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Anticomunismo, integralismo cattolico, odio per la Cgil, adorazione del Capo e criminalizzazione degli immigrati, elogio del libero mercato, presidenzialismo, piduismo e pure un certo fetore di fascismo. La nascita del Popolo della Libertà (Pdl) non ha fatto mancare nulla di tutto ciò. An si scioglie mettendosi a tempo pieno al servizio di Berlusconi. L’Osservatore Romano, organo del Vaticano, si rallegra perché il PdL sarà un baluardo del tradizionalismo. La svolta autoritaria c’è. Come contrastarla?
Dalla vittoria del centrodestra alle elezioni dell’aprile 2008 Berlusconi non ha trovato quasi ostacoli. Soltanto il movimento in difesa della scuola pubblica, nell’autunno, lo ha temporaneamente messo in difficoltà. Questo passare di vittoria in vittoria, non solo elettoralmente, ha prodotto un certo sconforto a sinistra. “Né ridere, né piangere, ma comprendere”, scriveva Spinoza, un filosofo ebreo del ‘600. Per prima cosa, infatti, bisogna comprendere con che cosa abbiamo a che fare. Franceschini e Bersani, come altri dirigenti del Pd, sostengono che la nascita del PdL è un passo in avanti importante per la razionalizzazione e la semplificazione del sistema politico italiano e si augurano un dialogo con Fini.

Con ciò dimostrano di essere impregnati fino alle ossa del disgustoso galateo politico da pacificazione nazionale da tempo in voga ma anche altre due cose:

1- il Pd di Franceschini continua a perseguire l’obiettivo di un bipolarismo che schiacci la rappresentanza politica dei lavoratori.

2- a vaneggiare, come un accademico liberale, sulla nascita di una destra “normale” in un paese “normale”.

I dirigenti del Pd sembrano essere i politici che meno vedono, o vogliono vedere, la crisi internazionale del capitalismo. Tutto si deve adeguare al loro schema di “normalità”, altrimenti che vada al diavolo la realtà!

In realtà, il Pdl è l’affermazione di un coacervo reazionario che esprime senza metafore l’odio della classe dominante verso i lavoratori e chiunque provi ad alzare la testa e lottare. L’omaggio di Berlusconi a Bettino Craxi è un riconoscimento al politico socialista che ruppe col Pci, attaccò la scala mobile, iniziò a parlare di presidenzialismo e di sdoganamento del Movimento sociale italiano (Msi). La campagna contro i dipendenti pubblici, lo scontro sul caso Englaro, l’accordo separato, il decreto legge sulla sicurezza e la tolleranza verso l’estrema destra neo-fascista sono terreni su cui questa svolta a destra oggi si concretizza in un attacco dalla dimensioni profonde. Che davanti a questo scenario D’Alema speri di contrapporre un Fini conservatore in giacca e cravatta, ad un Berlusconi reazionario becero è sintomo della bancarotta politica del Pd. Peraltro, sul testamento biologico Fini è già stato messo sotto dal “dibattito” congressuale del Pdl mentre sugli immigrati Berlusconi non esiterà a far prevalere le sue posizioni anche appoggiandosi alla Lega Nord. Fini sarà più volte costretto a fare marcia indietro. Berlusconi interpreta una risposta coerentemente di destra e antioperaia alla crisi economica del capitalismo, individua nemici e capri espiatori (la Cgil, gli immigrati, i dipendenti pubblici, ecc.) da offrire come collante alla sua base sociale fatta di padroni grandi e piccoli e da utilizzare come cortina fumogena per confondere la rabbia dei lavoratori. In questo contesto economico e sociale ogni posizione intermedia che gli si contrapporrà, anche all’interno del suo partito, sarà spazzata via.

