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Torture, assedi e bombardamenti

“Conquisteremo i cuori e le intelligenze del popolo iracheno”

(George W. Bush prima dell’attacco all’Iraq del 20 marzo 2003)

Abu Ghraib. Avrebbero fatto guerra all’Iraq anche per cancellare l’orrore di queste prigioni, in cui Saddam Hussein torturava decine di migliaia di uomini e donne stipati in celle di meno di quattro metri per quattro. Questo dicevano gli imperialisti.

Non sono state trovate armi di distruzioni di massa? Al Qaeda non aveva alcuna base e nessuna protezione in Iraq? Nessun problema, la guerra ha comunque liberato l’Iraq da un dispotico tiranno, portando al popolo iracheno tutti i benefici della democrazia e della civiltà occidentale. Questa era la sola giustificazione che Bush e i suoi alleati potevano ancora utilizzare per continuare a nascondere la realtà di un atto di palese aggressione contro quello che si supponeva fosse uno stato sovrano. La crescente resistenza popolare che si è andata diffondendo casa per casa in tutte le città del paese e che si esprime ormai non solo attraverso gli attacchi “mordi e fuggi” e i sabotaggi della guerriglia, ma anche attraverso la partecipazioni delle masse a cortei, manifestazioni, insurrezioni di piazza, pone gli imperialisti di fronte alla necessità di aumentare l’uso della forza allo scopo di cercare il modo di mantenere il controllo della situazione. Ciò significa inviare più truppe, riprendere i bombardamenti, assediare le città cadute nelle mani degli insorti, uccidere più iracheni, torturare quelli catturati.

“Ammettere ciò che non si può negare, limitare la portata dello scandalo”

Questo slogan riassume la linea con cui il governo Bush e le autorità militari statunitensi hanno cercato di muoversi sin dall’inizio nell’ambito dello scandalo sulle torture ai detenuti iracheni. La macchina della propaganda è intervenuta non senza mostrare un certo imbarazzo nel dover spiegare al mondo perché i metodi dell’esercito che doveva “liberare” l’Iraq sembrassero ricordare così da vicino quelli della polizia politica di Saddam. “E’ accaduto, ma è stato il lavoro di alcune mele marce, abusi perpetrati da un gruppo di sadici”. Questo è quanto ci hanno detto e ripetuto più volte. Tuttavia, è emerso dalle denunce provenienti dagli stessi militari, che i prigionieri venivano interrogati da agenti dell’intelligence militare e della Cia, i quali, a loro volta, chiedevano alle guardie del carcere di “provocare nei prigionieri condizioni fisiche e psicologiche propizie agli interrogatori”, condizioni tali da fiaccare qualsiasi volontà di resistenza da parte dei detenuti. Le testimonianze dei militari sono avvalorate dai rapporti del Generale Taguba. Scritti che risalgono al mese di febbraio e che sarebbero dovuti restare top secret, ma di cui il New Yorker è riuscito ad entrare in possesso. Quasi certamente, senza la coscienza e il grande coraggio personale del soldato che ha spedito le foto degli abusi alla Cbs, anche il rapporto di Taguba sarebbe stato sigillato per sempre nei cassetti di Rumsfeld. Ma non è tutto, quando il comitato internazionale della Croce Rossa, due mesi prima che venissero diffuse le foto incriminate, chiese spiegazioni circa i “trattamenti” a cui erano sottoposti i prigionieri, i funzionari dei servizi segreti americani risposero che si trattava di “normale procedura”. In un rapporto della Croce Rossa dello scorso ottobre, rimasto segreto fino ad oggi, possiamo leggere cosa prevedeva la “normale” procedura: i prigionieri venivano “picchiati, ammanettati con lacci stretti, umiliati, minacciati, costretti a restare sotto il sole cocente per molto tempo, privati del sonno, del cibo e dell’acqua. Alcuni erano costretti a restare nudi, altri a vestire biancheria intima femminile”. Ma l’imperialismo non ha potuto far altro che sorvolare su tutto questo. Ammetterlo sarebbe stato impossibile perché troppo pericoloso per l’impatto che ciò avrebbe potuto avere sull’opinione pubblica americana ed inglese. Bisognava dunque limitarsi solo a qualche scusa condita dalla solita arroganza di Bush: “In una democrazia non può essere perfetta ogni cosa. E’ possibile fare degli errori”. Cosa accadrà adesso? Probabilmente, alla fine di tutto questo, specie se la crisi dovesse peggiorare, uno o due politici e qualche ufficiale militare saranno dimessi. Tuttavia, non significherà la fine di ogni sciagura per il popolo iracheno. La verità e che la tortura “democratica” non è rara e non riguarda neanche il solo Iraq.

