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La commissione d’inchiesta sulla morte di Nicola Calipari ha visto la definitiva rottura fra Italia e Usa quando il 25 aprile il Pentagono ha reso pubblica la versione di propri rappresentanti.

Secondo i militari americani, l’automobile che portava Giuliana Sgrena e Calipari all’aeroporto di Bagdad non ha rispettato l’alt, viaggiava a velocità elevata e i soldati del check point hanno rispettato alla lettera le consegne. Una versione completamente opposta a quella data dalla stessa Sgrena e dall’autista dell’auto italiana, il quale ha dichiarato che l’auto procedeva a 40-50 kmh e che il fuoco sarebbe stato aperto senza alcuna intimazione. Nonostante tutti gli sforzi della diplomazia i due rappresentanti italiani nella commissione non hanno firmato il rapporto finale.

Emerge con grande chiarezza il dato politico fondamentale: per i comandi americani è inconcepibile che dei militari Usa siano giudicati da una corte che non sia espressa dalle stesse forze armate americane; neppure per l’uccisione di un alleato; neppure se a richiederlo è un governo amico (meglio: servile) come il governo Berlusconi. Si ripete il film già visto all’epoca del Cermis.

In base a questo stesso ferreo principio, la vergogna delle torture nel carcere di Abu Ghraib si è chiusa pochi giorni addietro con la condanna di qualche pesce piccolo e l’assoluzione per tutti gli alti comandi delle truppe di occupazione.

Questo è l’esito di casi noti, di cui si è dibattuto sotto gli occhi dell’opinione pubblica e dei media. Non è difficile immaginare quale sia il livello di arroganza e di abusi che vengono commessi al riparo da occhi indiscreti, nella prassi quotidiana dell’occupazione, dei posti di blocco che sparano a raffica “secondo le consegne”, o nei confronti di quei 17mila iracheni tutt’ora detenuti nelle carceri militari, dei quali oltre 10mila in mano direttamente alle forze d’occupazione.

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