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Abbiamo già avuto modo di commentare la sentenza del tribunale di Roma del 21 giugno, con cui il giudice ha di fatto accertato la discriminazione che noi in più occasioni avevamo denunciato, e che anche i sindacati firmatari dell’accordo negavano. Riepiloghiamo brevemente l’esito della sentenza.

Dall’elenco fornito dalla stessa Fiat, in cui comparivano 382 lavoratori iscritti alla Fiom il 31 dicembre 2010, nemmeno uno di questi è stato riassorbito nella nuova società. Nonostante tutti i tentativi, a dire il vero alquanto goffi, della difesa, di dimostrare che il caso aveva voluto questo risultato, una perizia statistica affidata ad un professore di Birmingham ha smontato tutto l’impianto difensivo, decretando che un caso del genere poteva accadere casualmente solo una volta su un milione.

La sentenza, che impone la riassunzione delle maestranze iscritte al sindacato dei metalmeccanici della Cgil, 145 per la precisione, potrebbe cambiare alcuni equilibri, che fino ad ora si erano generati nello scontro in atto. Si tratta di una sentenza esecutiva, il cui mancato adempimento aprirebbe le porte ad un procedimento penale nei confronti dell’azienda.

In un’assemblea molto partecipata tra i lavoratori e lo staff legale della Fiom si è chiarito che i 145 lavoratori devono essere assunti tra coloro che hanno la tessera Fiom in tasca. Gli stessi lavoratori Fiom avranno la possibilità di richiedere il risarcimento economico per il comportamento antisindacale della Fiat. Una quota di lavoratori iscritti alla Fiom, inoltre, dovrà essere presente anche nelle future assunzioni in Fabbrica Italia Pomigliano.


Il ricorso della Fiat


Come era prevedibile, e come scrivevamo pochi giorni fa, la Fiat ricorrerà contro la sentenza. Dopo le dichiarazioni dalla Cina di Marchionne, che ha bollato la decisione del tribunale come folklore locale a cui nessuno è interessato, la Fiat ha annunciato che non ha intenzione di riassumere i 145 lavoratori iscritti alla Fiom, ricorre quindi in appello e chiederà inoltre di sospendere l’esecuzione dell’ordine.

Secondo Marchionne il rispetto della sentenza “causerebbe gravi distorsioni nell’attuale contesto operativo di Pomigliano”.

Le conseguenze potrebbero essere quelle di dover ricorrere per la nuova società alla cassa integrazione o addirittura a “procedure di mobilità, nel caso in cui la cassa integrazione non fosse disponibile, per un numero di dipendenti corrispondente a quello dei nuovi assunti, inclusi probabilmente alcuni provenienti dal gruppo dei 145 appena assunti in esecuzione all’ordinanza del Tribunale”.

La Fiat precisa che il numero dei dipendenti è più che adeguato a rispondere alle attuali esigenze del mercato.

La risposta è sorprendente perché è un’ammissione implicita che non c’è spazio in Fip, non solo per i lavoratori della Fiom discriminati, ma per tutti coloro che stanno a casa e cioè non 145 ma 2.400 operai.

Di fronte a questa situazione sono davvero patetiche le reazioni alla sentenza dei sindacati firmatari dell’accordo, che hanno addirittura annunciato un ricorso, denunciando una fantomatica discriminazione alla rovescia nel caso in cui venissero assunti i lavoratori Fiom. Tutto questo mentre questi sindacati si sono contraddistinti per una campagna contro la Fiom, chiedendo esplicitamente ai lavoratori di cancellarsi da quella sigla sindacale e ponendosi come garanzia e intermediari tra lavoratori e padrone per rientrare in fabbrica.

Con un comunicato congiunto i sindacati firmatari continuano a parlare di ritardo e rallentamento nel piano previsto dalla Fiat per le assunzioni, per via della crisi economica del settore. Insomma, ripetono le motivazioni di Marchionne e difendono l’indifendibile, mentre appare sempre più evidente quello che dicevamo fin dall’inizio, e cioè che non solo vi era una precisa volontà da parte di Marchionne di utilizzare l’accordo e la newco per eliminare il conflitto in fabbrica togliendo di mezzo i sindacati e i lavoratori più combattivi, ma anche che non esiste una certezza produttiva per l’insieme dei lavoratori Fiat perchè la Panda da sola non è in grado di riassorbire il totale dei lavoratori.

Da parte nostra in primo luogo rivendichiamo il rispetto della sentenza del tribunale di Roma. Del resto è chiaro a tutti che se la Fiom riesce a fare entrare in fabbrica i propri iscritti cadrebbe tutta l’intera opera messa in piedi dallo “stratega” italo-canadese, di tenere rapporti solo ed esclusivamente con sindacati proni al suo volere. La fortezza costruita in questi anni comincia a scricchiolare e questa sentenza può essere il nostro cavallo di Troia, che può portare all’interno delle mura un nucleo di combattenti pronti a farsi rispettare.

La sentenza si fa rispettare con la lotta


Vedremo come evolveranno le cose, visto che la partita è ancora tutta aperta. Proprio mentre scriviamo questo articolo Marchionne dichiara: “se saremo costretti ad assumere le 145 persone, altre 145 persone saranno costrette a uscire dal sistema”, provando ancora una volta a mettere i lavoratori in competizione tra di loro. Bisognerà pertanto sfruttare questo colpo assestato dalla sentenza del tribunale, per costruire una mobilitazione ampia su Pomigliano che porti ad intrecciare le discriminazioni oramai accertate con il più difficile nodo del futuro produttivo, a cui va legata l’opposizione alla riforma del lavoro.

Per intenderci non vorremmo che la controffensiva possa sfruttare le nuove armi costruite apposta per i padroni da Monti e Fornero. Tali norme, che rendono il licenziamento molto più facile, potrebbero giocare un ruolo importante visto lo scenario non limpido.

Di fatto senza altre produzioni Pomigliano rischia di essere il nuovo campo su cui sperimentare le norme della riforma Fornero. Questo tema impone la riflessione anche su quale strategia attuare: è il momento di affondare il colpo, riprendere la mobilitazione e pretendere che tutti i lavoratori di Pomigliano e dell’indotto rientrino al lavoro. Di fronte a questa rivendicazione che unifichi l’insieme dei lavoratori non c’è ritardo o andamento del mercato che tenga. Si può tranquillamente decidere di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario per i lavoratori, così come altre forme volte a garantire ogni lavoratore al di là di quanto si vende. Il punto essenziale è che nessuno dei lavoratori deve rimanere nel binario morto di Fga (Fiat group automobiles), che significherebbe avere la cassa integrazione per cessazione di attività fino al luglio 2013, scaduto quel termine, rimarrebbero solo gli ammortizzatori sociali, e sarà troppo tardi.

Rimane poi il nodo essenziale di cosa vuol fare Marchionne rispetto agli stabilimenti italiani. A giugno, in Italia, si è registrato un -24,4% delle immatricolazioni (con la Fiat a -23,3%), tant’è che Marchionne ha dichiarato che se il mercato europeo continuerà ad andare così nei prossimi mesi, in Italia ci sarà uno stabilimento di troppo. A noi viene da dire che potrebbe esserci un padrone di troppo (e a dire il vero non solo uno) e che forse è il caso di discutere di nazionalizzare la Fiat per garantire sia i lavoratori che lo sviluppo del settore auto in Italia.


* segretario del circolo Prc Fiat auto-Avio, Pomigliano d’Arco

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