Una barbarie diffusa

L’imperialismo Usa ha messo in piedi quello che effettivamente possiamo definire un gulag. Si estende dalle prigioni dell’Afghanistan a quelle in Iraq, da Guantanamo sino alle prigioni segrete della Cia sparse in giro per il mondo. Sappiamo che in Afghanistan 25 uomini sono morti a causa di torture inflitte da civili al lavoro per le società a cui erano stati affidati gli appalti di gestione delle carceri, senza che nessuno di questi sia stato rimosso dal suo incarico. Mentre il famigerato centro della baia di “Guantanamo”, il lager per sospetti terroristi di Al Qaeda, sembra ormai un modello esemplare, visto che, secondo lo stesso comandante Miller, responsabile della struttura, 22mila interrogatori con torture sono stati realizzati in soli 18 mesi. C’è di più, lo stesso Miller dopo una visita in Iraq nel settembre scorso, è diventato responsabile del sistema carcerario iracheno, offrendo ai responsabili di Abu Ghraib alcuni “suggerimenti per rendere gli interrogatori più efficienti”. L’efficienza di questi interrogatori è assicurata dal rispetto delle norme contenute nell’Army Field Manual, una sorta di codice segreto che descrive 50 diverse “tecniche coercitive”, approvate, caso per caso, direttamente dal segretario alla difesa Rumsfeld.

Ogni giorno, nuovi dettagli emergono circa gli “abusi” sui prigionieri, rendendo evidente come le torture non siano solo un caso isolato ad Abu Ghraib, bensì una pratica diffusa in tutti i centri di detenzione gestiti dalle forze di coalizione, dal nord al sud dell’Iraq. Ogni giorno si moltiplicano le denunce contro comportamenti inumani compiuti da parte di soldati britannici mentre anche il carcere di Nassirya, supervisionato dai soldati italiani, è stato teatro di orrori ed omicidi, segnalati e denunciati da diversi militari, come riferito dal colonnello Burgio, senza che mai il comando e il governo del proconsole Bremer avessero preso la decisione di intervenire, avallando di fatto ogni tipo di pratica bestiale.

Terrorismo di Stato

“È legittimo stressare i prigionieri, privarli del sonno, tenerli in posizioni stancanti”
(Donald Rumsfeld, Ministro della difesa USA)

Abbiamo visto questo genere di cose molte volte: nell’Europa occupata dai nazisti, nella Cisgiordania calpestata dagli anfibi dell’esercito israeliano, nell’Irlanda del Nord alla mercé dell’esercito inglese, nell’Algeria sotto la dominazione coloniale francese. È parte della condotta normale di una brutale forza di occupazione che cerca disperatamente di mantenere il suo controllo attraverso una politica di terrore. Ciò che è particolarmente ripugnante in tutto ciò, è il fatto che i signori Bush, Blair e Berlusconi abbiano invaso l’Iraq con la promessa di portare benessere e democrazia al popolo di questo paese. Ora possiamo vedere la realtà di questa promessa: il loro vero nemico non è più Saddam, il cui apparato statale si è dissolto come neve al sole, ma il popolo stesso che lotta contro la rapina dei “civilizzatori” che in un anno hanno solo portato ordinativi per le proprie multinazionali, lasciando la popolazione senza lavoro, acqua, elettricità, strutture sanitarie e scolastiche. Per le gerarchie militari degli eserciti occupanti, la lotta contro un nemico che si organizza, conquista città, coinvolge le masse, si mantiene unito superando le divisioni etniche e religiose (su cui tanto hanno soffiato gli imperialisti in questi mesi), è una lotta che richiede un aumento della repressione e della ferocia. Nel loro fervore “liberatorio” questi signori non hanno solo torturato e massacrato nelle carceri. Il terrore in queste settimane è stato “donato” alla popolazione irachena anche sotto forma di bombardamenti indiscriminati e di assedi “medievali” alle città ribelli di Falluja, Najaf e Kerbala. Ma pochi commentatori occidentali hanno trovato il modo di indignarsi per il cumulo di macerie in cui è stata ridotta la città di Falluja e per le oltre 800 vittime provocate da questa rappresaglia.

