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A quarant’anni dalla Strage di Piazza Loggia, la corte di cassazione si è decisa a riaprire il caso, decidendo il 21 febbraio 2014 che Carlo Maria Maggi, esponente di Ordine Nuovo e Maurizio Tramonte, uomo dei servizi segreti dovranno essere processati nuovamente. Inoltre viene annullata la sentenza della corte d’assise di Brescia che condannava i familiari delle vittime, costituitisi parte civile, a pagare le spese processuali essendo stati assolti gli imputati.

Nelle motivazioni alla sentenze, uscite il 15 aprile, si dice che l’assoluzione è stata mossa da “un ipergarantismo distorsivo della logica e del senso comune”e si aggiunge che su Carlo Maria Maggi «vi sono moltissimi indizi che paiono essere convergenti verso un suo ruolo determinante nell’organizzazione della strage», si aggiunge che gli indizi vagliati non sembrano poter dar adito alla possibilità che esista una pista alternativa a quella vagliata per arrivare a una verità processuale.
piazza loggiaLa strage di Piazza della Loggia fu un atto di terrorismo fascista che causò la morte di otto persone e il ferimento di centodue con una bomba nascosta in un cestino dell’immondizia mentre sfilava un corte antifascista nella piazza centrale e storica per il movimento sindacale e di sinistra bresciano. La convocazione del corteo avvenne in un clima di provocazione fascista . La Camera del lavoro di Brescia riceveva da tempo telefonate che avvisavano che era stata piazzata una bomba nella sede sindacale e nei giorni precedenti alla strage alla sede della Cisl era stato trovato del tritolo che non era stato fatto esplodere. Fatto eclatante, nei giorni precedenti alla strage, in una via centralissima della città il giovane neofascista Silvio Ferrari era esploso mentre trasportava sul suo motorino un pacchetto di tritolo.

Tutto questo avveniva in un clima di riscossa del movimento operaio bresciano che nei primi anni settanta scendeva in piazza e lottava compatto non solo per rivendicazioni salariali , ma cominciando un’elaborazione avanzata su temi come la difesa della salute in fabbrica, la conquista di spazi democratici e di partecipazione più larghi per la classe lavoratrice e la richiesta di interventi pubblici sul tema della casa, dei servizi sociali essenziali. Particolarmente cruenta fu questa battaglia in zone della provincia come Lumezzane, Nave e Odolo, dove c’erano enormi concentrazioni produttive e dove gli industriali si caratterizzavano per il non rispetto dei diritti sindacali minimi. I lavoratori erano trattati come schiavi. Orari di lavoro che superavano le 12 ore giornaliere, l’assenza di buste paga e di tutela per gli infortuni e l’arbitrarietà della retribuzione, l’impossibilità per i lavoratori di tenere assemblee sindacali, di poter scioperare e i licenziamenti arbitrari per motivi soprattutto politici o per incidenti sul lavoro erano all’ordine del giorno.

Questo è il contesto in cui nasce la risposta dei lavoratori che in queste zone prende forza dopo l’autunno caldo del 1969. I padroni a questo rispondono in maniera scomposta chiudendosi alla trattativa e utilizzando i fascisti come provocatori assunti in fabbrica come capi o all’esterno per creare provocazioni e aggressioni ai picchetti operai o contro singoli militanti di sinistra. Erano noti a tutti i legami di alcuni padroni del tondino nella provincia di Brescia con gruppi fascisti. In quegli anni si delineava una situazione che in seguito si sarebbe definita “l’anomalia bresciana”. Una camera del lavoro con rivendicazioni radicali che collaborava con una Cisl e soprattutto una Fim che avevano un’impronta di classe e combattiva e a questa unità su una piattaforma avanzata si univa una grande partecipazione operaia che nelle fabbriche creava un dibattito aperto e continuativo tra amplissimi strati operai e da questa situazione una immensa forza d’urto in termini di scioperi, manifestazione e occupazioni delle fabbriche che durò per anni; questo faceva del movimento operaio bresciano un caso da manuale.
I fascisti piazzando quelle bombe si ponevano proprio l’obiettivo di colpire un movimento operaio vitale, aggressivo e conscio che serviva un rovesciamento delle strutture economiche e sociali per cambiare le condizioni di vita complessiva della classe lavoratrice. Fatte queste precisazioni, in merito alla Strage di Piazza Loggia, è importante ricordare i tre giorni successi che videro come protagonisti migliaia di lavoratori. Le organizzazioni sindacali qualche ora dopo lo scoppio decidono di fronte a una fase di spaesamento e confusione di proclamare non solo lo sciopero generale per tutta la giornata, ma di dare il via all’occupazione delle fabbriche e di presidiare la città mettendola sotto il diretto controllo delle avanguardie di fabbrica che puntano a sostituirsi alle funzioni politiche, amministrative e di ordine pubblico dello stato, da quelle tre decisioni la Camera del lavoro divenne la sede operativa da cui coordinare tutte le iniziative in risposta alla strage. Nella mattinata del 29 maggio all’interno delle fabbriche si tengono grandi assemblee. La fabbrica e il movimento sindacale divennero il luogo di coagulo dell’opposizione antifascista di tutta la cittadinanza riunendo gli elementi più validi del mondo studentesco, dei comitati di quartiere e dei lavoratori. La risposta della classe operaia fu decisa e molto dura.

I lavoratori chiesero la messa al bando dell’MSI , denunciarono la responsabilità degli organi dello stato preposti alla salvaguardia delle istituzioni democratiche e accusarono la DC come principale responsabile. Emerse la volontà di gestire in prima persona la situazione per dare una risposta all’altezza della situazione e inviare un segnale chiaro a chi voleva colpire con tanta forza il motore delle mobilitazioni. L’obiettivo dei fascisti era di creare terrore e confusione nel movimento in modo da farlo retrocedere dalle posizioni conquistate e convincere i più a ritirarsi dallo scontro.
Il movimento non voleva permettere alle forze dello stato di accreditare la teoria degli opposti estremismi. Questo avrebbe permesso al potere politico di reprimere la sinistra bresciana in nome della difesa dell'ordine pubblico nelle città; inoltre si voleva esautorare un apparato statale ritenuto mandante morale della strage, dalla direzione politica della città in un momento di grave tensione e incertezza. Il movimento sindacale metteva in pratica l’idea che l’antifascismo è in primo luogo la difesa del movimento che tutti i giorni lotta per i diritti dei lavoratori e dei pensionati a un salario dignitoso, a servizi sociali efficienti e accessibili per tutti e che la vigilanza antifascista è un lavoro quotidiano nei quartieri, nelle fabbriche e nelle scuole per tenere alto il livello di coscienza delle masse.
Per questo motivo il nostro 28 maggio a Brescia non sarà una commemorazione o una ricorrenza scialba, dove ci si limita a ricordare le vittime di quel maggio 1974 assieme alle autorità istituzionali, ma sarà un giorno di lotta vera e propria, anche per chiedere la verità giudiziaria sulla strage e per respingere al mittente le calunnie di chi vuole attribuire una matrice rossa alla strage. (vedi la presentazione a Brescia del libro di Gabriele Adinolfi, militante di estrema destra, dove si portano avanti queste tesi).

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