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Libera scelta o diritto negato?

Da anni le statistiche rilevano come il tasso di natalità in Italia sia uno fra i più bassi in Europa e di come, soprattutto nell’ultimo decennio, è aumentata l’età anagrafica delle donne che concepiscono il primo figlio.

Un bilancio politico su un fallimento annunciato

Mai sconfitta fu più annunciata di quella che, già nella tarda mattinata di domenica 12 giugno, con la diramazione dei primi dati sull’affluenza alle urne, ha travolto il variegato fronte referendario. A smentire immediatamente l’ipotesi di un’involuzione in chiave clerico-fascista della società italiana nel suo complesso, intervengono i risultati di un sondaggio realizzato dall’istituto Coesis research di Milano: solo il 24% degli aventi diritto si sarebbe astenuto sulla base di una precisa scelta politica e di un effettivo condizionamento da parte delle gerarchie ecclesiastiche. La restante area dell’astensione include, con variazioni poco significative, i disimpegnati ‘cronici’, i non informati e i critici verso lo strumento referendario (A. Fabozzi, Procreazione: neoconservatori? No, disimpegnati, Il Manifesto, 22 giugno 2005).

Vota 4 sì per i diritti delle donne

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 Il 10 marzo 2004 è stata approvata la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, una legge contro le donne che, come tante altre del governo Berlusconi, deve essere abrogata. L’ampio fronte che l’ha sostenuta in Parlamento (molti voti a favore sono venuti anche dal centrosinistra) ci impone una battaglia a tutto campo per mettere in piedi una solida campagna politica in difesa dei diritti delle donne. Purtroppo il referendum per l’abrogazione integrale della legge non è stato accettato dalla Corte costituzionale e questo ci mostra la debolezza degli strumenti istituzionali per tutelare i nostri interessi. Ciononostante sarà importante promuovere un’ampia partecipazione se non altro per mandare un segnale alle “alte sfere della politica” che i nostri diritti non possono essere calpestati come se nulla fosse.

Tra precariato e tagli allo stato sociale


 

Le statistiche ci informano che negli ultimi anni l’occupazione femminile è aumentata dal 28% al 32% circa. A prima vista sembrerebbe una notizia del tutto positiva ma purtroppo la realtà è ben diversa.

Ai settori tradizionali del lavoro femminile (scuola, cura e assistenza, sanità) si è affiancato negli ultimi anni un altro settore: il call-center. Basta sfogliare le inserzioni di lavoro per accorgersi che il grosso delle pur magre offerte di lavoro proviene da lì. Si tratta di un’attività lavorativa precaria, sottopagata e ultraflessibile, alla quale le donne cercano di adattarsi per la necessità di un salario, seppure del tutto insufficiente.

Il 10 marzo scorso è stata approvata la legge 40/04 sulla procreazione medicalmente assistita (pma). La legge ha trovato il sostegno di un arco di forze politiche che va ben oltre la maggioranza berlusconiana, vedendo Rutelli dare libertà di scelta sul voto e molti esponenti della Margherita votare a favore.

Il punto centrale della legge è il fatto che l’embrione non è una parte del corpo della donna, ma un soggetto giuridico autonomo che la legge deve tutelare e su cui la donna non può decidere in piena autonomia.

Nelle scorse settimane ha fatto capolino sulle pagine dei giornali la notizia dell’approvazione, con il voto favorevole di alcuni parlamentari dell’Ulivo, di un emendamento alla legge finanziaria che prevede l’erogazione di un assegno di € 1.500 alle donne incinte che rinunciano ad abortire scegliendo, dopo il parto, di affidare il proprio figlio ad un istituto affinché venga adottato.

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