Come Guernica

Il 22 marzo un gruppo di abitanti della città di Falluja uccide quattro guardie private americane. Una settimana dopo, usando questo episodio come pretesto, le forze americane avviano una vera e propria “punizione collettiva” da infliggere alla gente di Falluja. Sicuramente, questo attacco era stato premeditato ed organizzato da diverso tempo ed esprimeva il desiderio dell’esercito Usa di sconfiggere quello che sembrava essere il centro più attivo e militante della guerriglia irachena. Proprio come Hitler cercò di spezzare la resistenza del popolo Basco con il bombardamento di Guernica, la sua antica capitale, così George Bush sperava di poter fare di Falluja un “esempio” terribile di ciò che sarebbe potuto accadere ad altre città irachene se queste avessero pensato di insorgere in armi contro i loro “liberatori”. I comandanti dell’operazione erano sicuri che il nemico, terrorizzato dalla potenza di fuoco e dalla tecnologia dell’esercito americano, si sarebbe rapidamente arreso, permettendo l’entrata trionfale dei “liberatori” nella città. Hanno dovuto ricredersi. La resistenza di tutta la popolazione, casa per casa, ha frenato l’esercito dello stato imperialista più forte al mondo, alle porte della città per più di un mese. Ma il prezzo da pagare per la popolazione civile di Falluja è stato tremendo. Più di 800 persone sono state uccise, tra queste anche molte donne e bambini, mentre l’assedio “medievale” portato alla città dai “liberatori” non ha permesso o ha ritardato le operazioni soccorso, senza tralasciare l’infamia degli ospedali e delle ambulanze bombardate dagli elicotteri americani. L’inaspettata determinazione della resistenza di Falluja e le conseguenze politiche dell’azione militare, che ha contributo ad infiammare la rivolta nel sud del paese, ha costretto gli americani a negoziare una tregua con i leader locali e a ritirarsi dalla periferia della città. Gli americani sono stati quindi obbligati a ritornare alle armi delle astuzie e degli inganni, abbandonando l’uso della forza brutale. Questo episodio ha rappresentato una vera e propria umiliazione per gli americani perché ha fatto vedere al mondo intero che, anche da un punto di vista militare, l’imperialismo Usa non è invincibile. Da una prospettiva futura, la battaglia per Falluja segnerà un punto di svolta nella guerra in Iraq, così come l’offensiva del Tet lo fu per la guerra in Vietnam.

L’occupazione sotto scacco

Probabilmente, ora cercheranno di isolare Falluja gradualmente, resistendo alla tentazione di lanciare un attacco definitivo. Tuttavia, anche questa possibilità rimane un’illusione. Infatti, anche per Najaf e Kerbala, le forze di occupazione, avrebbero voluto adottare una tattica di assedio, anziché un’aggressione diretta, convinte a ciò dalla sconfitta subita a Falluja. La loro condotta era diretta a chiudere gli accessi alle città e quindi esasperare e logorare la popolazione che si sarebbe dovuta rivoltare, con l’aiuto dello Sciri, il partito filo-iraniano e collaborazionista, contro le milizie di Al Sadr, il giovane leader delle milizie Al Mahdi. Sembra addirittura che a Teheran avessero preso in considerazione la possibilità di utilizzare le milizie “Al Badr” legate allo Sciri, provocando così una guerra civile tra gli sciiti. In realtà, ad essere rimasto sempre più isolato è proprio lo Sciri che si è trovato di fronte ad una vasta opposizione politica e sociale, mentre Al Sadr, grazie alla sua, finora, coerente linea politica anti-occupazione, è riuscito a coalizzare attorno alle sue milizie la popolazione, e specialmente i tantissimi disoccupati, di Najaf, Kerbala, Sadr City. Alla fine, il 14 maggio, gli americani, di fronte al palese fallimento della tattica di assedio e all’intensificarsi delle attività della resistenza, si sono trovati costretti ad intervenire militarmente contro le milizie di Al Sadr passando ad ingaggiare battaglie sanguinose che, nel momento in cui scriviamo, hanno solo sortito l’effetto di far divampare nuovamente l’incendio della rivolta a Baghdad e in tutte le città del sud del paese, compresa Nassiriya dove la resistenza ha la città sotto controllo e assedia la base dei soldati italiani. Intanto, si rafforza sempre più il carattere nazionale e non religioso della rivolta come sottolineato anche dall’incontro avvenuto a Najaf tra rappresentanti della resistenza di Falluja, città sunnita, e uomini di Al Sadr, sciiti. La delegazione è arrivata a Najaf con un carico di aiuti umanitari trasportato da nove camion. Sui camion erano stati messi striscioni su cui si poteva leggere: “Il cuore degli abitanti di Falluja è con la popolazione di Najaf”.