Lo scioglimento di An e Fini

Nel Pdl comanda Berlusconi. Questo lo sanno anche gli ex “colonnelli” di An. Nessuno di loro parla più di attacco a due punte, Berlusconi e Fini, o di diarchia. Lo stesso Fini, chiudendo il congresso di scioglimento di An, ha detto che non ci sarà alcuna corrente organizzata all’interno del nuovo partito. Questo esito non ha trovato resistenze significative all’interno di An. Chi prevedeva fronde identitarie è stato smentito. Una ragione c’è. La confluenza nel Pdl realizza, con le dovute peculiarità, un disegno strategico coltivato sin dagli anni ’50 da una parte del Msi e che caratterizzò la segreteria di Almirante, con l’assorbimento nel Msi dei monarchici e di qualche generale: inserirsi stabilmente nella politica borghese ufficiale diventando il partito d’ordine di riferimento della borghesia italiana. Finché esisteva la Dc questo era impossibile. La formazione del Msi-Dn (destra nazionale) fu un insuccesso; nel 1976 la metà del gruppo parlamentare missino fondò Democrazia Nazionale sperando di sedersi al tavolo con la DC ma sparì nel nulla. L’isolamento non era ancora finito. Quando La Russa gongola sulla nascita del “partito di tutti gli italiani” non fa altro che riprendere teorizzazioni missine sulla necessità di un più ampio partito dell’ordine, in grado di reprimere lavoratori e studenti combinando manganello e potere spirituale del clero. Certo, il partito degli eredi del fascismo entra nel Pdl come forza gregaria di Berlusconi e non come soggetto politico egemone. Se FareFuturo Online, giornale telematico vicino a Fini, deve ingegnarsi ad indicare nel sorriso scorbutico della ministra Meloni di fianco a Berlusconi un segnale della non omologazione, possiamo controdedurre che la spina dorsale dei dirigenti di An è già spezzata. Altro che non omologazione!

Nel giorno della fondazione del Popolo della libertà c’è stata tutta la celebrazione ostentata del capo supremo che Alleanza nazionale avrebbe voluto evitare. Anche se volessimo fermarci alla fenomenologia del congresso del Pdl, come non notare la conclusione sulle note della famigerata canzone Meno male che Silvio c’è? Insomma, prima l’Inno di Mameli in omaggio al nazionalismo ma poi l’inno al Capo per il gran finale con la platea di delegati-figuranti che urla a squarciagola le parole della canzone e gli ex dirigenti di An costretti ad abbozzare.

Questo vuole dire che il Pdl è una formazione stabile con decine di anni davanti a sé? Per nulla. Il ruolo di Berlusconi come individuo è innegabile. Partiti come il Pdl solitamente entrano in crisi e possono pure disgregarsi quando viene a mancare il collante del leader indiscusso. Ma la sfida dei comunisti è un’altra: capire come il movimento operaio potrà mettere in crisi l’egemonia del Pdl.

L’intervento dei comunisti

L’offensiva della destra è parallela all’integrazione organica del Pd nel sistema capitalista tramite la privatizzazione dei servizi locali e la gestione delle multiutilities, le relazioni coi costruttori edili e l’ingresso delle cooperative nelle grandi opere, la vicinanza con alcuni grandi banchieri e quella parte di padronato più attenta ai metodi della concertazione.

Le manifestazioni nazionali, da quella della Cgil a quella del sindacalismo extraconfederale, sono importanti ma non sufficienti per rovesciare il quadro politico. Il Prc potrebbe avere un ruolo determinante. L’attuale svolta reazionaria non ha nulla di ineluttabile. Se parole d’ordine come il salario sociale per i disoccupati, il blocco dei licenziamenti, l’occupazione delle fabbriche che chiudono o la nazionalizzazione delle banche non saranno avanzate in modo declamatorio ma connesse a battaglie reali, il clima politico nella società potrebbe spostarsi bruscamente a sinistra. Dobbiamo far coincidere le parole coi fatti. Lasciamo che altri facciano la sinistra dei salotti buoni. Per essere all’altezza della situazione è necessario respingere la prospettiva strategica di un nuovo centrosinistra, alludendo alla fine del “veltronismo”, e proporre il Prc come cuore dell’opposizione anticapitalista e rivoluzionaria al bipolarismo della classe dominante.


* Segretario cittadino Prc Modena

8 aprile 2009

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