fronte comune della massa della popolazione contro l’invasore ha portato all’esplosione della violenza settaria a seguito del recente attentato alla moschea dorata, uno dei luoghi più sacri per gli sciiti.

La caccia all’uomo che ne è seguita ha causato centinaia di morti in poco meno di una settimana. Tale reazione non riflette l’orientamento delle larghe masse sciite, più inclini a lottare contro le forze d’occupazione che contro la popolazione sunnita. I massacri a quanto pare sono stati organizzati e fomentati dalla milizia del Consiglio supremo della rivoluzione islamica (Sciri), il principale partito sciita al governo, che controlla il ministero degli interni.

Da mesi si infittiscono le denunce che sotto l’occhio indifferente degli Usa e con la complicità delle autorità agiscano delle vere e proprie squadre della morte agli ordini del ministro degli interni Bayan Jabor.

Non si è trattato della temuta esplosione della guerra civile. Questi avvenimenti devono però darci una maggiore consapevolezza di cosa sarebbe possibile se la situazione degenerasse ulteriormente. Tale sviluppo non è assolutamente da escludere, anche se al momento è stato bloccato dall’accordo tra il leader radicale sciita Moqtada al-Sadr e l’Associazione degli Ulema sunniti (il più importante organismo politico-religioso sunnita).

Fallimento politico dell’imperialismo

La situazione per le truppe d’occupazione è andata progressivamente peggiorando. I soldati americani rimasti sul terreno sono ormai più di 2.300, oltre cento i britannici, ma il conto dei feriti che hanno riportato invalidità permanente o dei soldati che ne sono usciti con la psiche distrutta è di un ordine di grandezza dieci volte superiore. Tali cifre sarebbero trascurabili dal punto di vista delle potenze imperialiste, se non fosse per il fatto che ogni bara, ogni ferito che ritorna negli Usa è una denuncia contro la politica del governo Bush già screditato dallo scandalo dell’uragano Katrina.

Ogni conteggio delle vittime irachene è approssimativo e ipotetico, a conferma che i morti iracheni contano meno degli altri in questa guerra, asimmetrica in ogni suo aspetto.

Alla mitologia della missione civilizzatrice e portatrice di pace delle forze della coalizione (a cui sembra credere ormai solo Berlusconi e qualche esponente dell’Unione più realista del re) si è imposta una realtà di guerra.

In realtà, il disimpegno Usa dall’Iraq sarebbe interpretato come una vittoria dalle masse irachene, quindi al di là delle dichiarazioni estemporanee non è all’ordine del giorno e se dovesse avvenire potrà solo preannunciare una rotta epocale, un tracollo delle strutture del settore collaborazionista della classe dominante irachena di fronte ad una rivoluzione.

La natura della resistenza

In una prima fase i resistenti furono descritti come gruppi di “nostalgici di Saddam” che si erano uniti ai terroristi di Al-Qaeda. Poi si è tentato di sostenere che la resistenza riguardasse solo una parte della popolazione irachena, quella sunnita, ma ne fossero immuni kurdi e sciiti. Oggi si dice che si tratta di pazzi fanatici religiosi.

La realtà è che gli attacchi a matrice terrorista riconducibili alle forze fondamentaliste come Al-Qaeda non sono che il 10% del totale, mentre le principali componenti del movimento di resistenza rigettano la tattica terrorista di Al-Qaeda come controproducente.

L’idea che la resistenza irachena sia dominata da pazzi fondamentalisti è artefatta e completamente priva di fondamento, anzi è proprio fra le autoritàà religiose sciite che sono stati reclutati la maggior parte degli esponenti disposti a collaborare con gli occupanti.

Il fulcro principale della resistenza poggia sulle spalle di ex ufficiali e soldati dell’esercito iracheno costretti alla clandestinità e di esponenti del partito Ba’ath, dichiarato fuorilegge dopo il disfacimento del regime di Saddam. Tali forze si riuniscono nel Movimento dei liberi ufficiali che si ispira alla tradizione della rivoluzione egiziana del 1958 quando un settore delle forze armate guidato da Nasser rovesciò la monarchia. Ad essi si uniscono l’Alleanza patriottica irachena e l’Unione popolare, una scissione del Partito comunista iracheno (colpevole di essersi prestato alla collaborazione con gli occupanti angloamericani).

La maggioranza delle formazioni guerrigliere rigetta gli attacchi contro la popolazione civile o i luoghi di culto, i rapimenti, ritenuti controproducenti, e privilegia gli attacchi alle forze d’occupazione, alla polizia e all’esercito iracheni e alle autorità collaborazioniste. Da queste formazioni potrebbe nascere un Fronte di liberazione nazionale nei prossimi mesi, proprio sulla base del rifiuto della tattica terroristica di Al-Qaeda ed affini, che di fatto converge con l’imperialismo Usa nell’obiettivo di provocare uno scontro sanguinoso su basi etnico-religiose.

Come marxisti ci opponiamo con tutte le nostre forze alla prospettiva di una partizione dell’Iraq su basi etnico-religiose.

L’insurrezione sciita dell’aprile 2004 ha scosso profondamente tutte le certezze dell’amministrazione Bush. Settori importanti delle forze di sicurezza irachene addestrate ed armate dagli Usa in quel frangente disertarono o si sottrassero allo scontro con la popolazione insorta, quando non presero apertamente le armi per combattere gli occupanti.

Oltre ad un sottile strato della classe dirigente, disposta a collaborare con gli occupanti entro certi limiti e a certe condizioni, ogni organo del nascente Stato iracheno si è sviluppato in modo rachitico come escrescenza dell’Amministrazione coloniale.

Un rapporto presentato a fine febbraio dal Pentagono al Congresso Usa rivela che nonostante le ingenti somme profuse per l’addestramento, nessun reparto dell’esercito iracheno è in grado di combattere senza il sostegno di truppe Usa. Come stupirsi? Il compito istituzionale di questo esercito è precisamente quello di essere carnefice della stessa popolazione irachena.

Ogni tentativo di liquidare la resistenza ha sortito l’effetto opposto. Secondo stime recenti essa conterebbe oggi su 400mila effettivi, il suo massimo storico.

Il ritiro immediato delle truppe italiane dall’Iraq deve essere quindi ribadito come obiettivo fondamentale del movimento contro la guerra, a partire dal movimento dei lavoratori e delle sue organizzazioni. Un obiettivo su cui misureremo anche quali interessi deciderà di difendere un probabile prossimo governo dell’Unione.

 10-03-2006

Joomla SEF URLs by Artio