La diplomazia alla ricerca della copertura Onu

La situazione finora descritta rivela per intero l’aggrovigliarsi della crisi della strategia anglo-americana. Per questo motivo stanno aumentando gli intrighi diplomatici. La crescente disperazione di Washington e Londra si esprime nell’appello ad intervenire rivolto all’Onu. Lakhdar Brahimi, inviato speciale dell’Onu, è tornato da un viaggio di 11 giorni in Iraq, con un piano per il dopo 30 giugno, data in cui dovrebbe avvenire il cosiddetto “passaggio dei poteri” agli iracheni. Secondo questo piano l’autorità provvisoria formata dalle forze della Coalizione, dovrà essere revocata. Al suo posto subentrerà una squadra di tecnocrati, scelti dalle Nazioni Unite dopo aver ascoltato il parere dei leader che siedono attualmente nel governo provvisorio. Questo governo dovrà poi traghettare l’Iraq verso le elezioni che si dovranno tenere nel 2005. In realtà, il Wall Street Journal ha pubblicato un inchiesta che ha rivelato cosa veramente si cela dietro questa farsa. Il nuovo governo, infatti, non avrà né il controllo della sicurezza, né potrà predisporre alcun organismo o meccanismo di controllo sugli investitori esteri. Le leve del potere economico resteranno quindi saldamente in mano agli Usa e alle imprese americane. È chiaro, quindi, che nella migliore delle ipotesi, una risoluzione Onu non incoraggerà certo paesi come la Francia, la Germania e la Russia, che finora si sono tirate fuori dall’avventura in Iraq, ad inviare proprie truppe, specie in un momento così delicato dal punto di vista militare com’è quello attuale. Ciò accade mentre non solo la Spagna, ma anche altri stati più piccoli come l’Honduras, la Repubblica Dominicana, il Kazakistan e il Nicaragua hanno annunciato il ritiro delle loro truppe. In realtà gli unici paesi che, oltre agli Usa, mantengono un consistente numero di soldati in Iraq, sono la Gran Bretagna e l’Italia. In Gran Bretagna, il governo è in tale difficoltà che Blair si è addirittura dichiarato pronto a farsi da parte per non danneggiare il Labour alle prossime elezioni, mentre il sempre più diretto coinvolgimento anche delle truppe italiane nella repressione della rivolta irachena, non farà che aumentare le pressioni sul governo Berlusconi e sull’opinione pubblica. Per gli Stati Uniti e per i suoi principali alleati non vi è quindi una via d’uscita diversa da quella che richiede l’invio di sempre più soldati. L’Onu, come accaduto altre volte, potrà forse fornire “legalità” e “giustificazione” agli Usa (e in Italia ne sarebbe contento anche Fassino che recentemente ha dichiarato che i caschi blu non avrebbero commesso torture; evidentemente il segretario Ds non ricorda i tristi episodi di stupro e di violenza di cui si resero responsabili anche i militari italiani in Somalia). Tuttavia, gli Usa si troveranno ancora costretti a doversi sbrigare da soli la “patata bollente”. Questo aumenterà esponenzialmente i loro problemi. Il morale delle truppe sta velocemente cambiando. Il numero di disertori e di obiettori di coscienza aumenta. Il Pentagono ha accuratamente evitato di pubblicare i dati relativi, ma il solo corpo della Marina ha denunciato 1.113 casi di diserzione nel 2003, mentre nel 2004, a marzo avevano già disertato in 384 (Fonte: The Guardian). Allo stesso modo, anche l’umore delle masse americane si sta modificando. I sondaggi più recenti rivelano che ora la maggioranza delle persone desidererebbe che le truppe si ritirassero e questo sentimento avrà un forte impatto sulle prossime elezioni presidenziali. È chiaro comunque che non sarà l’elezione di Kerry a garantire il ritiro delle truppe. Tuttavia, la guerra in Iraq, combinata con gli effetti di una profonda crisi economica, sta fortemente radicalizzando i lavoratori e i giovani non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. L’intensificarsi della lotta di classe in Usa e in Europa, e l’approfondirsi di una genuina lotta di liberazione nazionale in Iraq, porranno le basi non solo per la cacciata degli imperialisti dal suolo iracheno, ma anche per un nuovo periodo di rivoluzioni in tutto il mondo.

Per il ritiro di tutte le truppe dell’Iraq !
Lottiamo contro l’imperialismo e il capitalismo, causa di tutte le guerre e della miseria nel mondo!

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