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Un accordo preso tra la commissione per il congresso e il direttore di Liberazione prevedeva che il giornale non diventasse terreno di polemiche congressuali, limitandosi a offrire gli spazi della tribuna e i resoconti dei giornalisti inviati in diversi congressi.

Questo accordo è stato completamente violato con la pubblicazione di una lunga serie di interventi di esponenti delle mozioni 1 e 2. Nonostante ciò, ci siamo astenuti dall’intervenire a nostra volta.Il 23 giugno la commissione congressuale unitariamente stigmatizzava chi aveva ispirato gli articoli dell’Unità e di Repubblica del 20 giugno, chiaramente volti a condizionare i lavori della commissione stessa. Neppure questo è servito.Un terzo accordo preso unitariamente in una riunione delle 5 mozioni prevedeva di non utilizzare la tribuna per polemiche regolamentari e sullo svolgimento dei congressi. Anche questo diventa carta straccia…

Ora siamo alle conferenze stampa, all’editoriale non firmato di oggi (4 luglio), con prese di posizione riguardo alle decisioni della commissione congressuale nazionale. Non possiamo fare altro che rispondere a nostra volta.

La nostra posizione si basa su considerazioni esclusivamente politiche. La principale, è che in un congresso le decisioni, quali che siano, dovrebbero essere prese da chi poi dovrà assumersi la responsabilità di applicarle. È un principio che, come tutti i principi, dovrebbe trovare applicazione equilibrata e sensata, ma se il rapporto tra votanti e partecipanti al dibattito si avvicina al rapporto fra elettori e iscritti, i conti non tornano più. E se ci sono congressi nei quali votano decine o addirittura centinaia di iscritti senza che vi sia un solo intervento nel dibattito, sarà anche regolare, ma dovrebbe obbligare tutti a una seria riflessione. In fin dei conti il nostro statuto e la nostra tradizione dicono che il congresso è il punto più alto del dibattito politico, non che è il momento in cui si alza una mano per una mozione.

La nostra critica alle modalità di tesseramento non nasce certo oggi. Molti eminenti compagni della mozione 1 che oggi si stracciano le vesti sono stati in un passato non lontano i più entusiasti sostenitori di tante “innovazioni” che avevano una base politica molto chiara: diluire, persino cancellare i confini politici e organizzativi del partito, sostenere una logica di spoliticizzazione del partito stesso. E la proposta del “partito sociale” va nella stessa direzione.

Il rigonfiamento delle iscrizioni e del voto passivo c’è eccome e riguarda tre mozioni su cinque, in misura diversa solo per la differente capacità di praticarlo, non certo per un diverso approccio politico. Danneggia pesantemente chi, come noi, raccoglie un voto prevalentemente militante e politicamente controcorrente; non per questo pensiamo che si possa condurre questa battaglia a colpi di decreti. Per noi è e resta una battaglia politica.

Sulle decisioni della commissione, poi, le leggende urbane si sprecano. “Annullerete il congresso di Arezzo!”, si è detto. Ma il congresso di Arezzo è stato confermato all’unanimità. “A Bologna la commissione ha annullato il congresso dei migranti!”. Ma la commissione nazionale, all’unanimità ha confermato la validità di quel congresso e lo ha fatto subito dopo il dibattito più controverso, quello su Reggio Calabria.

Riguardo a Reggio, la divisione è stata aspra, è inutile negarlo. Possiamo permetterci di dire che in quella stessa riunione i rappresentanti della mozione 2 hanno di fatto riconosciuto l’impossibilità di convalidare il congresso così come si era svolto, proponendo quindi di riconvocarlo?

La responsabilità delle irregolarità di quel congresso è in primo luogo del gruppo dirigente di quel circolo, che ha convalidato un tesseramento nel quale non era stata consegnata una sola tessera 2008. Ci siamo astenuti sulla proposta di riconvocazione perché se è vero che gli iscritti hanno il loro diritto, è altrettanto vero a nostro modo di vedere che non si può pensare che un gruppo dirigente che ha gestito le cose con tanta superficialità, messo di fronte alle conseguenze delle sue decisioni dica “va bene, facciamo finta di niente ricominciamo da capo.”

No, compagno Vendola, non tutto è permesso. E c’è una bella differenza tra disobbedire alle decisioni di un governo avverso, classista e violento, e disobbedire a una decisione presa da un organismo che tutti abbiamo eletto, dalla quale è legittimo dissentire e persino, se lo si ritiene, usarla per costruirci sopra una battaglia politica, ma proprio non si può rifiutarsi di riconoscerla. E aggiungiamo che in tempi in cui Rifondazione è quasi scomparsa dai media, se hai l’occasione di convocare le telecamere forse sarebbe più opportuno farlo per parlare del governo, della crisi economica e sociale, delle leggi liberticide piuttosto che per chiamare il popolo (?) alla rivolta contro la commissione congressuale.

Per noi resta valido il principio seguito fin qui. La commissione non è il luogo in cui si dibattono le proprie concezioni del partito, ma il luogo in cui si verifica l’applicazione del regolamento. Per parte nostra abbiamo sempre giudicato i fatti specifici, senza pregiudizi e tantomeno schieramenti precostituiti e chi conosce il dibattito lo sa. Ci batteremo fino in fondo perché sia così per tutti e perché il congresso di Chianciano possa riunirsi per discutere di politica e per dare un futuro al partito.

(questo articolo è stato inviato a Liberazione in data odierna)

 

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